Nessuna risposta del DAP sul perchè Cagnoni è a Ravenna. Sarà trasferito solo dopo sentenza di Cassazione

Si è svolta ieri mattina, davanti agli uffici del DAP (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) di Bologna, la manifestazione organizzata da Udi, Linea Rosa, Casa delle Donne di Ravenna e Associazione Dalla parte dei minori, per rilanciare l’attenzione su quello che le associazioni organizzatrici ritengono l’ingiusto trasferimento di Matteo Cagnoni dal carcere della Dozza di Bologna, alla casa circondariale di Ravenna, dove è attualmente detenuto.

Quello di ieri mattina è stato l’ennesimo tentativo di ottenere una risposta sul perché di quel trasferimento, dopo l’interpello inviato il 29 novembre 2018, i presidi settimanali davanti al carcere di Ravenna ogni venerdì pomeriggio (che ancora proseguono), la partecipatissima fiaccolata del 12 dicembre 2018 e la raccolta firme che ha coinvolto circa 63mila persone.

Una delegazione delle donne presenti a Bologna davanti agli uffici del DAP, composta dall’avvocata Sonia Lama (Udi) e da Sandra Melandri (Linea Rosa), è stata ricevuta dal Provveditore Regionale per l’Emilia Romagna e le Marche e ha così avuto modo di metterle in mano una lettera che riassume la vicenda e le richieste di spiegazioni, senza però aver ottenuto alcuna risposta in merito.

L’unica nota del Provveditore bolognese, dott.ssa Gloria Manzelli, giunta alle associazioni per tramite della direttrice della Casa Circondariale di Ravenna, dott.ssa Carmela De Lorenzo, è datata 5 febbraio 2020 e assicura che la Casa circondariale di Ravenna è in grado di garantire “la custodia degli imputati a disposizione di ogni autorità giudiziaria” e che “al termine dell’iter processuale, al passaggio in giudicato della sentenza, si dispone il trasferimento presso una casa di reclusione per il prosieguo della detenzione”.

Insomma, nessuna risposta sul perché Cagnoni sia stato trasferito da Bologna a Ravenna, nonostante fosse già gravato da una condanna all’ergastolo in primo grado; possibile trasferimento del detenuto ad altro carcere solo dopo la condanna definitiva in Cassazione. Questo il riassunto del messaggio.

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Come si ricorderà, Matteo Cagnoni è stato condannato all’ergastolo per il femminicidio della moglie, Giulia Ballestri, dalla quale stava separandosi, sia in primo che in secondo grado. Inizialmente sottoposto a fermo, il 19 settembre 2016, a poche ore dall’omicidio, fu associato al carcere di Sollicciano (Fi), per poi essere trasferito di lì a breve nella Casa Circondariale di Ravenna a disposizione dell’Autorità Giudiziaria. Dopo la condanna all’ergastolo, emessa dalla Corte di Assise di Ravenna il 22 giugno 2018, Cagnoni fu trasferito da Ravenna a Bologna (Distretto dove si sarebbe celebrato il Giudizio d’Appello e in cui risultavano esercitare gli Avvocati difensori).

Come si legge nella lettera consegnata nelle mani del Provveditore, il tutto è avvenuto “in conformità alla procedura consuetudinaria tutt’ora adottata dalla Casa Circondariale di Ravenna, che stabilisce il trasferimento dei detenuti (carcerati in via cautelare) presso altra Casa Circondariale allorquando condannati in primo grado a una pena superiore ai 5 anni”.

Poi però, il 25 novembre 2018 – data che suona quasi come una beffa, ricorrendo la giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne -, Matteo Cagnoni fu nuovamente trasferito alla Casa Circondariale di Ravenna.

Nella lettera che le associazioni hanno rivolto al DAP si precisa che questo trasferimento mette “in capo all’Amministrazione Penitenziaria una particolare sensibilità nei riguardi di Matteo Cagnoni e non anche di tutti gli altri carcerati in via preventiva, che lamentano di essere trasferiti in ragione del principio della territorialità e di quanto previsto dall’art. 42, L. 354/75. Circostanza che si risolve in un evidente, immotivato e ingiusto privilegio a discapito di qualunque sensibilità per le vittime del reato, che a Ravenna provano a continuare a vivere”.

La lotta delle associazioni non si ferma comunque qui. Dall’Udi riferiscono che c’è stata soddisfazione per l’attenzione mediatica che l’ennesimo presidio ha avuto, visto che “bisogna tenere alta l’attenzione sul caso”. Hanno già interessato la Commissione Femminicidio del Senato, che per il momento non ha fornito riscontri puntuali e si preparano a nuovi passi con altri esponenti delle istituzioni: “Lo facciamo per senso di giustizia, nei confronti di Giulia in primis, ma anche per rispetto della volontà delle oltre 63mila persone che hanno firmato la petizione, chiedendo a gran voce “Nè privilegi, né disparita”.

Commenti

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  1. Scritto da Cristina

    È vergognoso… Fosse stato uno senza un becco di un quattrino sarebbe dove dovrebbe essere… A Bologna!!! Ed avrebbero già buttato via la chiave, altro che cassazione