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Omicidio di Elisa Bravi: Riccardo Pondi, un uomo ossessionato dalla gelosia. Ammessa la perizia psichiatrica

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Riccardo Pondi, a processo per il femminicidio della moglie Elisa Bravi avvenuto nel dicembre di due anni fa in una villetta di Glorie di Bagnacavallo, sarà sottoposto a perizia psichiatrica. Lo ha deciso nel pomeriggio di oggi la Corte d’Assise di Ravenna presieduta da Cecilia Calandra dopo una riunione lampo in camera di consiglio e dopo un’udienza intensa caratterizzata dall’audizione di numerosi testimoni.

A stabilire, per conto del Tribunale, se l’imputato, che fin da subito ha confessato l’omicidio della moglie, era capace di intendere e di volere al momento del fatto, sarà il professor Michele Sanza. L’incarico gli sarà conferito in apertura della prossima udienza del processo, prevista per l’8 marzo.

Nell’occasione anche i difensori dell’imputato gli avvocati Ermanno Cicognani e Francesco Manetti, i legali delle varie parti civili (Annalisa Porrari e Giuseppe Della Casa per la famiglia della vittima, Manuela Liverani, per il Comune di Bagnacavallo e l’Unione dei Comuni della Bassa Romagna, Monica Miserocchi, per  l’associazione Demetra Donne in aiuto di Lugo, Sonia Lama per l’Udi e Maddalena Introna per l’Associazione dalla parte dei minori) nonché la stessa Pubblico Ministero, Lucrezia Ciriello, potranno nominare i loro consulenti.

L’udienza di oggi è iniziata con una testimonianza toccante, che fa sanguinare il cuore: quella della madre di Elisa, Antonella Mescolini. E nell’aula dal pubblico decimato per l’emergenza covid si affronta un tema delicato, che forse non viene mai toccato in tutta la sua dolorosa immensità: il tema dei figli delle vittime di femminicidio. In questo caso si tratta di due bimbe, di tre e otto anni.

“Il ricordo della loro mamma – dice la nonna che insieme al marito si occupa di loro – è ricorrente”. Le piccole oltre ad avere subito il dolore della perdita di entrambi i genitori devono affrontare il trauma di essere state spettatrici di quegli attimi tremendi. Il diritto di informazione, ad un certo punto, deve sapersi fermare. La cronaca della testimonianza di questa donna che si intuisce forte e dolcissima al tempo stesso, sarà volutamente parziale. Invitata dalla PM Lucrezia Ciriello, la signora racconta del rapporto fra la figlia e il genero.

Inizialmente la storia è quella di una famiglia felice, con due figlie fortemente volute e il desiderio di Elisa di andare a vivere in campagna soddisfatto. “Le cose – dice la mamma – dal nostro punto di vista andavano bene”. Poi ad un certo punto l’affiatamento della coppia si incrina. Elisa e Riccardo si rivolgono ad una psicoterapeuta, nel tentativo di risolvere i problemi.

“Quando Riccardo è andato a Roma a fare il corso per entrare nei vigili del fuoco – racconta la signora Antonella – sono iniziati i problemi. Lui era preoccupato perché era costretto a stare via da casa per molto tempo e non riusciva ad occuparsi della famiglia”. Non solo. La mamma di Elisa parla di mancanza di fiducia di Riccardo nei confronti della moglie: “Forse pensava che non fosse intelligente a sufficienza per fare quel lavoro e che lo avesse ottenuto per altri motivi, mentre lui non riusciva ad emergere”. La PM: “Temeva che sua figlia non gli fosse fedele?” “Sì. Elisa veniva a casa nostra e piangeva. Io le dicevo: Stai tranquilla. Lei ci teneva tantissimo a suo marito, alla sua casa. Io le ho sempre detto: se hai difficoltà la porta di casa nostra è sempre aperta”.

Elisa e Riccardo partono per un week end alle terme: un tentativo per riannodare i fili di un’intimità perduta. Ma quando tornano lui non appare per nulla rasserenato: al contrario è inquieto, insoddisfatto. “Mi diceva che ero di parte e che mia figlia gli nascondeva delle cose”.

“La mattina del 18 dicembre 2019 – ricorda la dottoressa Ciriello – lei signora riceve una telefonata da sua figlia”. “Sì, mi chiama piangendo. Mi racconta che Riccardo si è svegliato di malumore e che lui le aveva telefonato da Bologna dove si trovava per il corso e che stava andando al Pronto Soccorso perché non stava bene. Diceva che non c’era più tempo, che lui era stato avvelenato. Mia figlia piangeva, diceva che era stanca perché lui la chiamava sempre”.

E arriviamo alla tragica notte fra il 18 e il 19 dicembre. È l’una e 36 quando Antonella Mescolini viene svegliata dallo squillo del suo cellulare: è il genero. “Non capivo cosa mi diceva. Io gli chiedevo: passami Elisa e lui rispondeva: non posso, venite a prendere le bambine”. Riccardo Pondi chiama anche il 118 e i carabinieri. Quando entra nella casa la dottoressa Antonia Melone, insieme agli infermieri, vede Pondi in camera da letto che sta praticando un massaggio cardiaco alla moglie.

I sanitari spostano il corpo di Elisa e mettono delle coperte tutto intorno: il pavimento è cosparso di frammenti di vetro e loro devono potere avere la libertà di compiere tutte le manovre necessarie in sicurezza. La dottoressa Melone su specifica domanda della PM ricorda di avere sentito l’imputato pronunciare queste parole: “L’ho fatta grossa, cosa ho combinato”.

Gli amici della coppia e i compagni di corso raccontano una storia di ossessioni. Nicola Cortesi conosce Riccardo Pondi dalla quarta superiore. Poi come spesso accade, ad un certo punto le loro strade si dividono. Ma alla fine  si ritrovano, riprendono a sentirsi e a frequentarsi con le rispettive compagne e i bambini. “Riccardo temeva che Elisa avesse un altro uomo – racconta Cortesi – . Io cercavo di rassicurarlo: Elisa non è così, sei il suo tutto. Ma lui diceva di avere le prove”.

Una sera all’uscita di una pizzeria di Marina una delle bambine scivola sull’asfalto reso sdrucciolevole dalla pioggia. “Elisa si era resa conto che lui aveva fatto qualcosa e per questo la bambina era caduta e si era arrabbiata tantissimo. Gli ha detto che lui stava male, che doveva farsi curare, che non poteva andare avanti così. Riccardo ha chiesto scusa in mille modi e ha detto che sarebbe tornato a casa a piedi. Mara la mia compagna diceva che temeva che le avrebbe fatto qualcosa e quindi voleva andassimo da loro. Le ho risposto: lui non toccherà Elisa, ci metto le mani sul fuoco”.

“Elisa mi ha raccontato che Riccardo era geloso – è il racconto della compagna di Nicola Cortesi, Mara Cappelli – che era convinto che lei avesse una relazione con il suo datore di lavoro, ma lei gli aveva detto più e più volte che lo amava e che vedeva nel titolare dell’azienda una figura paterna, che aveva fiducia in lei. Non credeva mai a quello che lei diceva. Lui aveva alti e bassi. Ad un certo punto si sono rivolti ad una psicoterapeuta di coppia, ma lui non era molto d’accordo, Elisa ha faticato a convincerlo”.

E a proposito della scenata avvenuta all’uscita della pizzeria: “Ho chiesto al mio compagno di seguirli a casa perché temevo che le mettesse le mani addosso: avevo sentito, percepito che in lui c’era qualcosa di diverso”.

Questa  ossessione porta Riccardo Pondi a controllare sia la moglie che il suo datore di lavoro di cui possiede il numero di cellulare su whatsapp. Circostanza confermata anche da alcuni suoi compagni di corso con i quali stringe amicizia. Non solo. Oltre ad essere convinto che qualcuno (la moglie?) abbia tentato di avvelenarlo, si dice altrettanto sicuro di avere il telefono sotto controllo. Per questo ricorreva ai cellulari degli amici.

“A me lo ha chiesto un paio di volte – racconta Cristian Taddei – poi gli ho detto basta. Sosteneva di essere vittima di un complotto”. Alla compagna di banco del corso di teoria, Eleonora Lelli, Riccardo Pondi espone la tesi fantasiosa di una fantomatica società che farebbe da ponte per le intercettazioni. Lei intuisce che questa fissazione del tradimento della moglie è diventato un pensiero dominante: lo consiglia di farsi seguire da un terapista, “soprattutto per il bene delle bambine”.

Ad un altro compagno di corso, Andrea Ghini manifesta il suo desiderio di rivolgersi a degli investigatori privati, gli chiede persino di accompagnarlo ma Ghini rifiuta. Con l’udienza dell’8 marzo che oltre al conferimento dell’incarico peritale prevede l’audizioni di testimoni importanti, come le assistenti sociali delle bambine e lo stesso imputato, si concluderà la fase istruttoria del processo in attesa del responso della perizia psichiatrica.

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Commenti

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  1. Scritto da carla baroncelli

    grazie Roberta per il rispetto umano, oltre che deontologico, per il trauma delle bambine. Un ottimo esempio di giornalismo corretto.
    carla baroncelli