Negozi a marchio Z in crisi: niente merce e rischio licenziamento per le 5 lavoratrici dei negozi di Ravenna e Lugo foto

Più informazioni su

Se siete recentemente entrati in un punto vendita Z – a Ravenna ce n’è uno all’interno del Centro commerciale Esp, a Lugo un altro dentro al Globo – e non avete trovato altro che merce estiva, il motivo c’è. I negozi, che vendono abbigliamento per bambini, non vengono infatti più riforniti di merce dalla casa madre, di Saint-Chamond, perché il gruppo francese, passato poi in mani cinesi, naviga davvero in cattive acque ed è sull’orlo del fallimento.

A rischio ci sono i posti di lavoro di circa 600 dipendenti in tutta Italia, nella quasi totalità donne, molte delle quali con anzianità di servizio decennali, che rischiano di essere licenziate dalla sera alla mattina. Nel ravennate sono 5 le dipendenti che in queste ore non dormono sonni tranquilli.

“La Kidiliz Group, azienda attiva nel commercio di abbigliamento per bambini e proprietaria dei marchi Absorba, Catimini e Z – spiega una nota di Cgil, Cisl e Uil che stanno seguendo il caso -, è entrata in Francia in una procedura di amministrazione controllata che coinvolge anche la filiale italiana del Gruppo. L’esito della procedura è incerto e ad oggi non ci sono informazioni chiare sul destino dell’azienda e dei dipendenti. In Italia questo significa che è in bilico il destino occupazionale di 600 persone distribuite su una rete di circa 150 negozi, sparsi in tutto il Paese e principalmente a marchio Z”.

La storia del disastro aziendale

“Passando nel 2018 alla proprietà del gruppo cinese Semir, Kidiliz avrebbe dovuto avviare una stagione di rilancio e invece dopo un rapido peggioramento, la situazione è precipitata nel giro di poche settimane”, spiegano le tre sigle sindacali.

Il 17 settembre i sindacati hanno ricevuto formale comunicazione dell’avvio in Francia di una procedura di redressement judiciaire da parte della società Kidiliz Group, nella quale è stata ammessa anche la filiale italiana del gruppo. La procedura consegue alla presentazione dei libri in tribunale da parte dell’azienda francese, non più in grado di far fronte alla propria situazione debitoria. “A seguito dell’avvio della procedura le conseguenze per l’azienda e per i suoi dipendenti in Italia sono state immediate e severe – aggiungono -: sostanziale blocco dei rifornimenti di merce ai negozi, tale da minacciare seriamente la continuità operativa della rete vendite, sospensione di una parte della retribuzione, mancata erogazione di prestazioni di welfare contrattuale, sospensione dei pagamenti verso l’ente bilaterale”.

Lo scorso 15 ottobre si è conclusa poi la raccolta delle offerte di acquisto prevista dalla procedura francese e ad oggi, secondo quanto rilevato dai sindacati, non è stato reperito alcun investitore interessato al ramo italiano del gruppo, anche perché non è stata data adeguata comunicazione del bando in Italia.

“Agendo con maggior tempestività nella pubblicazione del bando di vendita ed eventualmente aprendo una procedura omologa anche in Italia, si sarebbe potuto raggiungere un ventaglio più ampio di possibili acquirenti”, commentano dai sindacati.

negozi z

Filcams, Fisascat e Uiltucs hanno indetto uno stato di agitazione delle lavoratrici e dei lavoratori del Gruppo in tutto il territorio nazionale, per portare all’attenzione delle istituzioni la pesante condizione in cui versano Kidiliz Group Italy e i suoi dipendenti e sollecitarle ad attivarsi tempestivamente, prima che le conseguenze della procedura in corso si tramutino in licenziamenti collettivi.

I dipendenti del gruppo hanno lanciato degli hastag per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla loro drammatica situazione: #sosZ, #savekidiliZ.

Intanto in Emilia è stato proclamato uno sciopero per il 20 ottobre, che coinvolgerà circa 40 dipendenti, tra commesse dei negozi e impiegati amministrativi. Con questa mobilitazione i sindacati chiedono tempestivamente che venga aperta una “procedura secondaria” di concordato preventivo, senza lasciare che la gestione si svolga tutta Oltralpe. Questa procedura garantirebbe, tra le altre cose, la certezza dell’utilizzo degli ammorizzatori sociali per dare copertura alle lavoratrici, qualora l’attività dovesse interrompersi. “Si confida nella responsabilità dell’azienda per la tutela delle lavoratrici che in questi anni hanno contribuito ai profitti del Gruppo che, ancora nel 2017, aveva raggiunto un fatturato di 427 milioni di euro”, chiudono i sindacati.

Più informazioni su