Paolo Tarlazzi (Direttore Sanitario): Oncologia riapre dopo Pasqua, i test rapidi sul personale dicono che gli asintomatici sono pochissimi

"Finalmente le misure di contenimento intraprese mostrano la loro efficacia contro la diffusione del virus. Perciò, bisogna continuare così, senza abbassare la guardia"

Per la quarta settimana consecutiva facciamo il punto della situazione Covid-19 con il Direttore Sanitario dell’Ospedale di Ravenna Paolo Tarlazzi. E per la prima volta da quando lo intervistiamo si respira un’aria decisamente diversa. Non che Ravenna abbia mai raggiunto i drammatici picchi della pandemia della provincia lombarda o di città come Piacenza e Reggio Emilia, per rimanere in regione, tuttavia qui, anche solo una settimana fa, l’aria era certamente più pesante. Adesso il virus sembra mollare un po’ la presa e il peggio pare davvero alle spalle, come va ripetendo nel corso delle sue dirette Facebook anche il Commissario regionale Sergio Venturi.

L’INTERVISTA

Dottor Tarlazzi, i dati degli ultimi giorni sono incoraggianti, sia in Regione che a Ravenna. C’è stato quel cambio di passo che si sperava. Il peggio è davvero passato?

“Effettivamente i dati cominciano ad avere una cera solidità, non sono il frutto solo di qualche giorno positivo, ormai è un trend. A Ravenna, a parte qualche giorno in cui abbiamo avuto picchi di nuovi casi un po’ elevati, in media ci si attestava su 25-30 nuovi casi giornalieri, ma negli ultimi giorni questa quota si è abbassata a 20, poi 10 e meno di 10. Questo significa che finalmente le misure di contenimento intraprese hanno cominciato a dare i loro frutti e mostrato tutta la loro efficacia contro la diffusione del virus. Perciò, bisogna continuare così, senza abbassare la guardia.”

Questo vuol dire anche che l’Ospedale di Ravenna e, più in generale, le strutture sanitarie lavorano in condizioni di minore stress rispetto alla fase più acuta?

“Sì. È diminuito il trend di ingresso dei pazienti sicuramente positivi e sta aumentando l’ingresso di pazienti non affetti da Covid-19 o comunque non sospetti di averlo contratto. Il tema più delicato adesso è quello della gestione del paziente sospetto. Un paziente su cui non è ancora stato fatto il tampone o che ha un primo tampone risultato negativo, tuttavia presenta una sintomatologia che lascia supporre l’insorgenza della malattia. Stiamo diversificando il nostro percorso interno individuando una zona di ricovero per questi pazienti.”

Anche a Ravenna le terapie intensive dedicate al Covid-19 sono in riduzione?

“Sì, anche questo è un trend positivo che stiamo vedendo. Dovuto in parte all’evoluzione della pandemia. In parte alla maggiore conoscenza dell’eziologia della patologia: quindi una migliore pratica delle terapie e delle cure. Le informazioni e le esperienze maturate sul campo e messe in circolo aiutano tutti noi a gestire meglio i pazienti e consentono di ottenere il risultato che per fortuna meno pazienti devono essere intubati e mandati in rianimazione.”

Lo stato attuale è sempre un terzo dei letti dell’Ospedale Santa Maria delle Croci adibiti a pazienti Covid-19?

“Sì. Attualmente abbiamo circa 150 ricoverati complessivamente. E nei prossimi giorni, al massimo 8-10 giorni, dovremmo attivare ulteriori 35-37 posti letto in una delle due degenze di Medicina Interna per i pazienti sospetti Covid-19, per attuare meglio il protocollo di cui le parlavo prima. In modo tale che questi pazienti non debbano soggiornare al Pronto Soccorso né debbano essere ricoverati insieme agli altri pazienti Covid positivi, perché in questo caso se non fossero ammalati lo diventerebbero.”

Come procede il ripristino del reparto di Oncologia? 

“Come si sa, qui abbiamo avuto un focolaio che si è generato da un paziente, e poi il virus si è diffuso fra gli altri pazienti e gli operatori, coinvolgendo in maniera importante tutta l’Oncologia. Oltre ai casi di cui abbiamo già parlato la settimana scorsa, ne abbiamo registrato altri in seguito. Dell’équipe di 9 medici più il primario, 4 medici sono diventati positivi e sono in quarantena a casa, mentre 3 dottoresse invece erano già a casa in gravidanza. Attualmente, l’unità operativa può disporre di due medici, del primario e di un medico specializzando. Oltre ai medici sono stati colpiti poi anche diversi infermieri del reparto.”

Quindi un reparto con il personale decisamente a scartamento ridotto.

“Sì. Di fronte a questa situazione, abbiamo chiuso il reparto la settimana scorsa per la sanificazione e la riorganizzazione e l’abbiamo tenuto chiuso anche questa settimana. I ricoveri e pazienti oncologici li stiamo comunque gestendo in day hospital, dove l’attività sta continuando con personale che è arrivato da Lugo e Faenza o con altri colleghi di altri reparti. Abbiamo invece lasciato cautelativamente a casa fino a mercoledì prossimo il personale infermieristico del nostro day hospital, già risultato negativo al tampone una settimana fa. Cioè facciamo loro il secondo tampone che speriamo sia ancora negativo e con questo personale “pulito” riprendiamo l’attività di day hospital a pieno regime e anche la degenza ordinaria graduale in Oncologia.”

Quindi la prossima settimana pensate di riaprire Oncologia?

“Sì. In maniera graduale, con cautela, perché non vogliamo assolutamente che si generi un altro cluster d’infezione.”

Un altro segnale importante di un cambiamento della situazione riguarda il Pronto Soccorso. Arrivano meno persone con i sintomi del Covid-19. Non è così?

“In questi giorni la percentuale di pazienti sicuramente positivi o sospetti e quindi comunque indirizzati verso un percorso Covid-19 rispetto ai pazienti normali, cioè con altre patologie, è andata riequilibrandosi intorno al 50 e 50. Due o tre settimane fa avevamo quasi totalmente pazienti con sintomi legati o riconducibili al Covid-19. Adesso la virulenza del virus sta decrescendo e stanno ritornando le patologie tradizionali.”

Sono state attivate queste unità speciali di medici a domicilio (Usca o Unità sanitarie di continuità assistenziale). Come funzionano?

“Questo servizio riguarda il territorio e non è di mia competenza. Posso solo dirle che sono state messe in piedi due équipe di medici che hanno iniziato la loro attività che va ad integrarsi con tutta quella assistenza domiciliare già attivata – medici, infermieri, assistenti sociali – che monitorano e verificano continuamente le condizioni dei pazienti Covid-19 dimessi dall’Ospedale e trasferiti a casa, per ultimare la loro convalescenza.”

Da ultimo, come sta procedendo lo screening del personale sanitario con gli esami sierologici?

“Stiamo facendo questo screening da una settimana circa, da lunedì siamo a regime. Finora abbiamo già effettuato un numero rilevante di test rapidi, circa 350-400. Ma possiamo fare fino a 150-200 test al giorno. Il limite è costituito dalla effettiva disponibilità del kit e dalla necessità di effettuare test in modo mirato e intelligente, non a tappeto in modo indiscriminato, procedendo per blocchi di unità operative.”

L’obiettivo è capire se ci sono casi di positività agli anticorpi e/o casi di acquisita immunità?

“Esatto”.

Quanti casi avete riscontrato su 350-400 test?

“Quattro o cinque casi di positività agli anticorpi. Sui quali ora dobbiamo indagare di più con la sierologia e il dosaggio immunoenzimatico per capire appunto se hanno acquisito immunità al virus.”

Quindi solo 4 o 5 sanitari su diverse centinaia sono venuti a contatto con il virus. È molto incoraggiante.

“Naturalmente dobbiamo escludere da questo quadro i sanitari già positivi e in quarantena, sui quali non facciamo questi tipi di test. In ogni caso, sì, il dato è molto incoraggiante. Vuol dire che il personale in servizio rispetta le norme di sicurezza, le buone pratiche di igiene, protezione e precauzione contro le malattie infettive.”

Questo significa che alcuni sanitari potrebbero avere acquisito immunità, lo verificherete. Ma la stragrande maggioranza non è ancora venuta a contatto con il virus, quindi è “pulita” e allo stesso tempo deve continuare a proteggersi e a usare tutte le precauzioni del caso.

“Assolutamente sì. Questa cosa è interessante e importante anche per il discorso dei cosiddetti asintomatici, di cui si parla spesso. Cioè persone che potrebbero essere state infettate dal virus ed essere quindi potenzialmente contagiose pur non presentando sintomi. Da questo nostro campione, vediamo che tutti questi asintomatici di cui si parla non ci sono, anzi, probabilmente ce ne sono pochissimi. In caso contrario il nostro screening avrebbe dovuto dare altri risultati. Quindi, che ci siano meno asintomatici di quelli che si paventano è sicuramente una buona notizia.”