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Incendio doloso al Calzaturificio Emanuela, tre condanne per il rogo che devastò l’azienda
La notte dell'incendio

Prima il ritrovamento del liquido accelerante, che fece emergere quasi subito la matrice dolosa dell’incendio. Poi mesi di indagini, tra intercettazioni, telecamere e accertamenti tecnici. Infine il processo e le condanne. Si è chiusa con tre pene da tre anni e otto mesi di reclusione la vicenda del rogo che, nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 2025, colpì il Calzaturificio Emanuela di Bagnacavallo, azienda guidata dall’imprenditrice Emanuela Bacchilega, presidente di Confartigianato Ravenna.

Il giudice dell’udienza preliminare Janos Barlotti ha riconosciuto colpevoli di incendio doloso in concorso i tre imputati: Khadija El Rhafil, 41 anni, residente a Fusignano e ai domiciliari; Pasquale Panariello, 49 anni, detenuto in carcere; e Luigi Cinque, 43 anni, originario della provincia di Pesaro Urbino e attualmente ai domiciliari in Puglia. Il procedimento si è svolto con rito abbreviato dopo il giudizio immediato. Ne dà notizia il Resto del Carlino Ravenna, nell’edizione di oggi, 8 luglio.

Nella sentenza è stato inoltre disposto il risarcimento dei danni in favore del Calzaturificio Emanuela Srl e di Emanuela Bacchilega, costituiti parte civile.

Il rogo devastò un capannone del Calzaturificio Emanuela, distruggendo completamente le materie prime destinate alla produzione e causando gravi danni alla struttura. L’attività dell’azienda fu costretta a fermarsi e il conto dei danni venne quantificato in circa 500 mila euro. Il tempestivo intervento dei vigili del fuoco evitò che le fiamme si propagassero all’intero stabilimento.

L’inchiesta, coordinata dalla pubblico ministero Angela Scorza e sviluppata dai carabinieri, ha consentito di ricostruire la dinamica dell’incendio e il  coinvolgimento dei tre imputati attraverso un complesso lavoro investigativo fatto di intercettazioni telefoniche, analisi delle immagini di videosorveglianza, verifiche sui sistemi di lettura targhe e accertamenti tecnici.

Secondo l’accusa, all’origine del gesto ci sarebbe stato un contesto di forte conflittualità nato dopo la morte, nel 2023, di uno zio di Emanuela Bacchilega, del quale Khadija El Rhafil era stata la compagna. Le successive controversie ereditarie e patrimoniali, insieme ad altri contenziosi con la famiglia Bacchilega, avrebbero alimentato un sentimento di rivalsa sfociato, secondo la ricostruzione della Procura, nella pianificazione dell’incendio.

Le indagini hanno inoltre portato alla luce conversazioni nelle quali gli imputati avrebbero ipotizzato ulteriori azioni intimidatorie nei confronti dell’imprenditrice. Si sarebbe trattato, tuttavia, di progetti mai concretizzati e che, proprio per questo, non hanno dato origine a ulteriori contestazioni penali.