Dentro sentenza di condanna di Cagnoni: femminicidio, premeditato e crudele, con una chiara firma

“Seppure in mancanza di una confessione… il quadro indiziario è talmente grave e univoco che non possono sussistere di fatto, in base alla semplice lettura logica degli elementi a carico, reali dubbi sulla prova piena della responsabilità”. La premessa ai motivi per i quali la Corte d’Assise d’Appello di Bologna ha confermato la condanna all’ergastolo di Matteo Cagnoni non lascia margini di dubbio: fu il dermatologo ravennate ad uccidere brutalmente la moglie Giulia Ballestri, a compiere il femminicidio. Un delitto premeditato e crudele, una punizione “esemplare” nei confronti della moglie che aveva deciso di lasciarlo.

C’è uno stereotipo culturale alla base della violenza di genere, si legge nella sentenza, “per cui la relazione con la donna è vissuta da un lato come dominio, dall’altro come assoluta fusione, come negazione dell’autonomia e financo dell’identità dell’altra al punto di sfociare, qualora tale sopraffazione venga messa in discussione, in feroce violenza”.  Lo stesso stereotipo “che appare permeare il sentire di Cagnoni”.

A questo proposito le  articolate e puntuali motivazioni redatte dal Consigliere relatore, la dottoressa Luisa Del Bianco, ripercorrono il calvario psicologico di Giulia prima della “resa dei conti finale”, inseriscono le azioni compiute da Cagnoni prima e dopo in un contesto di premeditazione, di lucida e fredda determinazione. La scelta degli strumenti di morte, l’ultima umiliazione del corpo abbandonato nudo e agonizzate sono gli elementi di uno scenario di indicibile crudeltà.

Le quasi 180 pagine di considerazioni e di integrazioni  che motivano la sentenza di secondo grado contro Matteo Cagnoni conferiscono al quadro accusatorio delineato durante il processo celebrato a Ravenna una logica ancora più stringente, con l’aggiunta in più di una circostanza inedita, considerata dalla Corte d’Assise d’Appello “di assoluto e decisivo rilievo” per la colpevolezza dell’imputato: quando la mattinata del 16 settembre 2016 Cagnoni uscì da solo dalla villa abbandonata di via Padre Genocchi a Ravenna indossava abiti diversi da quelli che indossava quando era entrato.

Considerazioni e integrazioni che smontano uno per uno i motivi di appello dei difensori di Cagnoni: Giovanni Trombini e Francesco Dalaiti nel processo di primo grado, l’avvocato Gabriele Bordoni nel processo di secondo grado.

GIULIA BALLESTRI, VITTIMA DI FEMMINICIDIO

Ma entriamo nel merito di alcuni punti  della sentenza. In Italia, ogni 72 ore, una donna viene uccisa  da un marito, da un fidanzato, da un convivente, da un ex: da un uomo, insomma, con il quale ha condiviso un percorso di vita e che non la vuole lasciare andare. Anche la morte di Giulia Ballestri non sfugge alla logica perversa del femminicidio.

Giulia vuole uscire da un ménage matrimoniale nel quale si sente soffocare, vuole rifarsi una vita con un’altra persona. Il marito la fa pedinare, la minaccia. Ad un certo punto sembra acconsentire alla separazione, ma quando l’accordo sembra cosa fatta, lei scopre che lui ha fatto intestare tutti i suoi beni al fratello.

“Come emerso pacificamente dagli atti, – recita la sentenza – Cagnoni aveva una personalità fortemente narcisistica, molto legata al suo apparire perfetto nella società altolocata di Ravenna, dove una separazione dalla moglie, legata alla scelta da parte di Giulia di un uomo, che ricopriva una posizione sociale e culturale certamente giudicata dall’imputato inferiore alla sua, rappresentava una ferita insopportabile, così come era insopportabile una perdita di potere su sua moglie, che fino a quel momento era stata passiva e dipendente dalle sue scelte e decisioni, al punto di smettere di lavorare su sua indicazione, rinunciando ad una propria indipendenza, di assumere psicofarmaci su sua indicazione, pur non essendo egli uno psichiatra, di accettare di essere inviata dal marito, nel pieno della crisi coniugale, dal medesimo psicologo (e amico del marito)”.

Un delitto premeditato, quello di Giulia Ballestri e anche a questo proposito la sentenza della Corte d’Assise di Bologna sposa la ricostruzione effettuata dai giudici di primo grado.

Matteo Cagnoni

LA PREMEDITAZIONE

Il giorno prima della tragedia, il 15 settembre 2016, Cagnoni si reca in via Genocchi per portare il bastone di legno di pino utilizzato nella prima fase dell’aggressione, dei vestiti di ricambio, dell’acqua per lavarsi, visto che nella villa abbandonata l’acqua non c’è. La mattina dopo, poco dopo le 9, Cagnoni, dopo avere fatto colazione con la moglie alla pasticceria Le Plaisir, alla guida della sua Mercedes C arriva in via padre Genocchi ed entra con lei nella villa maledetta. L’ha convinta ad andare con lui con un pretesto: fotografare un quadro.

In realtà lo stesso quadro era stato fotografato l’8 settembre dallo stesso Cagnoni che aveva già inviato lo scatto ad un mercante d’arte al quale il 14 settembre scrive che, due giorni dopo, 16 settembre avrebbe ultimato le fotografie dei dipinti. Questo significa, si legge nella sentenza, che il dermatologo “aveva già deciso che, venerdì mattina, sarebbe andato ad uccidere la moglie”.

Sempre il 14 settembre Cagnoni telefona alla clinica privata bolognese Villa Toniolo per disdire gli appuntamenti del 16 settembre con alcuni suoi pazienti e interrompe bruscamente anche i rapporti con l’investigatore privato al quale aveva dato l’incarico di pedinare la moglie: “decisione – si legge nella sentenza della Corte d’Assise d’Appello  – che appare essenziale per la realizzazione del piano criminoso, giacché se Cimatti avesse continuato a seguire e sorvegliare Giulia Ballestri, avrebbe preso diretta coscienza dei movimenti della donna (e del Cagnoni che era con lei), anche nel giorno del delitto”. 

Funzionale  “a precostituirsi un alibi”  la telefonata fatta lo stesso giorno ad una carissima amica per proporle un incontro il 16 mattina (incontro che non si è concretizzato per impegni della donna). A rafforzare la tesi della premeditazione ci sono una serie di messaggi WhatsApp inviati da Giulia al suo nuovo amore, Stefano Bezzi. Giulia è nello stesso tempo arrabbiata e impaurita, dice che il marito ha in serbo per lei un programmino. Bezzi le scrive preoccupato: “Ti porto via”, ma lei teme di non potere vedere più i suoi tre figli.

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LA CRUDELTÀ

Quello che accade dentro la villa, quella mattina del 16 settembre di tre anni fa è qualcosa di terribile e crudele. L’aggressione “fu feroce, lunga, volontariamente lunga ed estremamente dolorosa”. La mattanza inizia sul ballatoio, continua nel salone. Giulia esanime viene trascinata lungo le scale fino alla cantina. Non muore subito, la sua agonia si protrae almeno per un quarto d’ora: tanto basta, dicono i giudici della Corte d’Assise d’Appello, per ritenere che sussista l’aggravante della crudeltà.

Ma è anche indice di “raccapricciante cinismo e crudeltà” la scelta “di un mezzo di inflizione di sicure sofferenze come un randello”, fra l’altro abbandonato insanguinato sul luogo del delitto, presumibilmente per “far attribuire l’omicidio a soggetti ignoti”. Non solo. “Indice di efferatezza e mancanza di pietas è anche la spogliazione della vittima, compiuta all’evidente e unico fine di infliggere un’ultima umiliazione”.

IL CAMBIO DI ABITI

Alle 11 circa Cagnoni torna alla sua Mercedes ed ovviamente è solo. La visione della Corte delle immagini videoregistrate delle telecamere della Guardia di Finanza che si trova nei pressi della villa abbandonata, consente di notare un particolare non evidenziato nella sentenza di primo grado ma – come dicevamo – considerato decisivo: quando entra nella villa insieme a Giulia, Cagnoni indossa una giacca scura e dei pantaloni chiari, quando circa due ore dopo vengono fatte scattare le luci di posizione dell’auto del dermatologo parcheggiata in via Genocchi si vede avvicinarsi alla Mercedes “una figura con pantaloni scuri e giacca chiara (vestiti quindi evidentemente cambiati da Cagnoni nel frattempo, essendo gli abiti indossati in precedenza pieni di sangue)”.

Le telecamere non riprendono il caricamento degli oggetti relativi al delitto, compresi i cuscini delle poltroncine del ballatoio, dove è avvenuta la prima fase dell’aggressione. Questo perché, scrive la dottoressa Del Bianco, “la figura di Cagnoni che si avvicina all’auto è coperta da lento passaggio di due autovetture che si scostano solo quando gli stop posteriori della Mercedes si accendono e l’auto viene messa  in moto”, Cagnoni non viene quindi ripreso mentre apre la portiera e sale sull’auto, ma che i cuscini trovati nella villa di Firenze dei genitori del dermatologo siano stati caricati dopo il delitto è “logicamente provato” dal fatto che fossero intrisi del sangue di Giulia. Del resto quando Cagnoni il 16 settembre arriva nella casa dei genitori a Firenze, come testimoniano le riprese delle telecamere della villa, i cuscini erano nel suo bagagliaio.

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IL RITORNO SUL LUOGO DEL DELITTO

Nei giorni immediatamente successivi al suo arrivo, Cagnoni appare impegnato in una intensa attività di smaltimento di oggetti che estrae dall’auto: oggetti che vengono imbustati, riposti dietro una siepe, poi di nuovo rimessi nel bagagliaio. Il 17 settembre, il giorno dopo il delitto, Cagnoni torna nella casa di via Padre Genocchi presumibilmente per pulire e prendere altri oggetti. Agli inquirenti dirà che è andato a trovare una sua zia a Firenze, che le ha portato dell’acqua.

Tra gli oggetti che con ogni probabilità porta via dalla villa abbandonata c’è la borsa bianca di Giulia che comparirà nelle riprese della videosorveglianza nel tardo pomeriggio del 18 settembre, dopo il ritorno di Matteo Cagnoni nella villa paterna.

Quasi tutti gli oggetti legati in qualche modo al delitto vengono smaltiti: non si troveranno mai i vestiti di Giulia, il suo cellulare e appunto la sua borsa bianca, ma i cuscini non vengono buttati, perché? Perché trattandosi di oggetti cari ai suoi genitori pensa di poterli ricollocare dopo la ripulitura.

Cagnoni infatti, sostengono i giudici della Corte d’Assise d’Appello, “è convinto di avere del tempo avanti a sé per cancellare tutte le prove”.

Nel suo comportamento ci sono molte incongruenze, quasi delle ingenuità, ma del resto lui non è un killer professionista: non ha pensato alle telecamere di sorveglianza della villa dei genitori, non ha pensato che il segmento del ramo di pino potesse essere ricondotto alla villa al mare di Marina Romea, non ha pensato che, ubbidendo ad un gesto abitudinario, inserire l’allarme nella villa disabitata di via Padre Genocchi sarebbe stato come mettere la sua firma in calce al delitto e così via.

“Scavare nelle incongruenze della sua condotta non porta pertanto a ricavarne a contrario la prova della sua innocenza”, scrivono i giudici della Corte d’Appello.

Ed ancora: nel disegno articolato e puntiglioso della sentenza tutte le tessere trovano una loro giusta collocazione, a formare un mosaico terribile ma praticamente perfetto.

La sentenza dà una spiegazione convincente anche sul Dna sconosciuto trovato sotto le unghie di Giulia: le unghie della vittima sono integre, e sotto le unghie appunto non ci sono tracce di pelle. Si esclude quindi che il Dna appartenga ad un aggressore sconosciuto e quindi l’elemento perde di rilevanza.

Infine la richiesta di perizia psichiatrica avanzata dai difensori alla vigilia del processo di Corte d’Assise d’Appello rivolta ad accertare la capacità di intendere e di volere di Cagnoni al momento del fatto. Una mossa “a sorpresa”, visto che Cagnoni ha sempre dichiarato la sua innocenza.

Com’è stato scritto, questa richiesta è stata respinta e al tema vengono dedicate diverse pagine della sentenza. La Corte d’Assise d’Appello non può fare a meno di notare, del resto lo aveva già fatto il Procuratore generale Gianluca Chiapponi nella sua requisitoria, come questa richiesta sia stata formulata per la prima volta in appello e che “in primo grado la difesa non ha mai chiesto una perizia psichiatrica sull’imputato, né paventato qualsivoglia infermità psichica dello stesso”.

LA PIENA CAPACITÀ DI INTENDERE E VOLERE

Viene ripresa la “deposizione qualificata dello psicologo Tadolini” resa anch’essa durante il processo celebrato in Corte d’Assise a Ravenna: “il predetto psicologo che ha seguito l’imputato dal periodo antecedente al suo matrimonio, quindi per più di dieci anni, seppure in modo non continuativo, ha espresso una valutazione di personalità narcisistica e vendicativa, ma non ha neppure paventato una incapacità di intendere e di volere legata a disturbi psichici”.

Lo stesso professor Ferracuti, docente di psicologia clinica alla Sapienza di Roma, il cui parere è stato allegato ai motivi aggiunti all’atto di appello, nell’elaborato a corredo dell’istanza di richiesta degli arresti domiciliari del 22 marzo 2017 “omette di menzionare qualsiasi grave disturbo della personalità precedente la carcerazione e attribuisce allo stress della detenzione” il disagio dell’imputato.

“In alcun modo – proseguono i giudici – il professor Ferracuti  ha formulato, neppure in via ipotetica, una diagnosi di disturbo di personalità grave, in virtù del quale, nel corso di un grave episodio dissociativo, Cagnoni potrebbe aver commesso il delitto”, giudizio invece formulato nel parere tecnico che porta la data del primo settembre di quest’anno e allegato ai motivi dell’appello. Parere espresso alla luce di un ulteriore colloquio effettuato il 3 febbraio 2018, in base alla lettura della sentenza di primo grado e sulla visione della documentazione medica carceraria oltre che su un test diagnostico eseguito il 30 aprile del 2018 allo scopo di verificare la compatibilità fra la detenzione carceraria e lo stato di salute del detenuto. Ad ogni buon conto, “nessuna diagnosi di infermità psichica in tutto il periodo di detenzione (né antecedente) è stata mai fatta all’imputato, a cui i curanti non hanno mai prescritto, stando alla documentazione acquisita in atti, antipsicotici, ma solo ansiolitici ed antidepressivi”.

Per quanto riguarda l’altro parere tecnico allegato ai motivi dell’appello a cura del dottor Ciraso specializzato in psichiatria forense viene sostenuto nelle conclusioni  “con grande probabilità, la sussistenza di un vizio parziale di mente”, ma, affermano i giudici della Corte d’Assise d’Appello, il tecnico “non motiva in alcun modo come tale astratta ipotesi possa inserirsi nel caso concreto”.

Il  comportamento tenuto da Cagnoni dopo il delitto e nei giorni successivi prima del suo arresto (cancellare le prove, ripulire il luogo del delitto, smaltire gli oggetti) sono al contrario espressione di “fredda e lucida determinazione”. Lo stesso vale per la fuga dalla finestra all’arrivo dei Falchi nella villa dei genitori: condotta non certo da interpretarsi come un attacco di panico, piuttosto, secondo i giudici, “come lucido tentativo di sfuggire all’individuazione come assassino e alla cattura”.

 

 

 

 

 

Commenti

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  1. Scritto da armando

    ….PAZZESCO…..