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Omicidio Musiani, il criminologo Di Giacomo: «Se la violenza diventa reputazione nel gruppo, il problema è più profondo del singolo pestaggio»

La morte di Nicola Musiani, il 54enne di Pinarella deceduto dopo l’aggressione subita nella notte del 19 luglio, ha profondamente scosso la comunità. Mentre l’inchiesta della magistratura prosegue per ricostruire responsabilità e dinamica dell’aggressione, sul caso interviene Aldo Di Giacomo, criminologo ed esperto di fenomeni criminali, responsabile del Centro Italiano di Analisi Criminologica.

La sua analisi si concentra non soltanto sulla violenza esercitata in gruppo, ma su alcuni dei possibili meccanismi che possono alimentarla: il ruolo della reputazione all’interno del gruppo, la scelta della vittima percepita come più vulnerabile e la possibile percezione di impunità.

Di seguito pubblichiamo integralmente l’intervento del criminologo

«Nel caso della morte di Nicola Musiani, l’aspetto criminologicamente più delicato non è soltanto la violenza esercitata in gruppo. Se troveranno conferma le dichiarazioni secondo cui uno dei giovani si sarebbe successivamente vantato del pestaggio, allora dovremmo interrogarci su un fenomeno ancora più preoccupante: la trasformazione della violenza in uno strumento di riconoscimento e reputazione all’interno del gruppo». Lo afferma Aldo Di Giacomo, criminologo ed esperto di fenomeni criminali.

Quattro giovani sono attualmente detenuti con l’accusa di omicidio in concorso aggravato dai futili motivi, mentre la posizione di un sedicenne è all’esame della Procura per i minorenni. Le responsabilità individuali e l’esatta dinamica dei fatti dovranno naturalmente essere accertate dall’autorità giudiziaria. «Occorre essere molto prudenti – sottolinea Di Giacomo – perché le dichiarazioni emerse nell’ambito delle indagini devono ancora essere verificate. Ma proprio per questo possiamo ragionare non sulle responsabilità personali, bensì sul fenomeno che eventualmente descrivono».

Secondo Di Giacomo, esiste infatti una differenza sostanziale tra una violenza che nasce e si esaurisce nell’immediatezza di un conflitto e una violenza che, successivamente, viene raccontata, rivendicata o trasformata in elemento di prestigio. «Quando l’aggressione non termina con l’ultimo colpo, ma continua nel racconto che se ne fa dopo, cambia la natura stessa del fenomeno. La violenza può diventare una sorta di capitale simbolico da spendere nel gruppo: serve a dimostrare forza, superiorità, appartenenza. Ed è proprio questo meccanismo che può rendere alcuni episodi particolarmente pericolosi, perché l’atto non viene percepito soltanto come trasgressione, ma come qualcosa capace di aumentare il proprio status agli occhi degli altri».

C’è poi un secondo elemento che, secondo Di Giacomo, merita attenzione: la vulnerabilità della vittima. «Se sarà confermato che Musiani è stato inizialmente provocato facendo riferimento alla sua condizione personale e alla sua presunta fragilità, dovremo porci un’altra domanda: perché proprio lui? In alcuni episodi di violenza di gruppo, la scelta del bersaglio non è casuale. Una persona percepita come marginale, isolata o più debole può diventare un obiettivo sul quale il gruppo misura la propria forza con un rischio percepito più basso».

Per Di Giacomo, questo elemento distingue il caso da una semplice lite degenerata: «Qui non basta parlare genericamente di rabbia o perdita dei freni. Se le ricostruzioni investigative saranno confermate, bisognerà comprendere se ci troviamo di fronte a una dinamica nella quale la debolezza percepita della vittima e il bisogno di affermazione all’interno del gruppo si sono incontrati, producendo una violenza che ha progressivamente perso ogni rapporto con l’eventuale motivo iniziale».

Un ulteriore elemento, ancora da verificare, riguarda le dichiarazioni attribuite al minorenne sulla convinzione di poter subire conseguenze limitate proprio in ragione dell’età. «Anche su questo bisogna evitare conclusioni premature – precisa Di Giacomo – ma, qualora fosse confermato, sarebbe un dato molto significativo. La percezione dell’impunità, anche quando è completamente distorta rispetto alla realtà giuridica, può incidere sul comportamento molto più della pena effettivamente prevista. In criminologia conta infatti non soltanto quale sanzione esista, ma quale rischio il soggetto creda concretamente di correre nel momento in cui agisce».

«Il punto centrale – conclude – è capire se siamo davanti soltanto a un’aggressione collettiva finita tragicamente oppure a qualcosa di più complesso: una violenza utilizzata per affermare identità, ruolo e forza all’interno di un gruppo. Se fosse così, il problema non inizierebbe quella notte e non terminerebbe con quella notte».