Grazie al casco refrigerante, in aumento le pazienti oncologiche dell’Umberto I di Lugo che non perdono i capelli

Sono oramai passati due anni dalla donazione, da parte dell’Istituto Oncologico Romagnolo al Reparto di Oncologia dell’Ospedale “Umberto I” di Lugo, del Paxman Scalp Cooler, del casco refrigerante per evitare alle donne in chemioterapia l’effetto collaterale più temuto e riconoscibile dei trattamenti: la calvizie. Il bilancio dell’utilizzo del macchinario è più che positivo: su 137 pazienti che si sono sottoposti alla procedura da gennaio 2018 circa il 70% ha presentato un’alopecia di grado lieve o nulla. Si tratta di un dato in forte crescita, spiegano dall’ospedale lughese, rispetto al primo consuntivo tracciato nel 2019, ad un solo anno dalla donazione, quando la percentuale si attestava intorno al 56%. Infine, solo il 12% delle persone che hanno provato il Paxman Scalp Cooler ha dovuto rinunciare al trattamento, quasi tutti per un’eccessiva sensazione di freddo. “Un’ottima notizia – proseguono dall’ospedale – anche alla luce del fatto che, recentemente, l’Istituto Oncologico Romagnolo ha donato la medesima strumentazione all’Oncologia dell’Ospedale “degli Infermi” di Faenza, facendosi capofila di una raccolta fondi che ha visto la grande collaborazione di varie realtà imprenditoriali del territorio e privati”.

“C’è sempre una curva d’apprendimento con le nuove strumentazioni, per cui il nostro personale sta sicuramente migliorando nell’utilizzo del casco – spiega il dott. Claudio Dazzi, Responsabile dell’Oncologia dell’Umberto I – inoltre probabilmente abbiamo imparato a selezionare in maniera più precisa i pazienti che possono giovarsene. Dico i pazienti perché, nonostante la caduta dei capelli sia un tema sentito prevalentemente dalle donne, 6 soggetti che ne hanno richiesto l’utilizzo erano uomini: una piccola percentuale, ma che ci dice come spesso sia un problema sentito anche dai malati di sesso maschile. La maggior parte delle persone che si sono sottoposte al trattamento contro la caduta dei capelli erano comunque di sesso femminile tra i 50 e i 70 anni, fascia d’età in cui l’impatto dei tumori femminili, per cui utilizziamo ancora farmaci alopecizzanti, è maggiore. Tuttavia non mancano pazienti giovani, per cui la calvizie è un problema ancor più sentito sia da un punto di vista psicologico che sociale. Vorrei però sottolineare anche l’impatto che ha questa strumentazione sul personale sanitario nonostante porti loro lavoro aggiuntivo, grazie al casco refrigerante le infermiere lavorano in un clima più sereno, con la possibilità di prendersi cura non solo della malattia ma anche della persona. L’alopecia aggiunge pena e disperazione ad una situazione già pesante: poter rispondere a questa esigenza del paziente rende meno complicato anche il momento della prima visita, che di solito è il più delicato essendo quello della comunicazione della diagnosi. La persona arriva preparata al peggio: questo crea un clima di tensione che non aiuta l’instaurarsi dell’alleanza tra medico e paziente, necessaria in un percorso di cura così lungo. Il fatto di avere uno strumento che dà la possibilità di scongiurare un effetto collaterale molto impattante per la donna ma anche per l’uomo contribuisce a creare un clima diverso durante il primo colloquio”.

Arrivano parole di gratitudine anche dalle pazienti che hanno provato l’apparecchiatura. Ivonne Pasini ha dichiarato: «Mi ero organizzata con la parrucca oncologica donata dallo IOR tramite il Progetto Margherita, ma per fortuna è rimasta nell’armadio. Ho avuto un leggero diradamento dei miei capelli ma niente di veramente visibile, tant’è che i miei amici stentavano a credere fossi in chemioterapia. Poter mantenere la mia chioma è stato molto importante perché, nonostante la brutta esperienza, mi ha permesso di trascorrere le mie giornate con un sorriso in più, evitando la pena di dovermi guardare allo specchio e vedermi completamente pelata».

«Purtroppo, prima di ammalarmi, avevo già vissuto sulla mia pelle l’esperienza di un mio caro che aveva perso i capelli a causa della malattia – aggiunge Elisa Moretti – è stato un evento traumatico che mi ha segnato molto e che ricordo ancora vividamente. Mantenere i miei capelli mi ha permesso di non rivivere quel brutto periodo sulla mia pelle, e soprattutto di non farlo rivivere ai miei cari. Sottoporsi al “Paxman” significa stare anche tre o quattro ore nella stessa stanza, ma non mi ha pesato: in questo modo ho potuto condividere le mie angosce, le mie paure, con altre persone che vivevano la medesima brutta esperienza, persone con cui si è creato un bel rapporto e che sento anche ora che sono guarita. L’unico effetto collaterale che si prova è una forte sensazione di freddo: ma per quello ci sono le infermiere che con un’attenzione, una coccola, un sorriso, aiutano a rendere tutto molto più sopportabile».

Il funzionamento del macchinario è molto semplice: mantenuto sulla testa del paziente da mezz’ora prima del trattamento a un tempo che oscilla tra l’ora e le tre ore dopo, mantiene una temperatura intorno ai -4°. In questo modo i capillari che arrivano al bulbo pilifero si restringono e la percentuale di farmaco chemioterapico che raggiunge il capello tramite il flusso sanguigno diminuisce in maniera drastica.