politica & società
Faenza Multietnica: “Sulle disuguaglianze nelle scuole. Sul sessismo e sull’intersezionalità”
Le discriminazioni e i percorsi scolastici differenziati in base all’origine non sono un’opinione. Sono una realtà documentata da fonti istituzionali.
Secondo i dati del Ministero dell’Istruzione (a.s. 2023/2024), solo il 32,5% degli studenti con cittadinanza non italiana sceglie un liceo, mentre la maggioranza viene indirizzata verso istituti tecnici o professionali. Studi di Save the Children e del Think-tank Tortuga (dati Istat 2023) dimostrano che, indipendentemente dalle inclinazioni personali e anche a parità di condizioni economiche e di rendimento o di potenziale scolastico, gli studenti con background migratorio vengono orientati più frequentemente verso percorsi tecnici e professionali.
Precisiamo con forza che questa analisi non intende in alcun modo sminuire il valore degli istituti tecnici e professionali, che rappresentano pilastri fondamentali e di altissima qualità del nostro sistema formativo e produttivo, e non scuole di “serie B”. Il punto critico, tuttavia, è l’esistenza di un condizionamento strutturale che spesso limita la reale libertà di scelta.
Questa asimmetria si rispecchia puntualmente anche nel contesto locale di Faenza: nei licei cittadini (polo Torricelli-Ballardini), la percentuale di studenti con cittadinanza non italiana si attesta su quote molto basse (variando dal 2% circa del Liceo Classico a percentuali comprese tra il 4% e il 7% negli indirizzi scientifici, linguistici e delle scienze umane), mentre la presenza aumenta in modo speculare negli istituti professionali e tecnici del territorio.
La dispersione scolastica colpisce in misura significativamente maggiore gli studenti di origine straniera. Non è un dato neutro: è uno degli effetti concreti di un sistema che, attraverso stereotipi e pregiudizi, limita le opportunità di chi ha un cognome o un’origine diversi.
Gli atti di razzismo a scuola esistono. Non sono episodi isolati, ma il risultato di un contesto sociale che non educa alla decostruzione del razzismo e che continua a riprodurlo.
Riconosciamo e valorizziamo l’impegno di molti insegnanti che, ogni giorno, lavorano contro queste discriminazioni e si spendono per un’inclusione reale. Il problema non sono le singole persone, ma un meccanismo strutturale che va riconosciuto e contrastato.
Abbiamo aderito, insieme ad altre realtà, a un comunicato che criticava la presenza, all’interno di una festa di paese aperta a famiglie e minori, di iniziative come Miss Addrizza e le lottatrici nel fango. Il punto non è il pudore, né la libertà delle donne di mostrarsi.
Il problema è un altro: quando queste rappresentazioni vengono proposte all’interno di un evento pubblico e familiare, si veicola un messaggio preciso. Si tratta di uno spettacolo costruito per lo sguardo maschile, in cui il corpo delle donne è oggetto da guardare, da giudicare e da consumare.
Secondo l’Istat, gli stereotipi di genere restano profondamente radicati: più della metà degli adolescenti continua a valorizzare le donne principalmente per i canoni estetici. Questi stereotipi sono riconosciuti dalla Convenzione di Istanbul come una delle radici culturali della violenza maschile.
Nel 2025, secondo le stime Istat, circa 6,4 milioni di donne italiane (il 31,9%) hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita.
Non si tratta di una sessualità libera e plurale. Si tratta della riproduzione di uno sguardo che riduce le donne a corpo da esibire.
E questo, in uno spazio pubblico frequentato anche da bambine e adolescenti, non è un dettaglio secondario: trasmette e normalizza un modello problematico.
Agiamo in maniera intersezionale perché le oppressioni non viaggiano separate. Razzismo e sessismo si intrecciano e si rafforzano a vicenda.
Troviamo quantomeno sconcertante che, mentre si strumentalizza la morte di un uomo per attaccare chi chiede verità e giustizia, si trovino anche le energie per mettere in discussione il lavoro di centri antiviolenza e di associazioni come SOS Donna, che a Faenza operano da anni con serietà e discrezione.
Nel 2024 in Italia erano attivi 409 Centri antiviolenza e le richieste di aiuto sono in aumento. Mettere in discussione il loro lavoro in nome di una “sicurezza” astratta è un paradosso che non può passare inosservato.
Respingiamo fermamente qualsiasi tentativo di strumentalizzare la violenza contro le donne per alimentare narrazioni discriminatorie o razziste. I dati ufficiali smentiscono alla radice l’equazione infondata che collega la violenza all’origine geografica o alla cittadinanza dell’autore: basti pensare che il 93,4% delle donne italiane uccise subisce il delitto per mano di un cittadino italiano (dati del Ministero dell’Interno). La violenza non ha cittadinanza, ma radici culturali e patriarcali ben precise.
I commenti razzisti e sessisti che vediamo ormai quotidianamente non fanno che avvalorare la tesi che i problemi esistano e siano ancora profondamente radicati. L’odio non può essere normalizzato né usato come strumento politico.
Faenza Multietnica continuerà a fare il proprio lavoro: solidarietà concreta, contrasto al razzismo e alle discriminazioni, costruzione di comunità. Non ci interessa la polemica, ma lavorare sui fatti.
Faenza Multietnica


