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Nasceva a Lugo di Romagna, 150 anni fa, Gaetano Manzoni, illustre ambasciatore tricolore

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Il 17 ottobre 1871, esattamente 150 anni fa, nasceva a Lugo, nel centralissimo Corso Garibaldi, Gaetano Manzoni, illustre figlio di Romagna e diplomatico di spicco dell’Italia liberale e fascista.

Rampollo di una delle più distinte e facoltose famiglie della Bassa ravennate, figlio di Giovan Battista (che fu sindaco di Lugo in epoca crispina) e pronipote del bibliografo Giacomo (ministro delle Finanze della Repubblica Romana del ’49), Manzoni è quasi del tutto sconosciuto nella città natale, che non ha ritenuto opportuno celebrarne i settant’anni dalla morte nel 2007 e nemmeno impegnarsi per commemorare – in una qualsivoglia forma – l’importante ricorrenza ultracentenaria sopra riferita.
Tale molesta negligenza degli organi istituzionali e culturali della città del Pavaglione sorprende davvero, specie se commisurata alla notevole figura umana e professionale dell’aristocratico romagnolo, alla quale recenti studi hanno restituito l’evidenza e la rilevanza che merita.

Fino a pochi anni fa, Gaetano Manzoni non aveva trovato nella storiografia diplomatica, italiana e straniera, un posto proporzionato ai ruoli di primissimo piano e alta responsabilità che il personaggio rivestì in alcuni periodi assai importanti e turbolenti della politica estera nazionale.

Oggi, invece, la situazione è di gran lunga mutata. Grazie ad accurate ricerche in archivi pubblici e privati e al recupero di un consistente lotto di sue “carte private”, è stato infatti possibile ricostruire nel dettaglio l’intero arco dell’attività rappresentativa manzoniana nelle principali metropoli d’Europa e del Vicino Oriente: attività di rilievo costituzionale che colloca il Lughese sullo stesso piano di altre personalità appartenenti al mondo della cosiddetta “alta diplomazia” post-unitaria, protagoniste di eventi di portata non solo internazionale, bensì planetaria.

Lo dimostra lo svolgersi della sua luminosa carriera, che ripercorriamo sinteticamente a beneficio di chi non ne fosse ancora edotto.

Nato, come anticipato, all’ombra della Rocca, Manzoni studiò fuori patria, prima a Lucca, città cara ai Manzoni, e poi a Firenze, conseguendo dapprima il diploma in Scienze sociali presso l’Istituto “Cesare Alfieri” del capoluogo toscano (1891), quindi la laurea in Giurisprudenza a Roma nel 1893.

Intrapresa subito la carriera consolare, transitò quattro anni più tardi in quella diplomatica (6 marzo 1897), venendo destinato, in un quindicennio, presso una decina di sedi estere (Salonicco, Alessandria d’Egitto, Cairo, Costantinopoli, Berna, Parigi, di nuovo Cairo, Rio de Janeiro, Atene, di nuovo Costantinopoli, Londra, ancora Costantinopoli).

Ricoprì, poi, in successione, la carica di direttore generale degli Affari Politici al Ministero degli Esteri (1913-20) e quella di ministro plenipotenziario presso la Regia Legazione d’Italia a Belgrado (1920-22), finché, nominato ambasciatore e ristabilite le normali relazioni diplomatiche con la Russia sovietica, venne inviato da Benito Mussolini a Mosca come primo rappresentante italiano presso il Governo dei Soviet (1924-27).

Nel febbraio 1927 fu trasferito alla sede di Parigi, che resse da titolare fino al 1932, anno in cui venne collocato a riposo.

Firmatario per l’Italia del Protocollo preliminare di Tirana (2 agosto 1920) e del Patto Briand-Kellog (27 agosto 1928), venne elevato alla dignità di senatore con Regio Decreto 16 novembre 1933 per la VI categoria (a norma dell’articolo 33 dello Statuto albertino).

Morì di miocardite il 14 agosto 1937 a Kandersteg, stazione climatica svizzera, nell’Oberland bernese, dove si era recato per curarsi dall’aggravamento della molesta affezione polmonare che lo travagliava fin dalla giovane età. Il 15 aprile 1915 aveva sposato a Roma la nobildonna cubana Silvia Alfonso y Aldama, da cui non ebbe prole.

Sostenitore del prestigio italico in giro per il Globo con elevata coscienza e ferma dignità, assai di sovente al centro della ribalta internazionale, protagonista di “eventi epocali” impossibili da accantonare nella valutazione degli storici, Manzoni impersonò il prototipo del diplomatico perfetto.

«Di statura un po’ superiore alla media, magro, ben proporzionato; dai tratti fini, con una bella chioma grigia sempre sapientemente aggiustata – così lo ricorda un collega memorialista – appariva sempre calmo e misurato, nei gesti e nella parola: un uomo a cui era difficile strappare un gesto da cui trasparisse quello che si muoveva al suo interno».

Se queste caratteristiche accomunano Manzoni ad altri professionisti dell’intermediazione, il suo personalissimo “stile d’azione” ne fece uno dei funzionari ministeriali maggiormente stimati dai principali uomini di Stato del suo tempo (Crispi, Giolitti, Mussolini).

Oggi che la lacuna di conoscenza che gravava sulla persona e sul funzionario è stata colmata, pare giunto il momento di smentire il noto adagio che “nessuno è profeta in patria”, attraverso un’azione simbolica che, nel luogo d’origine, e non solo, restituisca a Gaetano Manzoni la dignità temporaneamente smarrita, pur se largamente meritata “sul campo”.

La Comunità emiliano-romagnola, lughese e italiana tutta lo deve ad un uomo non comune, che appartenne – con onore – a quel composito corpus di specialisti nello stabilire e conservare proficue relazioni tra Stati che tanta parte ebbero nella costruzione della nostra identità nazionale.

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