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RAVENNA E LA PANDEMIA UN ANNO DOPO / 5 / Paolo Bassi, Infettivologo: “vacciniamoci, aumentiamo le difese, è la premessa per vincere la battaglia”

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Il dottor Paolo Bassi è Primario di Malattie Infettive all’Ospedale Santa Maria delle Croci e da un anno è in prima linea nella guerra al Covid in provincia di Ravenna: 365 giorni in trincea nel suo reparto a Ravenna, al Pronto Soccorso ma anche al Covid Hospital di Lugo. “È stata una prova molto molto dura… e se non c’era la mia famiglia la sera a casa, i figli, ad aspettarmi… sarebbe stato tutto ancora più difficile.” Si commuove Paolo Bassi mentre ricorda e racconta, e il suo coinvolgimento emotivo così forte e spontaneo mi colpisce. Chissà come ha vissuto quest’anno, quante e quali immagini gli sono passate davanti, quanta sofferenza ha interiorizzato in un’esperienza umana che vale tante vite? Lo ricordavo pacato e riflessivo al Liceo Classico mezzo secolo fa e poi l’ho rivisto quest’estate a Marina di Ravenna, durante un incontro sempre per parlare di Covid. Era sorridente, affabile, e non aveva perso quella calma giovanile. Ha un approccio ottimistico e comprensivo: “Fra tecnici e scienziati a volte c’è troppa protervia e supponenza nel dire le cose” ammette. Ma non si nasconde che la situazione è ancora complicata e servirà tanta pazienza per uscire dalla pandemia: “Abbiamo i vaccini e abbiamo davanti l’estate. – dice – Ma attenzione a non commettere gli stessi errori dell’estate scorsa, quando gli assembramenti di Ferragosto hanno fatto i danni che conosciamo. E allo stesso tempo, non c’è il liberi tutti con i vaccini: io mi sono vaccinato ma porto ancora la mascherina… finché non ci saremo vaccinati tutti, bisognerà continuare a proteggerci.”

L’INTERVISTA

Dottor Bassi, quando il 21 febbraio 2020 c’è stato il primo caso in Italia, a Codogno, che cosa ha pensato?

“A dirla tutta, all’inizio sinceramente non mi aspettavo il dramma che abbiamo vissuto. Noi infettivologi siamo abituati ai virus e al fatto che tutte le influenze e le pandemie influenzali o semi-influenzali di un certo tipo partono dall’Asia e in particolare dalla Cina. Perché le condizioni di vita che ci sono là, in particolare in Cina, ma non solo, favoriscono il salto di specie dei virus, quello che si chiama spillover, per cui il virus passa dal mondo animale agli umani. Come sappiamo, in certe aree rurali e in certe condizioni, esseri umani e animali vivono in stretto contatto, in modo anomalo. Da qui sono nate l’aviaria, la Sars e altre malattie virali anche degli ultimi anni. All’inizio ho pensato che il nuovo virus fosse un altro episodio di questa serie, che si aggiungeva poi alla solita influenza annuale. Anche perché virus della famiglia dei Coronavirus esistevano già in Italia, noi li conoscevamo, ma non avevano mai provocato più di un raffreddore.”

Quindi anche lei è stato colto di sorpresa?

“Subito sì, certo. Poi dopo l’episodio di Codogno le cose sono precipitate in fretta. Fra l’altro, in quei giorni lì, in zona si era tenuto un importante convegno nazionale di pediatria e alcuni colleghi che vi avevano preso parte mi hanno subito coinvolto nella faccenda. Dopo la prima sorpresa, fin da primi giorni abbiamo capito che le cose erano molto più serie di altre volte: questo Coronavirus non scherzava e non era un semplice raffreddore.”

Il 28 febbraio ci fu il primo contagiato anche a Ravenna. Poi a marzo c’erano i reparti pieni di malati di Covid in ospedale e ci fu il primo decesso in provincia. Tutto accadde molto in fretta.

“Certo. Perché subito si è evidenziata un’altissima contagiosità del Covid-19. Il virus attaccava le vie respiratorie e, soprattutto, provocava una polmonite interstiziale che in situazioni di immunodeficienza – cioè nelle persone anziane oppure anche in persone giovani ma con diverse patologie come diabete, obesità, ipertensione – evolveva in forme gravi, che richiedevano la ventilazione non invasiva dei pazienti oppure nei casi più complicati anche la ventilazione invasiva e quindi l’intubazione in terapia intensiva. Questa situazione qui ci è piombata addosso drammaticamente: mi viene in mente un parallelo con la Prima Guerra Mondiale, quando i Russi si ritirarono dalla guerra e così gli Austriaci vennero all’attacco e sfondarono a Caporetto. Non eravamo preparati. Ma non solo qui, dico in Italia e ovunque nel mondo: la sanità era organizzata in base a criteri di razionalizzazione dei servizi e della spesa per una gestione della normalità, ma non era assolutamente pronta a gestire un’emergenza come questa.”

Paolo Bassi

Non avevate all’inizio nemmeno la giusta dotazione di camici, mascherine e di altri supporti per svolgere al meglio il vostro lavoro.

“Non completamente. Noi agli infettivi abbiamo una certa dimestichezza con le malattie pericolose e facilmente trasmissibili, siamo abituati a proteggerci, abbiamo sempre avuto anche una buona fornitura di materiali, ma ad un certo punto, quando è arrivata la prima onda d’urto, ci siamo trovati anche noi in seria difficoltà. Dovevamo essere molto attenti nella gestione delle risorse che ci venivano messe a disposizione.”

Dal punto di vista umano e professionale questa esperienza che cosa è stata per lei?

“È stata una prova molto molto dura. Io mi sono subito trovato a far fronte ad un lavoro molto accresciuto con tre medici fuori, perché si erano contagiati. Poi, come sappiamo, è stato creato a Lugo il Covid Hospital, e quindi con un personale semi-dimezzato ci siamo trovati a reggere su due fronti: a seguire sia l’ospedale di Ravenna sia quello di Lugo… (il dottor Bassi a questo punto si è commosso e per qualche momento non è più riuscito a parlare, ndr). Scusi, ma ricordando quei momenti mi commuovo ancora, perché sì, è stata molto dura, una prova terribile. Facevo il pronto soccorso, il reparto, la direzione, le consulenze e se non c’era la mia famiglia la sera a casa, i figli, ad aspettarmi… sarebbe stato tutto ancora più difficile.”

Quando l’hanno intervistata i ragazzi di UPpunto, lei ha detto che anche la fede l’ha aiutata. Me lo conferma?

“Voglio aggiungere che in quel momento il rapporto con la Direzione sanitaria dell’ospedale è stato fondamentale. Era un lavorare insieme, eravamo una squadra. E poi è stato importante che il Direttore sanitario Tarlazzi si sia preoccupato anche delle nostre condizioni e, vedendoci in difficoltà, ci abbia portato in psichiatria, dove un gruppo di psichiatri si era offerto di aiutarci con una forma di sostegno psicologico. È stata una grande cosa. Poi, come si diceva, la fede. Io la considero un dono. In quel momento lì la fede ti fa capire ancora di più la nostra fragilità, e ti dà quell’umiltà necessaria anche a lasciare da parte la superbia del medico, l’idea che la medicina possa risolvere sempre tutto. Questa del Covid è stata un’occasione per tutti per fare un bagno di umiltà e accorgerci prima di tutto di avere uno bisogno dell’altro e, per chi ha fede, anche il bisogno di Dio. Di un Dio buono, che sia al nostro fianco e ci abbracci nei momenti più difficili. Sperimentare tutta questa sofferenza non era un qualcosa che andava sprecato, da buttare via…”

Ha vissuto anche lei una sua via crucis.

“Ecco. Esattamente. Ma non la mia soltanto. Di tanti. Di tanti che sono caduti. Sto pensando a chi non ce l’ha fatta come Mirco Coffari, a queste persone che hanno dato tutto per gli altri… (il dottor Bassi ha un altro momento di commozione, ndr).”

Quanto è stato importante nella prima fase della pandemia il supporto a medici e infermieri da parte della popolazione… supporto che poi un po’ è venuto meno nella seconda fase, in cui siamo tutti più stanchi, esasperati, frustrati?

“È stato di più. È stato come l’ossigeno per una persona a cui manca il respiro. Sentire attorno a noi tanta solidarietà, ci ha fatto sentire meno soli e ci ha dato forza per fare la nostra parte fino in fondo.”

Dottor Bassi, come siamo messi adesso?

“Adesso siamo più preparati. Conosciamo meglio il virus. Abbiamo a che fare con questo indice di trasmissione del virus, questo Rt, che determina le misure di restringimento e di riapertura nelle varie regioni, un apri e chiudi che non sempre è facile da applicare. E che a volte viene applicato in maniera discutibile, senza avere abbastanza riguardo per la vita delle persone e delle attività economiche. Noi tecnici dobbiamo essere più comprensivi. Come si fa a chiudere tutto la sera prima, dopo che le persone si sono organizzate per aprire la loro attività il giorno dopo? Dobbiamo aiutare le persone ad essere attente e rispettose delle regole, perché la contagiosità è altissima e con queste varianti non si scherza: anzi, occhio, può essere ancora maggiore, come stiamo vedendo. Però allo stesso tempo se una struttura mi garantisce il distanziamento, la protezione, la sicurezza, perché non farla lavorare? Chiaro che se le regole non si rispettano allora è facile che si crei il cluster e parta il contagio.”

Io penso che tutto sommato gli Italiani si siano comportati bene nel corso di quest’anno. Adesso emergono segni di stanchezza, è comprensibile, ed è sempre più difficile fare rispettare le regole. Però finora ce la siamo cavata. Ma sempre Italiani siamo. Non siamo Giapponesi, né Coreani, né Nordici. A quelli, se dici fai una cosa e non fare l’altra cosa, in genere loro rispettano le indicazioni. Sono abituati così. Noi Italiani siamo un po’ anarchici e tendiamo ad allargarci. Se consenti un dito, l’Italiano medio si prende la mano… Per questo è così difficile gestire un equilibrato dosaggio fra aperture e chiusure, secondo me.

“Sì, il nostro problema è che spesso cerchiamo di fare i furbi. Ma quello che non s’è capito è che non possiamo fare i furbi con il virus. Perché lui è più furbo di noi. Ovunque vedo persone che in certi contesti si vestono come dei marziani per affrontare le situazioni a rischio e poi si rilassano, abbassano la guardia 10 minuti dopo, quando magari hanno finito il loro lavoro e pensano che sia tutto a posto. Ma non funziona così. Bisogna stare sempre attenti. Mai abbassare la guardia. Come l’abbassi, il virus ti può attaccare e colpire. Ci rilassiamo noi, lui non si rilassa mai. È un concetto molto semplice, perfino banale, ma fatica a entrare nella testa di molte persone.”

Il fatto è che il nostro stile di vita è così da diverse generazioni ed è difficile improvvisamente metterlo in discussione, cambiare le abitudini. Tutta la società gira in un certo modo e non ha ancora imparato a girare in altro modo. Il virus ha inceppato il meccanismo della socialità, che era poi la cosa più bella che avevamo a disposizione.

“Certo. Infatti, anch’io mi chiedo come deve essere difficile soprattutto per i ragazzi vivere in questa maniera. Siamo stati ragazzi anche noi. Non me la sento di andare a pontificare o a redarguire un ragazzo che ha voglia di abbracciare e baciare la sua morosa o viceversa. Mettiamoci nei loro panni. Se fosse capitato a noi, cosa avremmo fatto? Certo in questo momento bisogna stare attenti e certe cose bisogna evitarle. Ma c’è modo e modo di dirlo, di proporlo ai giovani. E a tutti. Bisogna aiutarsi l’un l’altro. Bisogna educare, convincere, non essere troppo impositivi. Fra tecnici e scienziati a volte c’è troppa protervia e supponenza nel dire le cose. Ai giovani bisogna spiegare perché devono stare attenti: perché se si contagiano, a loro succede poco o nulla, ma poi vanno a casa e contagiano i genitori o i nonni. E i nonni ci lasciano la pelle. Serve un’alleanza fra tecnici e società: i giovani, le altre persone, chi fa economia, la società non deve essere vista come un problema o un nemico. Ma come il luogo per collaborare a garantire la salute pubblica, spiegando bene a tutti cosa si deve fare, nella maniera giusta.”

Che cosa si aspetta per i prossimi mesi?

“La lotta contro il virus sarà ancora lunga e dura. In questo momento sono d’accordo con il Governo, la sfida fondamentale è vaccinare tutti il più presto possibile, a partire dalle persone più fragili. Quindi aumentiamo le difese: è la premessa per vincere la battaglia.”

Lei non pensa che ce la caveremo in qualche mese, mi par di capire. Dovremo pazientare ancora parecchio?

“Tutto il 2021. Perché tutto quest’anno sarà dedicato alle vaccinazioni e finché non saremo vaccinati tutti non avremo raggiunto l’immunità di gregge e le difese necessarie. La situazione andrà progressivamente a migliorare. Abbiamo i vaccini e abbiamo davanti l’estate. Ma attenzione a non commettere gli stessi errori dell’estate scorsa, quando gli assembramenti di Ferragosto hanno fatto i danni che conosciamo. E allo stesso tempo, non c’è il liberi tutti con i vaccini: io mi sono vaccinato ma porto ancora la mascherina. Lo ripeto, finché non ci saremo vaccinati tutti, bisognerà continuare a proteggerci.”

Paolo Bassi

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Commenti

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  1. Scritto da mario

    Una persona di rara umanità e competenza scientifica. Grazie dottor Bassi.

  2. Scritto da obezio

    Complimenti Dr.Bassi, avendo conosciuto i suoi genitori devo dire che Lei è all’altezza di suo padre, che sarebbe stato veramente orgoglioso per le Sue competenze e la Sua umanità.

  3. Scritto da Iccibicci

    Penso che il Dottor Bassi sia la persona giusta al posto giusto. Anche io sono certa che il Professore sia orgoglioso di lui.

  4. Scritto da Sergio

    Belle ed umane parole. Tuttavia sono stufo di sentirmi dire “vacciniamoci” quando il vaccino non c’è. Mica siamo una manica di no-vax che rifiuta i vaccini che ci vengono offerti!!! Tutti vorremo vaccinarci. Io il vaccino me lo sarei già acquistato se fosse stato in vendita. Putroppo scontiamo un clamoroso fallimento della intera Ue che non è riuscita ancora a commercializzare un proprio vaccino. Sono queste le cose che contano non le quote latte e la lunghezza minima del pesce da pescare !!!