Cava Monte Tondo è l’ora della verità: obiettivo raggiungere rapporto equilibrato tra ambiente e presenza umana

Extinction Rebellion Faenza, Fiab Faenza, Giovani Democratici Emilia-Romagna, Legambiente Lamone Faenza e Associazione WWF Ravenna ODVA muovono congiuntamente un appello ai gestori della Cava Monte Tondo, spiegando i motivi secondo cui, i suddetti gruppi, ritengono sia ora di operare una scelta ben precisa: valorizzare le risorse pubbliche del territorio oppure restare a guardare i danni che vanno via via accumulandosi in quello che è un tesoro naturale, ovvero il Parco regionale della Vena del Gesso romagnola. A fine anno 2020 la Regione Emilia-Romagna si è regalata uno studio per la “Valutazione delle componenti ambientali, paesaggistiche e socioeconomiche” in relazione al proseguimento dell’attività estrattiva del Polo Unico Regionale del gesso in località Monte Tondo, nei Comuni di Riolo Terme e Casola Valsenio, commissionandolo ad un raggruppamento temporaneo di Impresa.

“Un atto dovuto per una cava attiva da oltre 60 anni che insiste su un’area protetta, il “Parco regionale della Vena del Gesso romagnola” -dichiarano i gruppi firmatari dell’appello, scendendo maggiormente nei particolari- il cui valore ambientale, storico e culturale di portata unica ha contribuito ad un rilancio economico e turistico di un territorio che negli anni del dopo guerra poteva contare su poche risorse.

La scelta delle amministrazioni locali di favorire e autorizzare una cava di gesso a cielo aperto, quindi con costi estrattivi vantaggiosi rispetto alle cave in miniera, fu una svolta economica significativa per l’economia locale, attribuendole anche il riconoscimento di polo unico estrattivo regionale del gesso.
Nel corso dell’anno 2000 lo studio inerente all’ennesimo ampliamento, affidato all’“Agenzia Regionale Prevenzione e Ambiente” (ARPA) e formalmente recepito nel PIAE e nel PAE (cioè i piani di attività estrattiva), stabiliva due vincoli: un quantitativo massimo (4.500.000 mc) di gesso estraibile, nonché l’area massima dove proseguire l’estrazione. Raggiunti questi limiti, (in particolare quello dell’area massima di estrazione del gesso) che garantivano l’attività per un lasso di tempo sufficientemente lungo per riconvertire il polo produttivo presente a Casola, l’attività estrattiva doveva cessare.

Quindi venti anni fa le parti in causa condivisero un patto, circa l’attuazione di questi vincoli, ovvero veniva accettata una ulteriore e consistente distruzione dell’ambiente allo scopo di avere il tempo sufficiente per trovare una diversa collocazione occupazionale per i dipendenti coinvolti nell’attività della cava e della produzione di cartongesso.
Oggi, a fronte dell’ennesima richiesta della multinazionale di espandere l’area di estrazione, le amministrazioni pubbliche sembrano dimenticare di non avere onorato i patti condivisi venti anni fa.

Le indicazioni che usciranno dal nuovo studio non potranno quindi non tenere conto di quanto stabilivano gli studi precedenti. In sostanza, se sarà concesso un ampliamento dell’area estrattiva, si ripartirà, per l’ennesima volta, da un “punto zero”, come dal 1958 (anno di inizio dell’attività estrattiva) chiedono e ottengono i cavatori, come se la cava non sia mai esistita.
Gli enti locali direttamente interessati non possono continuare a non ritenere prioritaria la salvaguardia di uno straordinario “bene comune” qual è la Vena del Gesso romagnola. Ritenere la distruzione dell’ambiente una risposta alle necessità locali è il segno di un diffuso degrado culturale che considera il paesaggio prevalentemente un bene di consumo da sfruttare sino a distruggerlo.

Vi è una diversa ed estesa sensibilità culturale che richiede siano avviate attività di valorizzazione di tutto il territorio: “ecoturismo, didattica, tutela del paesaggio, anche agricolo, recupero dei siti archeologici”, attività che possono creare importanti occasioni economiche e occupazionali, anche qualificate.
La multinazionale in questione, il gruppo Saint-Gobain, si definisce, sul proprio sito “leader nell’edilizia sostenibile e nei materiali e soluzioni pensati per il benessere di ciascuno ed il futuro di tutti” ed è stata inserita tra le prime 100 aziende più innovative al mondo; dovrebbe avere, quindi, tutto il know-how necessario per avviare la riorganizzazione produttiva, anche con materiali alternativi al gesso, e per garantire il futuro occupazionale degli attuali e di altri lavoratori.

Siamo davvero di fronte ad una scelta: o un territorio su cui investire risorse pubbliche e idee per raggiungere un equilibrato rapporto tra ambiente e presenza umana affinché ogni attività antropica sia resa ecocompatibile, o una cava che continuerà a distruggere un luogo costituito da tesori naturali unici e irripetibili, patrimonio per le prossime generazioni”.

Commenti

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  1. Scritto da Patrizia

    Attenzione a rompere le scatole a una multinazionale, ci mette zero secondi a chiudere e lasciare i lavoratori fuori dalla porta. Il pianeta e’ grande e il gesso lo possono trovare altrove.