Che fine faranno i bambini e il lavoro delle donne nella Fase 2? Le riflessioni di una mamma medico di Ravenna

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Donne, bambini, famiglie e Fase 2 dell’emergenza covid-19. Sono tante le riflessioni che in questo periodo attraversano i pensieri degli italiani, tra ripresa del lavoro per alcuni, il lavoro cosiddetto “smart” – più semplicemente “da casa”, per altri, perchè di smart c’è davvero poco nel lavorare mentre si cerca di aiutare i figli con la didattica a distanza e dare risposta alle loro mortificatissime e naturali esigenze, tra noia, paure, assenza di contatti con i pari, dopo due mesi di reclusione. Il tutto senza il sostegno che prima veniva dalle tante agenzie di socializzazione fornite da scuola, associazioni sportive, culturali e quant’altro. Per non parlare dell’assenza totale del contributo dei nonni, vero pilastro del welfare in salsa italiana, attualmente fuori gioco in quanto categoria più esposta alle conseguenze più pesanti della pandemia e dunque da proteggere.

Una situazione davvero da mani nei capelli quella che si trovano ad affrontare le famiglie, con il rischio che a farne le spese siano soprattutto le donne, sulle quali ricade anche in tempi “di pace” il grosso del lavoro di cura e che in questi mesi di isolamento hanno visto moltiplicare i propri impegni in questo senso. Una preoccupazione ulteriore riguarda il lavoro delle donne, l’occupazione professionale fuori casa, ruolo conquistato con anni di lotte per la parità e che rischia di pagare un prezzo altissimo a causa della pandemia: il lavoro femminile, è noto, è retribuito molto meno di quello maschile e nel dubbio di chi in famiglia debba stare a casa a badare i figli minori, in assenza di scuola e altri sostegni, è quasi scontato che la scelta ricadrà sulle donne.

A questo proposito condividiamo una lucida e preoccupata lettera pubblicata sul blog di Ravenna in Comune, scritta da una mamma medico ospedaliero, che si interroga su cosa accadrà con il “postcovid19”.

Buongiorno a tutti,
mi trovo a scrivere su questo blog, perché ho bisogno di condividere alcune idee, che forse non sono solo le mie, ma potrebbero essere quelle di tante mamme che si trovano ad affrontare questo difficile periodo vicino ai loro figli.
I bambini hanno visto improvvisamente limitata la propria libertà nella forma dapprima di una lunga vacanza, poi di una strana forma di prigionia. Hanno capito che “c’è il coronavirus”, ma accettare di passare queste soleggiate giornate di inizio primavera in casa o nei dintorni di casa non è facile.
E se i bambini si chiedono quando potranno ricominciare ad uscire, ad andare al mare, se potranno fare la festa di compleanno con gli amici, gli interrogativi di noi mamme si moltiplicano con il passare dei mesi.
Cosa ne sarà della scuola? Riusciremo a garantire un’istruzione adeguata ai nostri figli? Come possiamo motivarli a studiare (e a farlo bene) senza il confronto diretto con gli insegnanti?
Se ripartono le attività lavorative, dove lasceremo i figli minori durante l’estate?
Noi siamo una coppia di genitori che lavora nell’ambito sanitario, quindi abbiamo continuato a lavorare anche durante il lockdown totale, con la grande preoccupazione di ammalarci. Nelle prime settimane, quando ancora non sapevamo come sarebbe stato l’andamento in Romagna, ci chiedevamo “e se dovessimo essere ricoverati entrambi? Cosa ne sarà dei nostri figli?”. Per fortuna le cose fino ad ora sono andate bene. Abbiamo cercato il più possibile di utilizzare ferie e alternanza nei turni di lavoro per poter seguire i figli a casa, aiutarli con il programma scolastico e rendere per loro il più piacevole possibile la permanenza forzata in casa. Questo è stato possibile grazie ad una riduzione dell’attività elettiva ospedaliera, che ha quindi consentito di godere di qualche giorno di ferie.
Con la cosiddetta “fase 2” la Regione ha proposto di riaprire anche tutte le attività sanitarie non urgenti, mantenendo il distanziamento tra un paziente e l’altro. Dovremo quindi aumentare le ore di servizio per coprire il fabbisogno. E ancora una volta il mio pensiero di mamma lavoratrice va ai figli che saranno a casa.
Fortunatamente abbiamo una nonna che si prodiga per loro e sfida il rischio di contagio venendo a casa nostra quando noi siamo entrambi al lavoro, ma quanto è giusto esporla a questo rischio e quanto è giusto demandare la cura dei figli in assenza di servizi per l’infanzia ad una nonna?
La chiusura delle scuole per i 3 mesi estivi ha sempre comportato una specie di gioco di prestigio: trovare il modo di lasciare loro il tempo per riposarsi a casa, gli stimoli necessari a non imprigrirsi, il tempo con la famiglia. Negli anni passati siamo quindi ricorsi a centri estivi, baby sitter, abbiamo chiesto l’aiuto dei nonni che abitano fuori regione e che venivano a stare a casa nostra per qualche settimana. Con un gruppo di amici avevamo organizzato un sistema di aiuto reciproco nella gestione estiva dei figli: i centri estivi sono costosi e soprattutto le famiglie numerose non possono servirsene per tutte le settimane dalla fine all’inizio della scuola. Le nostre ferie estive d’altra parte sono brevi.
Quest’anno ci si presenta un’incognita ancora più grande. Il lavoro a tempo pieno e l’assenza di tutte quelle possibilità che sfruttavamo negli anni passati. Sappiamo che ci sono proposte per aprire una qualche forma di centro estivo. A questo proposito però si apre un altro corollario di domande: sarà davvero una bella esperienza per i bambini passare delle ore fuori casa indossando la mascherina sotto il sole, senza poter avvicinare gli amici e pranzando da soli? Quali saranno i costi di un servizio che vede diminuito il rapporto educatore per numero di bambini? Quante mamme sceglieranno di rinunciare alla propria professione per la cura dei figli?
Il mio parere di madre, che come tutte ha a cuore sopra ogni cosa il benessere e la cura dei propri figli, e come lavoratrice, professionista che ama il proprio lavoro e che crede fortemente nella sua valenza sociale, è che servano con urgenza degli interventi politici che tutelino il lavoro femminile. Bisogna garantire il più possibile la possibilità di conciliare lavoro e famiglia, perché non si abbia un fenomeno di regressione sociale, perché non si rischi di vedere annullati in pochi mesi quanto faticosamente guadagnato in molti anni in termini di pari opportunità.

Una mamma medico ospedaliero

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