Il gruppo di cittadini Salviamo i pini: “Il pino domestico non è il nemico delle nostre città”
Desideriamo porre una riflessione alla luce degli ultimi accadimenti riguardanti il futuro delle nostre città.
È in corso in tutta Italia una lotta spietata agli alberi, che raggiunge la massima violenza grazie a vere e proprie campagne di odio e disinformazione sul pino domestico, molto spesso erroneamente indicato persino dai tecnici come “pino marittimo”. Segno per eccellenza del Bel Paese, piantato da millenni e non a caso denominato “italico”, o “domestico”, cioè “di casa nostra”, fonte dei pregiatissimi pinoli e caratterizzato da proprietà salutari – si piantava attorno ad ospedali e sanatori -, simbolo di fertilità, longevità, eternità e di inconfondibile straordinaria bellezza ovunque: città, campagne, siti monumentali e archeologici, pinete, località di villeggiatura costiere. Cancellando millenni di storia, cultura e paesaggio, il pino domestico viene ora sottoposto ad una sorta di radicale pulizia etnica. Causa di tutte le mancate manutenzioni di strade e marciapiedi, infestante con aghi, resina e radici, fastidioso, debole e pericolosissimo, è additato da qualche anno come responsabile principale degli effetti dei cambiamenti climatici.
Grottesco che la diceria e lo sterminio tocchi in prima linea i pini di Ravenna, che ha il pino domestico come proprio simbolo dalla notte dei tempi: la città infatti è ai vertici nazionali per quanto riguarda cementificazione e fonti fossili, vere principali responsabili dei disastri in corso. Molto facile, per la politica e le amministrazioni, alle prese, nel migliore dei casi, con servizi esternalizzati di taglialegna, bilanci corti, rincari, incompetenze, lavori, potature e scavi pessimamente eseguiti, e frotte di cittadini insofferenti, lanciare slogan semplici di facile presa con cui individuare i presunti responsabili su cui scaricare rabbia, paure e responsabilità. Racconto già visto per le alluvioni, ad esempio.
Solo qualche anno fa era normale piantarne, come sempre fatto da centinaia di anni: chi oggi propone di ripiantare un pino domestico è quasi sempre additato come un folle impostore. La narrazione appare facile da dimostrare: nei nostri territori, specie nelle località costiere, la maggior parte degli alberi esistenti sono pini: di conseguenza, quando cadono alberi per le bufere, questi sono per la gran parte pini. Eppure, a ben guardare, non cadono solo i pini: dove passano le raffiche più forti cadono tutte le specie, e crollano anche pali, pensiline, tettoie, parapetti e molto altro. Ma delle opere dell’uomo non si può fare a meno, mentre degli alberi vivi tranquillamente sì.
Dunque, quando sarà terminata l’eradicazione del pino domestico e ci accorgeremo che la furia dei venti non è cessata, anzi, magari aumentata, prenderemo coscienza che cadono altri tipi di alberi, finché diventeranno folli impostori anche coloro che proporranno di ripiantare querce, tigli, pioppi, frassini, platani… gli alberelli innocenti della cosiddetta “forestazione urbana” bufala greenwashing, lasciati seccare e che potrebbero compensare gli adulti abbattuti solo se piantati in grandissimo numero e massimizzare le quantità di carbonio assorbito solo dopo circa 30-50 anni. Il tutto mentre si delineano scenari di grave emergenza idrica, che devono far riflettere sulla reale fattibilità di queste operazioni.
Dunque, territori e città sempre più roventi e in piena crisi climatica dovrebbero interrogarsi con lucidità sul loro futuro: un futuro che, viste le premesse, si preannuncia senza alberi.
Il gruppo di cittadini “Salviamo i pini di Lido di Savio e Ravenna”


