ALFABETO DELLE LIBERTà
A, B, C DELLA DEMOCRAZIA, C COME COSTITUZIONE / Vivere in un mondo impazzito e avvelenato. Come resistere? Ci vogliono antidoti
Mi chiedo se è possibile considerare vita il trovarsi ogni mattina sommersi da ondate di notizie che alternano guerre che si moltiplicano, catastrofi naturali che piombano su popoli già pieni di guai e, non meno incombente, un clima che viene definito impazzito. Impazzito di suo o, anche in questo caso, c’è una mano folle ma umana? Se ci limitassimo soltanto a osservare, attoniti, un mondo ostile e sentito estraneo da chi è nato all’inizio di una rinascita – questo si pensò dopo la seconda guerra mondiale -, la nostra non sarebbe vita ma sopravvivenza. Il cercare di campare, si salvi chi può, cercando e sperando di restare fuori dagli inferni di fuoco e, altra pratica di sopravvivenza, rimuovendo, pensando ad altro.
Stiamo scegliendo un’altra strada. Tenere gli occhi aperti, non rimuovere, cercare antidoti al veleno, per sé e da diffondere, con l’auspicio che gli antidoti possano risultare salutari, per mantenerci vivi, e non zombi. Occhi aperti sul piccolo mondo dove siamo casualmente nati e sul mondo grande, poco conosciuto, ma non per questo da ignorare. Si è vivi, in tale contesto, soltanto se si mantiene viva la mente. Altra grande lezione di Hannah Arendt. Un pensare fra sé e sé che poi diviene un pensare infra, non più in solitaria. Da questo primo antidoto, altri ne possono derivare. Come, per esempio, l’agire insieme, dopo avere insieme pensato. Alcuni recenti esempi possono chiarire questo passaggio all’agire politico condiviso. Fra presente e passato. Non è un retrocedere. In realtà, è la consapevolezza che il futuro si trova alle nostre spalle, nella memoria storica che abbiamo, nella consapevolezza di fare parte, oggi, di minoranze che, prima di noi, hanno resistito alla ingiustizia e alla oppressione, senza soccombere. Come anche Hannah Arendt a suo tempo, troviamo la forza in chi, prima di noi, ha saputo resistere.
Vediamo anche altro, a dire il vero. Lo abbiamo pensato leggendo un articolo di Simona Forti e Nadia Urbinati (in Domani, 2 luglio 2026). Cosa sta succedendo a New York, simbolo per noi, un tempo, di mondo grande, in tutti i sensi? Non abbiamo mai confuso New York con gli States tutti, così come Parigi non è la Francia, per esempio, con le sue Vandee vecchie e nuove. Anche oggi New York, con Mamdami, socialista, diventato sindaco, ci ha dato una bella soddisfazione. Ma la notizia che la graduate school della New School for Social Research abbia autonomamente deciso di sciogliersi, ci ha colpito, dolorosamente colpito. Cosa direbbero Hannah Arendt, Agnes Heller e tanti altri, di questo autodafè? Un togliere il disturbo volontario di una luce simbolo di cultura critica da più di cento anni, che aprì le porte a tanti studiosi europei in fuga dalla pagina più terribile che la storia d’Europa abbia scritto? Come è possibile? Difficoltà economiche insuperabili? Stanchezza? Paura? Gli Usa traboccano di ricchi che offrono montagne di dollari per campagne elettorali, anche in area democratica, e non si muovono per questa luce? Siamo in attesa di capirci qualcosa di più. Perché, anche in questo caso, l’antidoto ci consiglia di mantenere aperto l’interrogativo. Il primo antidoto. Continuare a pensare. Con la propria testa e, appunto, non in solitaria.
Antidoto che, in questi giorni, teniamo attivo a proposito del Melonellum, una nuova trovata dallo stesso brutto sapore dell’attacco alla Magistratura, che abbiamo fermato. Meloni insiste, con i suoi metodi autoritari. Facciamolo anche noi, di insistere, argomentando ed opponendoci, andando in direzione a lei contraria, sapendo che c’è il rischio che il futuro abbia radice in un passato da noi detestato. In una recente riflessione, Carlo Sorgi ha parlato dei pasticci meloniani, in merito alla nuova legge elettorale, come di una maionese impazzita. Definizione azzeccata, se è vero che da settimane pasticciano, provano e riprovano, cambiano, litigano, ma la maionese non riesce. Non è da escludersi che, con i numeri che questo governo ha in Parlamento e con il disprezzo per il ruolo del Parlamento stesso e delle “pretese” delle opposizioni di dire la loro, alla fine sarà con l’immangiabile pasticcio che si andrà a votare. Noi, stomaci forti, andremo a votare. Chi da tempo si astiene, forse no. Il disgusto potrebbe prevalere. Un disgusto che, in ogni caso e da qualunque parte lo si guardi, non fa bene alla democrazia, che raramente fiorisce su un solitario disgusto. Un antidoto, il non arrendersi al disgusto.
Ma se, dall’Italia, il mio sguardo si sposta sul mondo, vedo un impazzimento diffuso, con maionese che si muta in bombe, minacce, paradossi, invettive, stupidaggini, offese reciproche. Nadia Urbinati, fece, a suo tempo, una considerazione che mi colpì. Vado a memoria. Ora la clava è sventolata a cielo aperto. Un tempo, la clava esisteva, ma non veniva esibita. Con un amico ci siamo posti una domanda. Meglio prima, meglio ora? Io, dicevo ora. Così le cose sono chiare. Lui, prima. Che dei limiti almeno sembrino esistere. La questione resta aperta. Che fare? In un caso o nell’altro, i lillipuziani nati nel secolo scorso – noi – e i giovani nati in questo nuovo millennio, affezionati alla parte migliore dell’Occidente, che nel secondo dopoguerra, dopo secoli di guai dall’Occidente stesso combinati, dentro e fuori casa, costruì la basi per un mondo fondato sui diritti umani e lo Stato di diritto, i lillipuziani, appunto, dovranno continuare la loro opposizione quotidiana. Lo faremo, pur nella grande incertezza che ci circonda. Non esiste neppure un caso, nel corso della storia, nel quale chi è partito per una impresa avesse la certezza di farcela. Speranze, illusioni, col senno di poi, mai certezze. Ma accanto al lavoro civile quotidiano nella nostra realtà – abbiamo dato vita a una rete che si è nominata Per la Costituzione e che si sta facendo carovana itinerante per informare, discutere e mantenere vivo il patrimonio di partecipazione che con il NO ha vinto – è necessario lavorare in profondità. Come?
Fare storia, analizzare, approfondire. Leggere, studiare e discutere, possibilmente in pubblico, dopo avere studiato. Una semina a lento rilascio. Inevitabilmente lento, ma necessario. Il mordi e fuggi brilla al momento, a seconda di come l’aria tira. La nostra è diversa intenzione. Avere e proporre strumenti per comprendere il mondo, con un metro che possa farsi misura. Un tempo si sarebbe detto un metro che misuri il bene distinguendolo dal male. Oggi, cerchiamo un metro che misuri e distingua il giusto dall’ingiusto. Minori pretese, o pretese fondate sulla storia, e non solo sul desiderio. La nostra è una Costituzione che indica la cornice entro la quale si pone la giustizia e l’uguaglianza dei diritti. Al di fuori di questi confini – gli unici a noi graditi -, vigono ingiustizia e disuguaglianza. In tal senso, nelle ultime settimane abbiamo lavorato studiando due libri e dialogando poi con relativi autori e autrici. In uno spazio pubblico, come la politica esige. Tutto ciò che accade in uno spazio pubblico e non in solitaria, è politica. Lavoro prezioso, quello che parte da libri di valore. Un metodo che suggeriamo di prendere in considerazione, di praticare, di diffondere.
Il primo, NATA DEMOCRATICA (il Mulino, 2026), di Luca Baldissara e Nadia Urbinati. Nel ricco sottotitolo, troviamo una sintesi perfetta della storia che viene narrata, e del libro stesso. Dalla lotta partigiana alla Costituzione, dalle armi alle norme: la Repubblica nasce democratica, la democrazia si apprende praticandola. Abbiamo preso in considerazione questo libro per onorare, nel modo che riteniamo migliore, l’Ottantesimo della Repubblica. In un paese come il nostro è, ignorante di storia, anche della propria, raccontarla in modo onesto, la storia, è quindi un dovere, in primis degli storici, e, subito dopo, nostro. In caso contrario ogni menzogna, ogni negazionismo, può avere corso ed essere scambiato per buono. Non è un caso se, in questi anni tormentati, viene spesso evocata un’opera scritta da Hannah Arendt nei suoi ultimi anni, Politica e Menzogna. L’uso politico della menzogna ha una vita che coincide con la durata della storia umana. Arendt lo sapeva, e, rigorosa come era nei giudizi, disse che era una pratica che esisteva fin dagli inizi della storia umana. Da sempre. Il problema è. Per sempre? Come l’alternarsi delle stagioni? Come le guerre, come in tanti e in ogni dove oggi sentenziano? Menzogna e guerre, una naturalizzazione del peggio della storia umana. Il peggio è normale, naturale, e il meglio è l’eccezione che conferma la regola. In realtà, bene fece Arendt a svelare l’inganno. E bene sarebbe farlo, ogni volta che la dimostrazione è possibile. Prese spunto dai Pentagon Papers, un rapporto segreto, reso perigliosamente pubblico nel 1971, dove sono descritti in modo chiaro verità di fatto in merito alla guerra nel Vietnam, fatti che smentivano le menzogne raccontate al popolo americano in merito a una guerra che tanta gioventù americana subì e alla quale si oppose. Ecco allora il nesso fra politica e menzogna, che non finì allora. Una famosa menzogna fu quella del 2003, quando gli USA di Busch junior, aiutato da Blair, accusò l’Iraq di possedere armi di distruzioni di massa, autorizzandosi così a bombardare. Una menzogna che causò centinaia di migliaia di morti. Ora Trump imita, e ha bombardato l’Iran, che non deve avere l’atomica. Gli USA sì? Israele sì? La Russia sì? E via dicendo. Sono, questi paesi, in mano a figure più equilibrate, affidabili, pacifiche, degli ayatollah? Se questo è il trend, menzogna dopo menzogna, arriveremo alla terza guerra mondiale, non più solo a pezzi, come aveva diagnosticato papa Francesco? Per ora Lucio Caracciolo la esclude. Per ora. Ma quando le menzogne dilagano, vanno attivati gli antidoti, almeno per non cadere ingenuamente in trappole. Intanto, la pratica del dubbio, che Norberto Bobbio ha sempre indicato come salutare metodo, al quale aggiungere, per esempio, lo studio, di NATA DMOCRATICA, che spiega l’origine della nostra Repubblica, nata dalla Resistenza, e della nostra Costituzione, nata democratica perché fondata sui principi antifascisti di libertà e giustizia. Mi chiedo sempre come possano, gli attuali governanti, avere giurato su una Costituzione che detestano. Meloni, un minuto dopo avere giurato, disse, nel suo discorso di insediamento, che voleva rivoltare l’Italia come un calzino. Prima la menzogna, giurare il falso, e a seguire la verità. Le sue verità anticostituzionali: Autonomia Differenziata, colpire l’autonomia della Magistratura, Premierato elettivo. Abbiamo fermato le prime due. Essendo caduta la maschera, non si parla più di premierato, ma di una legge elettorale peggiore di quella esistente, per arrivare a un premierato di fatto. Il popolo del NO non ha tirato i remi in barca ed è in movimento, in Italia e anche nella provincia di Ravenna, per impedire quest’ultima vergogna.
Ma c’è un altro antidoto che suggeriamo. Un libro letto da molte donne e qualche uomo, recentemente, a Ravenna – punto di partenza il Salone del libro di Torino -, occasione poi per un denso e pubblico dialogo. GIU’ LE MANI dal FEMMINISMO, di Rosi Braidotti, Jennifer Guerra, Giorgia Serughetti (Rizzoli, 2026). Tre meravigliose autrici, tre generazioni di femministe in un dialogo scritto e dal vivo. Un libro che smonta menzogne e chiarisce il nesso fra patriarcato, fascismo, razzismo, sessismo, tutte branche che si trovano alle radici della umana vicenda. Ma il libro osserva anche un fenomeno relativamente nuovo, quello di donne emancipate che si mostrano potenti ed esempio di forza e coraggio, arrivate in vetta per proprio esclusivo merito. Battitrici libere che del femminismo non sanno cosa farsene. Underdogs di successo che ai maschi della destra di destra piacciono molto. Come mai? Perché sono culturalmente maschi in gonnella. La misoginia non esisterebbe – dicono – se le donne, le “altre”, fossero come noi e non come le fastidiose femministe, che pretendono libertà per tutte e tutti, qualunque sia l’etnia e l’inclinazione sessuale. Noi, invece, come Giorgia Meloni, siamo madri, italiane e cristiane. La società verticale è quella giusta, i confini preservano la purezza del nostro sangue. La nostra patria viene prima di tutto. Certo, il voto alle donne fu buona cosa, ma ci volle la caduta del patriarcato fascista per averlo. Sono femministe le donne di destra che si commuovono per le donne prive di libertà di altri paesi, paesi incivili, mentre i nostri lo sono? Non lo sono, femministe. Sventolano ghiotti argomenti che virano velocemente in islamofobia, ignorando che movimenti femministi musulmani stanno percorrendo strade analoghe a quelle percorse delle femministe e dai movimenti femminili nelle nostre occidentali terre. Chi le ha rese civili? Le donne impalcate dal fascismo come fattrici per partorire soldati per la patria o le donne che dall’Ottocento in avanti, passando poi per la Resistenza, sono diventate protagoniste per la libertà propria e delle altre donne? Donne di destra, già antiabortiste dall’inizio, guardano con sospetto a tutto ciò che tecnologia e scienza stanno immettendo di inedito nella natura e nelle forme di vita. Tutto ciò che è innaturale è “mostruoso”. E’ in atto un fenomeno regressivo. In un paese su quattro, fra il 2023 e il 2024 i diritti delle donne decrescono. Se chi – è il nostro caso – vede nel femminismo, per quanto declinato in forme plurali, una strada di progresso, non può non trovare nel libro di Braidotti, Guerra, Serughetti un valido antidoto a vulgate deformanti e menzognere. Trump e Vannacci, nei due lati dell’Atlantico, incarnano l’autentico “mostruoso” che abbiamo l’obbligo di fermare, quello che è il “mostruoso” per noi: sessismo, razzismo, disuguaglianze, disprezzo per ogni minoranza, e, non ultimo, la plutocrazia, i ricchi sul collo dei poveri. E’ fascismo puro. Possiamo fermarlo solo se siamo in grado di riconoscerlo nelle sue varie sfumature. E, anche, differenze. Per esempio, Musk ha una sua particolarità. Mentre Meloni ha condannato la gravidanza per altri come reato universale, da perseguire ovunque sia stato commesso, Elon Musk ha procreato con forme assistite attraverso diversi uteri. Con una precisa garanzia. Che nascessero umani di pelle bianca. In un caso, però, un imprevisto. Un figlio nato maschio è diventato femmina. Per Musk, una tragedia. La figlia lo ha mandato a quel paese. Insomma, non tutto fila liscio in casa fascista e razzista. Allora, alle nostre spalle non c’era questo inedito futuro. Il caso di un uomo assai ferrato nelle scienze e nelle avveniristiche tecnologie, che fa convivere realizzazioni fino a un istante fa fantascientifiche con il rifiuto della realtà e delle vite di chi non rientra nei suoi ossessivi schemi. L’ossessione per la sua purezza di sangue bianco e rigorosamente etero. E la riduzione a schiavitù degli “altri”.
Bene ha fatto papa Prevost a far visita a Lampedusa il 4 luglio. Lui, americano, ha dedicato agli ultimi della terra la festa dei 250 anni della Dichiarazione di indipendenza americana. Si è inchinato di fronte a un mare divenuto tomba per tanti suoi fratelli e sorelle. Così si è espresso. L’America è il risultato di infinite migrazioni, dall’Europa, dal mondo intero. Senza dimenticare la schiavitù coatta, e il suo lungo permanere, anche dopo l’Indipendenza. Cercare la limpieza de sangre negli USA? E’ più facile trovare un ago in un pagliaio. Ed oggi da Trump, Vance e i maga, la parola d’ordine, remigrazione, ha attraversato l’Atlantico ed è diventata il fulcro dei successi della destra di destra in Europa, in Italia, Germania, Gran Bretagna, Francia e oltre. Proviamo a immaginare se chi lavora nelle fabbriche, nei campi, nei lavori di cura, ovunque, dalla sera alla mattina remigrasse? Resterebbe in piedi qualcosa, dalle nostre parti? I maga, negli USA e da noi, che pensano di essere gli unici ad avere i piedi per terra, in realtà sono sonnambuli, e visionari ciechi.
Quindi, il nostro compito è di non chinare la testa, affranti e increduli, di fronte a forme reazionarie che ci riporterebbero a scenari pre illuministi. Non chinare la testa, studiare e agire dopo avere studiato e pensato.
Difficile dire quanto la nottata potrà durare. Dipenderà anche da quanto potrà durare il nostro resistere e agire.


