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Femminicidio di Elisa Bravi. Sentiti a Ravenna i primi testimoni, il marito reo confesso ripeteva: “cosa ho combinato”

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Riccardo Pondi quando uccise la giovane moglie Elisa Bravi al culmine di una lite era capace di intendere e di volere? È questo l’interrogativo che aleggia nell’aula della Corte d’Assise di Ravenna dove stamane 12 febbraio si è svolta la prima udienza del processo per questo caso di femminicidio avvenuto due anni fa, una manciata di giorni prima di Natale, in una villetta di Glorie di Bagnacavallo. Si tratta di un nodo cruciale per la difesa dell’imputato reo confesso.

Ma per ora la Corte presieduta dalla dottoressa Cecilia Calandra ha deciso di non procedere ad alcuna perizia psichiatrica, almeno non prima di avere proceduto all’esame dei testimoni. E così è stato. Questa mattina quindi sono stati ascoltati alcuni carabinieri e il medico legale che per primo ha effettuato le indagini sul corpo della vittima. Ma andiamo con ordine.

L’udienza inizia davanti un pubblico decimato dalle norme anti-Covid e ad una nutrita schiera di avvocati e avvocate. Subito si affronta il tema delle costituzioni delle parti civili. Si parte da quelle dei famigliari della vittima: con gli avvocati Annalisa Porrari e Giuseppe Della Casa, si costituiscono i genitori di Elisa Bravi, il padre anche in qualità di tutore delle due figlie minori della vittima e uno zio. Poi l’Unione dei Comuni della Bassa Romagna e il Comune di Bagnacavallo tutelati dall’avvocata Manuela Liverani, l’associazione Demetra Donne in aiuto di Lugo con l’avvocata Monica Miserocchi, l’Udi di Ravenna con l’avvocata Sonia Lama e l’Associazione dalla parte dei Minori, avvocata Maddalena Introna.

Non si oppone la Pubblica Accusa, la dottoressa Lucrezia Ciriello. Al contrario uno dei difensori dell’imputato, l’avvocato Francesco Manetti, sottolinea come nel caso dell’Unione dei Comuni delle Bassa Romagna e del Comune di Bagnacavallo vi possano essere delle sovrapposizioni, visto che “l’insieme più grande (l’Unione dei Comuni della Bassa Romagna, ndr) contiene l’insieme più piccolo (il Comune di Bagnacavallo, ndr)”. L’obiezione viene riproposta più o meno anche per Demetra e l’Associazione dalla parte dei minori: perché entrambe si occupano dei bambini delle vittime di violenza e di femminicidio. Senza contare che le bambine della vittima sono parte civile nel processo attraverso il loro tutore, che è il nonno materno.

Qualche perplessità viene espressa anche dai legali di parte civile della famiglia: in discussione non c’è la costituzione delle parti civili in sé: “Ogni iniziativa a sostegno è ben vista”, dice l’avvocata Porrari, ma l’avvocato Della Casa non nasconde il suo disappunto per l’entità delle richieste di risarcimento. Dopo neppure mezz’ora di camera di consiglio la Corte decide: tutte le parti civili potranno rimanere nel processo.

L’avvocato Cicognani rinnova la richiesta del rito abbreviato, la Corte la respinge relativamente in fretta dopo aver sentito la PM e le parti civili. Conclusa la fase preliminare, il dibattimento entra nel vivo e si affronta il tema dei testimoni e a ruota quello della perizia psichiatrica. È il momento più complesso della mattinata che dà vita ad un vivace contraddittorio. Il fatto che l’avvocata Sonia Lama dell’Udi abbia presentato una sua lista, chiedendo di sentire i due genitori della vittima, una consulente psichiatrica e una medico legale, non piace all’avvocato Manetti: “Non è ammissibile: spetta alle persone offese depositare memorie”. E le parti civili non gradiscono la richiesta dell’avvocato Cicognani di acquisire tutti gli atti dell’indagine preliminare e del suo collega Manetti di procedere ad accertamenti sulla capacità di intendere e di volere al momento del fatto dell’imputato, oltre che ad acquisire la perizia del professor Renato Ariatti. “Non si può bypassare l’esame dei testimoni” afferma l’avvocato Della Casa.

La Corte si ritira alle 11.37 e torna in aula tre quarti d’ora dopo: tutte le prove testimoniali sono ammesse, ammessi anche i testimoni della lista dell’Udi, con un’unica eccezione di un teste (la medico legale) ritenuta in questo caso superflua al fine del procedimento, ammessa la produzione di alcune videoriprese effettuate nell’immediatezza del delitto e rinviata ogni decisione di perizia psichiatrica dell’imputato a dopo l’esame dei testimoni.

Sciolti tutti i nodi formali, l’esame dei testi ha finalmente inizio. L’appuntato dei carabinieri Massimiliano Di Pinto è tra i primi ad arrivare sul luogo della tragedia. “All’una e 35 in centrale è arrivata la chiamata di un uomo che diceva che sua moglie non respirava più. Quando arrivo noto subito un signore preoccupatissimo e vedo un uomo che esce da una stanza del piano superiore. Quest’uomo non faceva altro che dire: Cosa ho combinato, cosa ho combinato”.

Sul pavimento della stanza da letto c’è il corpo di Elisa Bravi, i sanitari stanno cercando, inutilmente, di prestargli alcune cure. Ricccardo Pondi viene portato in una stanza della casa dove rimane circa un’ora e mezza sotto il controllo di un collega di Di Pinto poi alle 3,45 viene accompagnato dallo stesso appuntato al Pronto soccorso: durante il tragitto appare tranquillo.

È il dottor Giampiero Baldini, il medico legale che fa i primi rilievi sul corpo senza vita di Elisa: i segni sul collo non lasciano dubbi, la donna è morta per asfissia meccanica. È stata strangolata.

Poi tocca al luogotenente Mario Ricci. La PM fa una domanda relativa all’accertamento effettuato del militare sulle telefonate di Pondi subito dopo l’accaduto. La prima chiamata dell’imputato è al 118: è l’una e 26 minuti. Due minuti dopo, all’una e 28 Pondi chiama il padre dicendogli, parole del luogotenente Ricci: ho fatto una fesseria. All’una e 32 chiama il 112 e all’una e 36 chiama la suocera. L’ultima telefonata al telefono di Riccardo Pondi questa volta in entrata non uscita è del 118 che lo richiama per avere informazioni e per assicurarlo che l’autoambulanza sta arrivando.

Dopo queste prime testimonianze il pubblico è stato fatto uscire: l’audizione di uno dei testi prevedeva infatti la proiezione di uno dei video girati nell’immediatezza del delitto che la Presidente della Corte ha ritenuto di non mostrare pubblicamente.

Il processo riprenderà il 5 marzo con l’audizione di altri testimoni.

 

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