“Casi pericolosi”, per alcune aziende della provincia si prospetta un autunno grigio

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La luce in fondo al tunnel ancora non appare e per alcune aziende della provincia già si pone il problema di come far fronte alla crisi una volta esaurita la possibilità di ulteriori ricorsi alla cassa integrazione.
Sono sette i casi più delicati.

Nel faentino è il caso di Iemca, Hs Penta e Omaf, in tutto circa 340 lavoratori.

Per tutte e tre, il tetto massimo di 52 settimane di cig scade fra fine ottobre e i primi di novembre: avendo ridotto l’orario lavorativo fino a zero ore, il nuovo sistema di calcolo dei periodi non comporterà per loro alcun beneficio.

Gli scenari che si prospettano per l’autunno appaiono dunque alquanto
foschi.

Tre le soluzioni possibili: un ritorno alla normale attività produttiva, cosa che allo stato attuale appare quanto mai improbabile; l’avvio di un processo di riorganizzazione con la messa alla porta di un’aliquota di dipendenti; il ricorso alla cassa integrazione straordinaria accompagnata da un percorso parallelo di riduzione del numero degli occupati, magari attraverso la mobilità volontaria.

Questa terza ipotesi appare la più credibile.

Passare alla dichiarazione di «esuberi» – o alla mobilità che dir si voglia – una volta esaurito l’intervento della cassa integrazione ordinaria, infatti, significa imboccare un percorso alquanto lungo e laborioso.
Le procedure prevedono infatti un periodo di 45 giorni per tentare di raggiungere un accordo in ambito locale fra azienda e sindacati, al quale potrebbero seguire altri 30 giorni di confronto in ambito provinciale qualora l’accordo stesso non sia stato messo a punto. Il che vuol dire quasi tre mesi senza alcun paracadute per nessuno: né per l’azienda per la quale i costi potrebbero diventare insostenibili, né per i lavoratori privi di ogni integrazione al reddito.

Sempre nel distretto industriale manfredo soffre l’Omsa, ancora in cassa integrazione dopo aver lavorato ad orario ridotto dal 2 febbraio al 3 maggio.

Si arriverà fino alla fine delle ferie estive, poi si vedrà.
Il settore delle calze non ha grandi margini e Nerino Grassi ha interessi forti in serbia, dove la manodopera costa molto meno ed i dazi doganali sono più bassi rispetto all’Italia.

Così, in autunno, non ci sarà da stupirsi se ritornerà di moda parlare di riorganizzazione o di cambio della proprietà.

Per i 350 dipendenti della storica industria manifatturiera non è ancora tempo tirare il fiato.

Passando al distretto lughese, la Gallignani di Russi ha ricominciato l’ennesima ristrutturazione, passando per la mobilità di una trentina di persone.

L’industria russiana è in crisi, manca di liquidità e molti sostengono anche di progettualità (come dimostrano i troppi cambi di consulenti negli ultimi anni). Se il mercato non riprende dopo l’estate, la situazione potrebbe cambiare ulteriormente in peggio.

La situazione è molto delicata anche nell’agroalimentare con i casi
alfonsinesi di Romagnole e Contarini che, seppur diversi, interessano oltre 150 lavoratrici scarsamente specializzate (e quindi difficilmente riconvertibili) del territorio.
Entrambe lavorano soprattutto frutta sciroppata e anche qui, come per Omsa, il mercato regala margini di guadagno ridotti all’osso.
Alla Romagnola, che di fatto ha lavorato poco nell’ultima stagione, ci sono due istanze di fallimento in atto: la prima, risalente a maggio, fatta dai dipendenti (senza stipendio da dicembre) nel mese di maggio; la seconda, dei giorni scorsi, è quella di un artigiano locale che vanta dei crediti.
Alla Contarini la partita è più complessa.
La società non ha liquidità, ma ha mantenuto intatta la produzione. Proprietà, istituzioni e sindacati sono alla ricerca di nuovi soci, ma non è facile.
Si attende anche l’accreditamento in Regione.

Infine una buona notizia.

Eccetto alcuni impiegati, alla Cisa IR in luglio tutti lavoreranno ad orario pieno.
Nessun ricorso alla cassa integrazione, quindi, nella maggiore azienda manifatturiera del territorio: è una buona notizia in una panorama in cui continuano a prevalere dati di ben altro segno.
Il ritorno al normale ritmo produttivo sarebbe dovuto a ordini che hanno imposto di rimettere in funzione linee e prodotti giudicati ormai al tramonto, come le storiche elettro-serrature Pc.
Si tratta di una provvidenziale boccata d’ossigeno che però rischia di scompaginare in qualche misura tempi e obiettivi dello stesso piano industriale dell’azienda.

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