Dott. Campione (servizio M.UO.Viti): “Puntiamo a far capire agli uomini che la violenza è sempre una loro scelta”

In provincia di Ravenna, da circa cinque anni, è attivo un servizio di supporto e di aiuto agli uomini che hanno un problema di gestione dell’aggressività soprattutto nelle relazioni affettive. Questo servizio, “M.UO.Viti Mai più Uomini Violenti”, è affidato a psicologi e psicoterapeuti con specifica formazione sul trattamento della violenza, che cercano, attraverso un percorso mirato e costruito sulla singola persona, di fornire strumenti utili agli uomini maltrattanti per scongiurare il pericolo che si faccia uso, ancora una volta, della violenza all’interno del loro rapporto.

L’obiettivo che si propone M.UO.Viti è quindi quello di eliminare la violenza maschile sulle donne attraverso azioni preventive ed “educative” volte al cambiamento degli stereotipi di genere, al miglioramento della sicurezza delle vittime della violenza e all’impegno a promuovere il cambiamento sociale. Le azioni previste, infatti, intendono favorire la crescita di competenze psico-sociali dei servizi territoriali e di iniziative sia per intervenire sugli autori di violenza sia per prevenire i comportamenti violenti attraverso la sviluppo di una “sana” consapevolezza. Ed infatti, uno dei principali fattori che alimenta in questi uomini  l’utilizzo della violenza come strumento per risolvere ogni tipo di problema e di incomprensione è proprio l’assenza totale di consapevolezza. Di questo abbiamo parlato con il dott. Andrea Campione, psicologo e referente del progetto M.UO.Viti, insieme al dott. Marco Borazio e alla dott.ssa Milena Romboli.

L’INTERVISTA

Dott. Campione, dal 2015 ad oggi, quanti uomini avete avuto, o avete tuttora, in trattamento? 

Fino ad oggi abbiamo seguito una 70ina di uomini, al momento in carico ne abbiamo una decina. Tutti della provincia di Ravenna. I colloqui con gli interessati si tengono presso le nostre sedi, a Ravenna e Faenza.

Quali sono i canali attraverso cui gli uomini si rivolgono a M.UO.Viti?

Abbiamo diversi canali, sostanzialmente si tratta di una proficua collaborazione messa in campo con diverse realtà dell’associazionismo e del privato sociale del territorio ravennate, con la rete dei servizi rivolti alle donne, ai minori e alle famiglie, ad esempio, ed in sinergia ovviamente con le istituzioni pubbliche, i servizi sociali e le forze dell’ordine. Di solito, infatti, la segnalazione di un caso di uomo maltrattante arriva da questi contatti, in seguito all’attivazione di disposizioni di allontanamento dalla famiglia, denunce con minori coinvolti, in cui entrano in gioco i servizi sociali e su indicazione del magistrato che segue la causa. Il giudice infatti può richiedere all’avvocato che il suo assistito segua un percorso di ascolto e di supporto per uscire dalla violenza. Altre volte, invece, capita che siano le stesse mogli o compagne a rivolgersi ai centri anti-violenza sulle donne. In questo caso, chiedono alle operatrici del cento di aiutare i loro partner, perché vogliono provare a salvare la relazione. In questo caso il centro anti-violenza, appurato che nella coppia ci sia la volontà reciproca di voler cambiare lo stato del rapporto, e quindi anche quella dell’uomo di correggere i suoi comportamenti, lo mette in contatto con il nostro servizio. Accade molto raramente che l’autore di violenza si rivolga a noi spontaneamente, diciamo che è attraverso e solo grazie a questi canali che decide di avviare il percorso.

Su cosa si basa il percorso di cura?

Il percorso consiste in una serie di colloqui individuali con lo psicologo (gli specialisti che si occupano di uomini violenti sono tutti uomini), in cui si cerca di costruire insieme all’uomo quella consapevolezza e motivazione di cui parlavamo prima, che manca spesso nei casi di violenza sulle donne. La difficoltà maggiore per l’uomo che maltratta è infatti rendersi conto di avere un problema, che va affrontato. Non riconoscerlo, significa spostare la responsabilità delle proprie azioni sugli altri: sulla donna, sul momento difficile che si sta vivendo, sui figli. In sostanza, questi uomini non si assumono la responsabilità dei loro comportamenti e cosa ancora più grave, spesso non riconoscono nemmeno di esercitare una forma di violenza, perché credono che essa coincida solo con “l’atto grave”. “Io non sono come quelli che si vedono in tv”, capita di sentire durante i colloqui, di conseguenza “non sono un violento”. In realtà, sappiamo che la violenza può essere esercitata in diverse forme: ad esempio c’è quella verbale, psicologica, morale, e non è detto che queste non possano sfociare in violenza fisica con il tempo, fino ad arrivare ai casi più estremi, quali il femminicidio. L’utilità dunque del percorso è prima di tutto riuscire ad instaurare un dialogo con l’uomo, ascoltarlo, farsi raccontare parte del suo vissuto. Dopo si affronta insieme il suo modo di “stare dentro” la relazione e si propongono strade alternative alla violenza per gestire le situazioni critiche che possono presentarsi all’interno della coppia, o quando un rapporto finisce. Ciò che ci preme far capire è che agire in modo violento è sempre una scelta personale, non è mai un automatismo legato alla rabbia o allo stress. Non si è uomini violenti “perché la mia compagna mi ha fatto arrabbiare”, la violenza è sempre il frutto di una specifica volontà.

Quanto durano i colloqui?

Dipende dai casi, in media dai sei mesi ad un anno. Ci sono situazioni più difficili di altre, in cui bisogna ripercorrere a ritroso il passato di queste persone. A volte i motivi di un agire violento sono infatti collegati a fattori culturali e familiari pregressi. Magari perché l’uomo è cresciuto all’interno di una famiglia in cui il padre maltrattava la madre con una visione patriarcale del rapporto o in situazioni di carenza affettiva, che in età adulta possono tramutarsi in possessività, gelosia, insicurezza. Di solito in questi uomini manca proprio la percezione del dolore della donna; fanno fatica a vedere in lei una persona che come tutte le altre ha i suoi bisogni, le sue esigenze, ambizioni e sogni. L’obiettivo del nostro servizio è dunque quello di aiutare questi uomini a diventare empatici nei confronti della donna, mettendo da parte il loro egocentrismo. Solo in questo modo possiamo prevenire la violenza sulle donne.

Qual è l’età media degli uomini che assistete?

La fascia d’età va dai 35 ai 50 anni. Nella maggior parte dei casi si tratta di uomini con figli.

Oggi c’è sicuramente una maggiore attenzione e sensibilità sul tema da parte dell’opinione pubblica, tuttavia i casi di violenza sulle donne continuano ad aumentare. Secondo lei, sono stati fatti passi avanti?

Sicuramente sì. Prima ad esempio non esistevano percorsi di ascolto dedicati agli uomini violenti. Adesso se ne parla di più, c’è una maggiore apertura sul tema, anche nelle scuole ad esempio. Tuttavia la strada è lunga e c’è ancora molto da fare, come ci confermano i numerosi casi di violenza e di femminicidio in Italia.

Oltre a questi incontri individuali, promuovete anche iniziative di sensibilizzazione?

Sì, principalmente nelle scuole. Qui incontriamo i ragazzi e affrontiamo con loro diversi argomenti sulla violenza di genere. Di solito si guarda un filmato e lo si commenta insieme. Sono iniziative molto utili perché stimolano il dialogo e il confronto fra gli studenti sulle questioni di genere. Purtroppo quest’anno il Coronavirus ci ha costretto a sospendere tutte le attività, riusciamo a garantire solo i colloqui individuali, ovviamente nel rispetto di tutte le precauzioni richieste dalle normative anti-Covid.

Il Servizio Muoviti è attivo a Ravenna presso la sede della Coop. Sociale Libra e a Faenza presso il Centro Famiglie dell’Unione della Romagna Faentina. Per contattare il servizio: si riceve solo su appuntamento chiamando il 327 4621965 nelle giornate di lunedì e mercoledì dalle 10 alle 13 e venerdì dalle 14 alle 17; si può scrivere a muoviti@cooplibra.it – sito http://www.muoviti.org.