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LUGO E LA PANDEMIA UN ANNO DOPO / 1 / Davide Ranalli: occorre ripensare la nostra società, in campo economico, ambientale e sociale

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Domenica 23 febbraio 2020. È la data spartiacque tra il prima e il dopo. Quel giorno segnò l’inizio dell’anno del Covid con l’avvio, anche nei comuni della provincia di Ravenna, delle prime misure di contrasto alla pandemia da Sars-Cov-2. Per prima cosa furono chiuse le scuole. E fu uno shock. Il ricordo di quella giornata è ancora nitido forse per tutti, certamente lo è per gli amministratori del nostro territorio, che quel giorno ebbero il compito di avvisare i propri cittadini dei primi grandi cambiamenti in atto. E così, a pochi giorni dalla data che sancisce i primi 12 mesi vissuti convivendo e lottando contro il Covid, abbiamo voluto raccoglie le testimonianze del Sindaco di Ravenna, nonché presidente della provincia di Ravenna, Michele de Pascale, del Sindaco di Lugo, Davide Ranalli, del sindaco di Cervia, Massimo Medri e del sindaco di Faenza Massimo Isola, che un anno fa ricopriva il ruolo di vicesindaco e assessore alla cultura della città manfreda.

Davide Ranalli come fu la sua domenica 23 febbraio 2020?

“Ero a casa e come ogni domenica stavo dedicando qualche ora alla lettura, con un orecchio teso ad ascoltare le principali notizie dei telegiornali, che già da un paio di giorni avevano annunciato i primi casi di Coronavirus nel nord del nostro paese. Ricordo che ricevetti una telefonata del Sindaco di Ravenna, e presidente della provincia, de Pascale, che mi anticipava che da lì a poche ore saremmo stati chiamati a partecipare ad un incontro in Prefettura per fare il punto della situazione e capire quali azioni mettere in atto per arginare e limitare i contagi da Sars Cov 2. Cosa pensai in quel momento? Che il nostro ruolo di sindaci ci metteva di fronte a una difficoltà, ignota a tutti. Se la portata del virus era realmente quella di cui parlavano i giornali, sarebbe cambiato il corso della storia collettiva e personale. Saremmo diventati la classe dirigente dei sindaci che avrebbe dovuto affrontare una delle situazioni più difficili dal dopoguerra ad oggi. La mia preoccupazione era di essere pronti a gestire questa situazione emergenziale. C’era una duplice consapevolezza: l’incertezza della difficoltà e la certezza che non avremmo potuto arretrare di un millimetro.”

Come ha vissuto questa esperienza?

“Soprattutto all’inizio è stata un’esperienza complessa. Molto difficile. Fatta di notti insonni e giornate passate a lavorare e a informare i cittadini. Il primo caso di Covid nella provincia di Ravenna fu individuato proprio a Lugo. Io fui il primo sindaco a dover affrontare un focolaio in provincia. Appena ne venni a conoscenza chiamai la famiglia del ragazzo ricoverato per cercare di capire se e come potevo stargli vicino. Poi i numeri di moltiplicarono in maniera esponenziale e fu impossibile stabile un contatto diretto con tutti gli altri casi. Inoltre le nostre vite erano state modificate in tutto. Cambiavano le abitudini, anche quelle irrinunciabili, come, per me, andare a lavorare in comune tutti i giorni. Iniziare a lavorare da casa. Io sono un sindaco di contatto, antitetico a questo virus che impone il distanziamento. Durante il lockdown mi mancava il poter incontrare i miei concittadini e ricordo che nel pieno della pandemia, decisi di dare il via ad un appuntamento quotidiano su Facebook. Inizialmente erano brevi video in cui recensivo alcuni libri, per dare solo qualche consiglio letterario. Poi, nell’arco di pochi giorni, con l’aggravarsi della situazione e l’Umberto I diventato Covid hospital declinai queste dirette in un appuntamento di informazione per i cittadini di Lugo. Mostravo i numeri dei contagiati, delle persone in quarantena e dei ricoverati. Ogni due o tre giorni, facevo delle dirette ospitando personalità del mondo culturale, politico, economico, sanitario e sociale. Ricordo Igles Corelli con cui parlammo della riapertura dei ristoranti, e Alberto Forchielli per parlare di economia. Tutt’ora prosegue questo appuntamento quotidiano, anche se ora è semplicemente una card, con l’aggiornamento dei dati covid.”

Qual è la cosa che ricorda più intensamente di quest’anno vissuto pericolosamente?

“Resterà scolpito nella mia memoria il 9 aprile, giorno in cui mi recai al Covid Hospital di Lugo con la presidente dell’Unione, Eleonora Proni, in rappresentanza di tutti i sindaci e degli amministratori dell’Unione dei Comuni della Bassa Romagna. Andammo all’Umberto I per salutare e ringraziare medici e infermieri. Quella è stata la giornata in cui ho consumato le lacrime che non avevo versato nelle settimane precedenti, dove avevo cercato di mantenere sotto controllo me stesso e la situazione. Guardando quelle persone che in prima linea combattevano il virus, era impossibile non commuoversi e non pensare alla fatica e al sacrificio che stavano facendo e che, cosa che a quel tempo ancora non immaginavamo, avrebbero compiuto per tanti mesi ancora.”

Davide Ranalli

Che cosa l’ha colpita dei suoi concittadini?

“In questi mesi di emergenza sanitaria, dei lughesi mi ha colpito la capacità di sapersi stringere attorno alle istituzioni, nel momento difficile, soprattutto durante la prima ondata. Aziende e cittadini non si sono mai tirati in dietro Dal giorno in cui uscì la notizia dell’Umberto I Covid Hospital, all’ospedale è stato donato circa un milione di euro.”

Che cosa si augura per il presente e per il futuro?

“Ora è il momento della vaccinazione per gli ultraottantenni, un passaggio fondamentale per rendere più robusto un tessuto che se a contatto con il virus determinerebbe delle enormi complicazioni. Già questo ci può far tirare un sospiro di sollievo. Sulla campagna vaccinale, penso che le istituzioni avranno il compito principale di promuovere la vaccinazione oltre che mettere in campo le condizioni affinché questo avvenga nel miglior modo possibile. Mi auguro che la campagna vaccinale si intensifichi e dia copertura ampia a quante più persone possibili. Sul futuro la penso come Papa Francesco: non dobbiamo perdere quest’occasione per ripensarci e ripensare la società. Questa drammatica vicenda ha cambiato i destini e le sorti collettive delle comunità. Penso che chi spinge per tornare alla normalità debba prima chiedersi cos’è la normalità. Normalità non è come vivevamo prima della pandemia. Occorre ripensare la società sia in campo economico che ambientale che sociale. C’è bisogno di ripensarci, per ripartire con uno slancio diverso, anche utilizzando termini e modalità radicalmente diversi, rispetto al prima.”

Davide Ranalli

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