Quantcast

Strade per uscire dalla violenza: intervista a Nadia Somma di Demetra Donne in aiuto di Lugo

La responsabile della comunicazione del centro illustra i dati del 2016 ed entra nel vivo di un tema, quello della violenza sulle donne, attuale più che mai, anche sul nostro territorio

Più informazioni su

Sono 108 le donne che hanno subito violenza e che nel corso del 2016 si sono presentate al Centro antiviolenza Demetra Donne in Aiuto di Lugo. Un numero che è cresciuto esponenzialmente a partire dalla fine del 2005, quando il centro è stato aperto il 17 ottobre. Per alcuni anni, le richieste hanno “galleggiato” attorno a qualche decina, poi hanno cominciato a crescere: 70 nel 2010, 122 nel 2014, 110 nel 2015, per arrivare al dato attuale, che comprende anche le accoglienze in casa rifugio per situazioni di estrema emergenza.

 

A testimonianza che il tema della violenza sulle donne è di stringente attualità bastano le cronache (nazionali e locali), infarcite quasi quotidianamente di episodi di questo tipo, ma le denunce, o le richieste di aiuto che pervengono ai centri antiviolenza sono solo la punta dell’iceberg di un fenomeno che pervade la società e che è ampiamente sottostimato.
Ne abbiamo parlato con Nadia Somma, referente per la comunicazione del centro Demetra di Lugo, che proprio in questi giorni ha presentato i dati sul lavoro svolto nell’ultimo anno.

Nadia, perché quest’exploit degli ultimi anni, sono cresciuti i casi di violenza o c’è più disponibilità a richiedere aiuto?
“La risposta è di certo legata ad un maggior radicamento del Centro sul territorio. Le donne hanno cominciato a conoscerci, a fidarsi e a cercarci di più. Si tratta dell’emersione di un fenomeno che restava silenzioso, che non trovava risposte”.
“Per questo ci tengo a sottolineare – aggiunge – che l’impegno dell’Unione dei Comuni della Bassa Romagna nel sostegno al nostro centro, finanziando i progetti, è stata una scelta di responsabilità importante: se sostieni i centri antiviolenza, sostieni le donne, se c’è una risposta, anche la domanda, che altrimenti resta inespressa, arriva”.

Questa è la spiegazione anche del dato relativo alla provenienza comunale delle donne che accedono al Centro: il 37% delle donne accolte è residente nel comune di Lugo. Gli altri comuni maggiormente rappresentati sono Bagnacavallo (8,42%) e Alfonsine (8,42%). “Il centro antiviolenza si trova nel centro di Lugo – precisa Somma – per cui le lughesi lo conoscono di più e per loro è più facile raggiungerlo”.

Sfatiamo subito un altro mito, quello che gli uomini violenti siano prevalentemente gli stranieri. Certo, anche questa purtroppo è una realtà: il 38,9% delle donne che si sono rivolte a Demetra nel 2016 sono straniere, ma la metà di loro ha subito violenza da uomini italiani. La restante parte è rappresentata da italiane e, gli autori delle violenze sono in 44 casi italiani, in 23 casi stranieri (in 20 casi non è stato possibile determinare la nazionalità dell’aggressore per problemi relativi alla rilevazione dei dati). Nella maggioranza dei casi, l’aggressore è il partner, marito (43) convivente (19), fidanzato (1) o l’ex (6). Solo in 3 casi si tratta di un estraneo. Sul totale, le fasce di età più rappresentate sono quelle delle 30-39enni (24 casi) e delle 40-49enni (33 casi).

Rispetto alle richieste di aiuto ricevute, quante sono le donne che riescono effettivamente ad uscire da relazioni violente?
“Questo è un dato complesso da estrapolare ed è importante averlo con esattezza, perché costituisce la cartina tornasole del nostro lavoro. Di certo posso dire che quanto è più stretto il rapporto con il Centro, tanto più è facile l’uscita dalla violenza e l’interruzione del rapporto violento. Le donne passate dalla casa rifugio sono tutte riuscite ad interrompere i loro legami violenti”.

Nel Centro Demetra di Lugo lavorano a vario titolo, tra dipendenti e volontarie, una ventina di operatrici. Ci sono quattro persone stipendiate, attive sul fronte dell’accoglienza, dell’assistenza psicologica e del sostegno alla genitorialità (2 operatrici e 2 psicologhe), quattro o cinque avvocate, che seguono a titolo gratuito le questioni legali (separazioni, divorzi, denunce, cause, ecc…) e per il resto, personale volontario ma tutto altamente e costantemente formato sui temi della violenza.

Perché è tanto importante la formazione?
“Perché il pregiudizio, lo stereotipo, è sempre in agguato. Anche dopo anni di lavoro sul tema della violenza può capitare che faccia capolino, perché è la società ad esserne impregnata. Per questo è fondamentale la formazione, altrimenti si rischia di ascoltare una storia di abusi con le lenti del  proprio pregiudizio e non cogliendo la verità della storia della persona che abbiamo davanti e diventa più difficile aiutarla”.

Il centro, ospitato all’interno della Casa del Volontariato in corso Garibaldi 116, è attivo su più fronti, dalla risposta all’emergenza, ai percorsi di ascolto ed accoglienza e tanto altro. È aperto dal lunedì al giovedì dalle 9 alle 12 e il venerdì pomeriggio dalle 15 alle 18, con una segreteria attiva h24 (0545 27168). In ogni caso è possibile fissare un appuntamento.

Il cuore delle attività è costituito dall’accoglienza delle donne che si presentano personalmente o tramite telefonate. Con loro comincia un percorso di ascolto, fatto di un colloquio a settimana. Quasi tutti i giorni ci sono incontri, con donne nuove o di prosecuzione del percorso iniziato.

Poi ci sono le consulenze legali: le avvocate che collaborano con Demetra lavorano su base volontaria. Offrono consulenza legale, dando informazioni, oppure il gratuito patrocinio per seguire cause, divorzi o separazioni se una donna non si può permettere di pagare. Seguono anche le denunce, per violenza, per stalking, l’iter delle richieste di allontanamento, sollecitando, se necessario, le tempistiche in tribunale.

Inoltre c’è lo sportello lavoro, per il reinserimento lavorativo delle donne che hanno subito violenza. È un progetto finanziato dalla Regione, che prevede colloqui di orientamento e valutazione delle competenze, la costruzione del curriculum, la ricerca di lavoro, l’attivazione di tirocini. Nel 2016 lo sportello ha accolto 37 donne di cui il 70% straniere.

Esiste però anche un problema legato all’emergenza. Ci sono donne che scappano di casa, con o senza i figli, per sottrarsi alla violenza, oppure che vengono letteralmente sbattute fuori di casa dopo aver subito aggressioni fisiche o psicologiche, magari nel mezzo della notte, senza un posto in cui andare. A questo scopo esiste un numero di cellulare in dotazione alle forze dell’ordine, pronto soccorso, polizia municipale e servizi sociali, con reperibilità h24. Da fine 2006 a settembre 2010 la disponibilità oraria era solo dalle 10 alle 23. Poi nel 2010 è stato interrotto per mancanza di fondi e dal 2013 al 2016 è stato sostenuto con un nuovo progetto, il progetto Pegaso. Dal 1° gennaio di quest’anno la reperibilità in emergenza è stata estesa alle 24 ore, 7 giorni su 7, grazie all’approvazione del progetto L’Unione fa la differenza, che mette insieme le forze del Centro Demetra con quelle del Centro Sos Donna di Faenza e il sostegno delle Unioni comunali della Bassa Romagna e del comprensorio faentino.

Una parte delle donne accolte in emergenza trova spazio nella Casa Rifugio Kalimera, un luogo ad indirizzo segreto, messo a disposizione da una cittadina della Bassa Romagna, che l’ha donato al Centro in comodato gratuito. È attiva dal 1° settembre 2014, e l’ospitalità è rivolta a donne residenti nei nove comuni della Bassa Romagna o in qualunque parte d’Italia. Accoglie su richiesta diretta delle stesse donne o  del servizio sociale, purché la donna sia attivamente coinvolta nella richiesta e voglia intraprendere il percorso presso la struttura di ospitalità. Le donne che intendono essere ospitate nella struttura non hanno alcun vincolo di fare querele o denunce.

Cosa si può fare di più o cosa si può fare meglio nella lotta alla violenza sulle donne?
Lavorare sui pregiudizi e sulla formazione degli operatori che si occupano di donne che hanno subito violenza, il personale delle forze dell’ordine, quello sanitario di pronto soccorso, nei servizi sociali, ecc… E poi, lavorare attentamente sui protocolli di intervento, perché vengano rispettati. Se una donna si rivolge alle forze dell’ordine, è importante che le venga prospettata la possibilità di rivolgersi ad un centro antiviolenza, oppure che si possa parlare agli aggressori con cui si viene in contatto, dell’esistenza del centro M.uo.viti – Mai più uomini violenti, che si occupa di interventi di prevenzione e trattamento per contrastare la violenza nelle relazioni affettive (ha sede in via Mazzini 61 a Ravenna, n.d.r.)”.

“Ancora – continua Somma -, che i referti di pronto soccorso in caso di violenza vengano stilati opportunamente: con reperti fotografici o, se la donna specifica che è stato il marito/compagno/ex, che venga riportato sul referto. Ad oggi esiste ancora un pregiudizio in proposito, gli operatori temono di incorrere in una denuncia per calunnia a precisarlo, cosa non vera. E così viene riportato un generico “opera terzi”, che potrebbe rendere meno efficace la denuncia”.

“Può accadere poi – conclude – anche da parte di operatori specializzati, all’interno dei servizi sociali, o nei tribunali, che la violenza venga scambiata per conflitto, per cui uomo e donna vengono messi sullo stesso piano e la donna viene ritenuta corresponsabile di ciò che accade. Può avvenire per esempio nei casi di violenza psicologica. Per la cultura che abbiamo interiorizzato, può accadere che restrizioni di libertà palesemente violente, come vietare di uscire o di farlo con le amiche, costringere a rinunciare al lavoro, o ingerenze nella gestione dei soldi, siano ritenute richieste giustificabili o comprensibili. Questo crea un processo di rivittimizazzione della donna, che non trova ascolto nemmeno in chi sarebbe deputato ad aiutarla”.

Claudia Folli

Più informazioni su