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Verlicchi (Per la Buona Politica): “Linguaggio inclusivo: rispetto sì, imposizioni no”

Ho letto con attenzione le “Linee guida per il linguaggio di genere e delle differenze” predisposte dall’Unione dei Comuni della Bassa Romagna.

Ne condivido l’intento generale: la comunicazione pubblica deve essere chiara, rispettosa, accessibile e libera da stereotipi e discriminazioni. Condivido alcune indicazioni concrete: chiamare una donna “dirigente”, “sindaca”, “ministra” o “assessora” quando questa è la forma che lei stessa preferisce; evitare asimmetrie nel modo di presentare uomini e donne; ricorrere, quando sono più semplici, a espressioni come la “cittadinanza”, “il personale”, “chi partecipa”. Trovo inoltre corretta la prudenza verso asterischi e schwa nella comunicazione istituzionale: un’amministrazione deve prima di tutto farsi capire da tutti.

Le mie perplessità riguardano il rischio che una scelta linguistica diventi una prescrizione culturale. Non credo che il maschile plurale, quando indica un gruppo misto, sia di per sé discriminatorio: è una caratteristica consolidata della grammatica italiana.

Penso inoltre che ciascuno debba poter scegliere come essere chiamato, nell’ambito della pluralità degli usi che la nostra lingua consente, senza che l’amministrazione stabilisca una forma obbligatoria.

Da tempo, ritengo che la parità tra uomini e donne non si conquisti attraverso la declinazione al femminile di un titolo. Dire “ministra” invece di “ministro”, “sindaca” invece di “sindaco” o “direttrice” invece di “direttore” o “medica” invece di “medico” può essere corretto e naturale, ma non è quella la parola a rendere una donna all’altezza del ruolo che ricopre. Sono il lavoro, la competenza, la responsabilità e i risultati a dimostrarlo.

Lo dico anche sulla base della mia esperienza. In molti anni di lavoro (sindacato, istituzione pubblica, impresa), ho operato in ambienti a maggioranza femminile, anche in ruoli apicali, e ho avuto modo di conoscere e apprezzare donne le cui qualità professionali e i cui meriti erano, a mio giudizio, superiori a quelli di diversi dirigenti uomini. Non ho mai pensato che avessero bisogno di una particolare protezione linguistica per essere riconosciute.

Per questo considero le Linee guida uno strumento utile se servono a scrivere meglio e a evitare stereotipi, ma meno condivisibili se diventano un codice di conformità linguistica.

La Pubblica amministrazione dovrebbe essere inclusiva senza essere pedagogica, rispettosa senza essere prescrittiva e attenta all’evoluzione della lingua senza pretendere di governarla.

La parità, in definitiva, si misura nei fatti: nelle opportunità, nelle responsabilità affidate, nel riconoscimento del merito e nei risultati. Le parole possono accompagnare questo percorso. Non possono sostituirlo.

Silvano Verlicchi– Associazione Per la Buona Politica