Ravenna, una “giornata particolare” ai Chiostri Francescani: Cazzullo incanta con Dante, Muti riceve il Premio e chiede di illuminare meglio la Tomba del Poeta
I Chiostri Danteschi pieni come non mai. Aldo Cazzullo ha accompagnato il pubblico in un viaggio da San Francesco a Dante, da Leonardo a Michelangelo, fino all’Ulisse della Commedia. Poi Riccardo Muti ha ricevuto il Premio Dante 2026.
Una mattina così, a Ravenna, non capita tutti i giorni. Domenica 20 settembre, per la giornata conclusiva della quindicesima edizione di Prospettiva Dante, i Chiostri Francescani hanno accolto un pubblico eccezionalmente numeroso: persone sedute ovunque fosse possibile, molte in piedi e altre sedute al sole. Giovani e anziani, ravennati e visitatori, tutti arrivati per ascoltare.
Il festival, promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna con la direzione scientifica dell’Accademia della Crusca, si è così chiuso con una mattinata che è andata ben oltre il semplice appuntamento conclusivo. Da una parte Cazzullo, capace di attraversare secoli di storia e cultura italiana per riportare Dante dentro le domande del presente; dall’altra Muti, che proprio attraverso Dante ha parlato di musica, educazione, memoria e futuro. Due interventi diversi, ma uniti da un’idea comune: la cultura non è un’eredità da conservare sotto vetro, bensì qualcosa da comprendere, amare e trasmettere.
L’intervento di Cazzullo è durato quasi un’ora, senza che il tempo sembrasse passare. Il giornalista e scrittore ha cominciato da San Francesco, “la basilica è proprio lì, a pochi passi dalla Tomba di Dante”. E da San Francesco è arrivato a Dante, dalla scelta della lingua italiana alla nascita del Rinascimento, passando attraverso i libri, il lavoro, le donne, la libertà, l’umanesimo, Leonardo e Michelangelo. Fino a tornare a uno dei personaggi più moderni della Commedia: Ulisse.
Un viaggio apparentemente enorme, ma tenuto insieme da una sola domanda: essere italiani in un tempo nel quale la conoscenza e la cultura sembrano avere sempre meno spazio?
Partendo da Dante, Cazzullo ha portato il pubblico direttamente nel presente. In un’epoca nella quale la tecnologia sembra poter sostituire prima il corpo e poi persino la mente dell’uomo.
“Perché l’Umanesimo ci serve in questo momento della storia? Perché l’abilità dell’uomo è calpestata, è messa in discussione. L’uomo viene sostituito, il nostro corpo sostituito dagli umanoidi, dai robot, la nostra mente dall’intelligenza artificiale. L’uomo sembra quasi diventato inutile”. E allora il sapere, la cultura, i libri, la musica non sono qualcosa di decorativo. Diventano una forma di difesa dell’umano.
Cazzullo ha insistito su un punto: il contrario della cultura non è semplicemente l’ignoranza. «Siamo tutti ignoranti», ha ricordato. Il problema è «compiacersi di essere ignorante».
Da qui il viaggio nell’uomo rinascimentale, nell’uomo che, come Socrate, sa di non sapere e proprio per questo continua a cercare, a mettersi in viaggio, a superare i limiti conosciuti. Ed ecco Ulisse.
Cazzullo ha restituito al pubblico i versi del canto XXVI dell’Inferno, raccontando il viaggio dell’eroe oltre le colonne d’Ercole, verso l’ignoto. Non l’Ulisse di Omero che torna a casa, ma quello immaginato da Dante, che decide di proseguire verso occidente insieme ai suoi compagni. “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.”
La frase è risuonata ai Chiostri come una risposta anche al presente. Conoscere, imparare, andare oltre i confini del già conosciuto: è questa, nella lettura di Cazzullo, una delle grandi lezioni di Dante. E il viaggio di Ulisse ha permesso di arrivare anche a Cristoforo Colombo, all’esplorazione del mondo, alla spinta dell’uomo verso ciò che ancora non conosce.
L’intervento di Cazzullo, ha visto protagonisti anche San Francesco e i grandi del Rinascimento, per raccontare come l’Italia è nata dalla cultura: l’Italia del Trecento e del Quattrocento era al centro del mondo non soltanto per la ricchezza economica, ma per la capacità di trasformare quella ricchezza in bellezza, cultura, arte. Nascevano banche e università, mentre la cultura italiana diventava un riferimento europeo.
Poi sono arrivati Leonardo e Michelangelo (raccontati con quel gusto narrativo che rende magnetico Cazzullo, ndr). Due grandi artisti, due personalità diversissime, entrambe profondamente legate a Dante, due modi diversi di rappresentare l’uomo.
“Noi indegnamente siamo italiani come loro, parliamo la loro stessa lingua, viviamo nelle loro stesse città”, ha detto Cazzullo, arrivando al cuore del suo discorso. Perché l’Italia è una potenza culturale e linguistica, un’identità costruita nei secoli attraverso Dante, gli artisti, la letteratura, la musica e la capacità di trasformare la bellezza in un linguaggio comprensibile al mondo. Ed è proprio per questo che, secondo Cazzullo, dovremmo essere più consapevoli della fortuna che abbiamo ricevuto: “Io spero che i nostri figli e i nostri nipoti, ma noi stessi, siamo consapevoli della fortuna che abbiamo: essere italiani“.
Il tema della lingua è tornato più volte, fino a diventare uno dei fili conduttori della mattinata. Per Cazzullo difendere la lingua italiana significa difendere la capacità di pensare, di esprimere sentimenti, di comprendere la complessità. E su questo punto il passaggio a Riccardo Muti è stato quasi naturale.
Il Maestro, prima ancora di parlare di sé e del premio appena ricevuto, ha voluto complimentarsi con Cazzullo. “È un esempio di che cos’è l’italiano colto. Quindi Aldo, ecco, oggi noi abbiamo imparato. Questo è stato un insegnamento. Abbiamo imparato, portiamo a casa qualche cosa che ci ha arricchito dentro”.
È stato il modo migliore per introdurre il tema che più sta a cuore a Muti: l’insegnamento.
Il Premio Dante 2026 è stato consegnato al Maestro da Mirella Falconi Mazzotti, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna, e da Domenico De Martino, direttore artistico di Prospettiva Dante. Alla cerimonia erano presenti Antonio Patuelli, presidente della Cassa di Ravenna e ideatore del Festival Dantesco, il sindaco di Ravenna Alessandro Barattoni e il prefetto Raffaele Ricciardi.
La motivazione ha riconosciuto a Muti il suo impegno nella tutela e nella valorizzazione della cultura e della lingua italiana e il lavoro attraverso il quale ha restituito all’opera italiana la sua unità di musica, parola e teatro, con particolare attenzione anche alla formazione delle giovani generazioni.
Ma Muti, come spesso accade, ha trasformato la cerimonia in qualcosa di molto personale. Il Maestro ha raccontato dei suoi maestri, della scuola italiana, delle lezioni ricevute quando era ragazzo, degli insegnamenti che non si trovano necessariamente nei libri. Ha ricordato quanto sia importante trasmettere ai giovani ciò che si è imparato. E ha aggiunto un concetto che sembra quasi una dichiarazione di metodo: “Mentre insegni, tu impari”.
Un passaggio che ha riportato anche alla sua esperienza musicale e ai maestri dai quali ha ricevuto una tradizione che non poteva essere contenuta interamente nei libri.
Poi, ancora una volta, la lingua. Muti ha difeso con ironia e passione l’italiano, spiegando che la sua forza non sta nell’essere semplicemente “migliore” delle altre lingue, ma nel suo rapporto profondo con la musica, “La lingua italiana è musica”.
Da qui la sua critica all’uso indiscriminato di termini inglesi quando esiste una parola italiana perfettamente comprensibile. Una difesa che non nasce dalla chiusura verso le altre culture, ma dalla convinzione che una lingua vada conosciuta, rispettata e utilizzata con consapevolezza. Perché, ha osservato il Maestro parlando dell’importanza del linguaggio, “se il linguaggio diventa povero, vuol dire che dentro siamo poveri”.
È lo stesso filo che aveva attraversato la conferenza di Cazzullo: la cultura non è un ornamento, ma ciò che consente all’uomo di non diventare superfluo.
“Quella piccola tomba è un punto di riferimento del mondo”
E poi Ravenna. Muti ha raccontato di come, tornando a casa, veda gli edifici della città illuminati. Poi, però, lo sguardo cade su quel piccolo vicolo.
E lì c’è la Tomba di Dante.
Il Maestro ha rivolto direttamente al sindaco una richiesta: quella Tomba dovrebbe essere illuminata meglio. Non soltanto per Ravenna, ma perché quel luogo, ha sottolineato, rappresenta qualcosa che va molto oltre la città: “Quella piccola tomba non è dell’Italia, è un punto di riferimento del mondo”.
Una frase che contiene forse il senso più compiuto di questa mattinata: Ravenna custodisce Dante, ma Dante non appartiene soltanto a Ravenna. E la cultura italiana, quella che Cazzullo ha raccontato attraverso San Francesco, la Commedia, il Rinascimento, Leonardo e Michelangelo, è qualcosa che Muti continua a portare nei grandi teatri del mondo.
Il Premio Dante a Muti chiude la XV edizione
Il Premio Dante 2026 arriva dopo quello assegnato nel 2025 a Paolo Rumiz e chiude una quindicesima edizione di Prospettiva Dante che ha portato appuntamenti ai Chiostri Danteschi, ai Musei Byron e del Risorgimento e al Teatro Alighieri.
«Il culto di Dante non è solo un impegno per statuto della Cassa di Ravenna che ha fortemente voluto e sostenuto Prospettiva Dante e della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna che la organizza, ma è una parte dell’anima, del dna, della cultura fondante dell’Italia e di Ravenna in particolare», ha sottolineato Antonio Patuelli.
E forse non poteva esserci conclusione più coerente per il Festival: prima Cazzullo, con la sua cavalcata attraverso otto secoli di cultura, capace di riportare Dante dentro le domande dell’uomo contemporaneo; poi Muti, che ha ricevuto il premio ma ha finito per parlare soprattutto di ciò che ha ricevuto a sua volta dai propri maestri.
Alla fine, a restare è proprio questa idea: la cultura vive se qualcuno la consegna a qualcun altro.
E questa mattina, ai Chiostri Francescani è stata davvero “una giornata particolare,”.










