DOMINANZE PATRIARCALI / 3 / Un femminicidio, due vittime. Ilenia, una vita nella paura, la violenza, la morte. Arianna e quella ferita inguaribile. Perché le donne restano senza ascolto?

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29 ottobre 2021, Corte d’Assise di Ravenna, processo per il femminicidio di Ilenia Fabbri.

L’udienza di oggi, la terza, è stata particolarmente cruda. Le parole trasudavano paura. Uscendo dall’aula ho portato con me del materiale da guardare con calma. Ci sono due fotografie di paura. Risalgono al 2018. La prima. Una donna esce dallo studio della sua avvocata. Allunga la testa e sbircia il corridoio. Di qua, di là. Sussurra: “Guardiamo che non sia qui che mi aspetta”.

La seconda. La stessa donna nel corridoio del tribunale si fa scudo dietro la medesima avvocata. Testa bassa per non vedere suo marito. Per non incrociare il suo sguardo che le fa paura. Conosce la forza delle sue mani.

Queste due foto sono uscite dalla testimonianza della avvocata civilista, Stefania Sangiorgi, che seguiva Ilenia Fabbri nella causa di separazione dal marito Claudio Nanni. Porto a casa anche un pezzetto di audio della stessa avvocata. È di novembre 2020: “Ilenia temeva per la sua vita. Mi fa fuori, diceva. Non lo farà lui: mi manderà qualcuno…”

UNA CASA NELLA PAURA

Dal 2018 al 2020. Due anni in cui le minacce di morte, non si sapeva né quando né dove, erano una promessa. Glielo aveva rivelato il suo istinto. Due mesi prima del 6 febbraio, della tavernetta, del killer. La paura di Ilenia era ben giustificata. Nessuno credeva alle profezie di Cassandra, e nessuno credeva alla visione di Ilenia. A differenza di Cassandra, Ilenia aveva tante persone dalla propria parte, tanti e tante testimoni del suo terrore. Le sue amiche, gli amici, la zia, il suo ultimo compagno, la sua avvocata. In tanti credevano in lei, temevano per lei. SOS Donna era al suo fianco. Neppure quello è bastato per evitare la sua morte!

Due anni di violenza psicologica, di stalking, di violenza economica. A pensarci bene, non da due anni, ma da tanti anni! Da quando Ilenia inizia a lavorare in una palestra? Da quando lui tira fuori la gelosia? Da quando lei si licenzia per tranquillizzarlo? O da quando il marito le chiede la separazione con l’accusa di infedeltà? Oppure da settembre del 2017? Dall’ordinanza del Presidente della causa civile, in cui c’è scritto: “rilevato che l’unione coniugale risulta compromessa da tempo… autorizza il marito a rimanere nella casa coniugale fino al momento in cui la stessa sarà venduta.”

Foto. Una donna a capo chino schiacciata da una bilancia sbilenca. “Ilenia Fabbri non si sentiva abbastanza difesa”, ricorda l’avvocata Sangiorgi. Annoto a margine: la frustrazione nel sentirsi sminuita dalla giustizia è violenza.

Quella ordinanza, di converso, ringalluzzisce il marito, che dall’alto del divano comanda, sbraita, ordina e disordina. Si rivolge alla moglie scegliendo fra varie opzioni “mantenuta, puttana, ladra, cattiva madre, ti metterò in ginocchio se non fai quello che dico io, ti spacco la testa, non capisci niente.” Picconate per demolire l’autostima della moglie.

Il 17 ottobre del 2017, due settimane dopo l’ordinanza, la violenza di suo marito ha una prevedibile impennata. A documentazione c’è un flashback di Ilenia Fabbri. Il marito afferra la moglie da dietro il collo, sbatte il suo corpo su mobili e pareti, le stritola un polso. Urla: “ti stacco la testa dal collo”. La paura oltrepassa la barriera del suono con un sibilo. Una amica accompagna Ilenia al Pronto soccorso. La diagnosi è: violenza domestica. Trauma cranico lieve. Ecchimosi al collo e polso sinistro. Stato ansioso reattivo. Prognosi: otto giorni s.c.

Qualche giorno dopo Ilenia si presenta dai Carabinieri per denunciare il marito per maltrattamenti in famiglia, lesioni personali e minacce. Ancora una volta chiede l’allontanamento del marito dalla casa coniugale. “Ho paura – scrive Ilenia Fabbri nella querela contro Claudio Nanni – che se sa che io sono andata al Pronto soccorso o che penso di fare denuncia possa farmi altro male.” La paura, l’odore del pericolo, il bisogno di essere ascoltata e creduta, porta Ilenia a rivolgersi a SOS Donna.

Fra le carte spunta la sentenza di condanna di Nanni, è del 14 febbraio del 2019. La pena detentiva è tramutata in pecuniaria, e nell’ultima riga la condanna sfuma con la sospensione condizionale della pena. Delusione e impotenza, altre forme di violenza, tanto più se a causarle è un’istituzione.

A dimostrazione che la convivenza nello stesso immobile è diventata improseguibile e dannosa anche per la figlia Arianna, la seconda aggressione del marito avviene quattro mesi dopo la prima: il 15 febbraio 2018. Ilenia per sottrarsi alle sue mani scappa e riesce a chiudersi a chiave in camera sua. È troppo alto il pericolo. Lo denuncia di nuovo. Maltrattamenti in famiglia, violenza privata, minacce. Ilenia chiede di nuovo l’allontanamento del marito da casa. Che cessi la tortura quotidiana.

Intanto la forzata convivenza continua e, giorno dopo giorno, aggiungendo altre violenze. Ilenia è disoccupata, suo marito le ha tolto anche il lavoro nell’auto officina. Ha venduto la gelateria, le ha revocato la delega per accedere ai conti correnti, non ha pagato le bollette.

Il volume delle minacce di suo marito è assordante. Ilenia le ha confidate alla sua avvocata: “Se esco da quella casa va a finire male, ce n’è sia per te che per il tuo avvocato… vedrai che vai a finire male, tanto io non ho più niente da perdere… vedrai che i soldi te li spenderai tutti negli ospedali e nelle medicine… chiudo l’azienda e tanto in galera non ci vado”.

LUI SE NE DEVE ANDARE… MA LA PAURA RESTA

Sollecita, l’avvocata chiede una nuova ordinanza giudiziaria. Claudio Nanni deve uscire dalla casa coniugale. Richiesta accolta. Entro il primo maggio, se ne deve andare. L’immagine del giorno del suo trasloco è appesa in bella vista. Quell’uomo svuota la casa, arraffa tutto ciò che c’è. Fino a che non rimane più nulla. Tranne la paura che riempie le stanze e obnubila i pensieri.

Una paura alimentata dall’impotenza di quando si sente dire da un agente:“Lasci stare, i tempi sono lunghi, abbiamo casi più importanti da seguire”. L’impotenza avvilisce ogni coraggio. La violenza si autoalimenta. Indurisce le parole.

Ilenia non ha più di che vivere. Le viene staccata la luce per morosità più di una volta. Si riempie di debiti, nonostante trovi lavori precari da badante, babysitter, da un dentista, in una palestra. Presso una concessionaria d’auto. Una donna di 46 anni dove lo trova un lavoro migliore?

Ilenia ritrova un residuo di coraggio. Vede i propri diritti e si rialza. Ha diritto al risarcimento di tutti gli stipendi che suo marito non le ha mai dato quando era sua collaboratrice nell’autofficina, al versamento dei contributi. A parte dell’incasso per la vendita della gelateria. Ne ha diritto. Fanno cinquecento mila euro. In estate del 2018 avvia una causa di lavoro contro il marito. Si profilano tempi lunghi.

Sul calendario è cerchiata una data: 14 luglio 2020. Finalmente viene emessa la sentenza di separazione: prevede che l’ex marito – finalmente ex – versi direttamente alla figlia cinquecento euro al mese. I soldi arriveranno a tratti. Spesso ne richiede la restituzione con bonifico. E gli alimenti che avrebbe dovuto versare dall’ottobre del ’19 all’ottobre del ’20? Non se n’è ancora visto un euro.

Anche se ora è l’ex marito, Nanni non perde l’occasione per minacciare di morte l’ex moglie. La causa di lavoro non la manda giù, e le minacce gli escono sempre più esplicite. La prima udienza è stata fissata per il 26 febbraio 2021. “Se vinci la causa ti ammazzo.” Ilenia se la sente addosso quella minaccia, la vede concretizzarsi ogni giorno di più.

Poco prima di Natale del 2020, Ilenia si rivolge alla sua avvocata, che ricorda bene quel colloquio: “Voglio fare il divorzio subito, le ho risposto che non è immediato che potrebbero volerci cinque, sei mesi. E se nel frattempo mi capita qualcosa? Lui avrebbe ereditato tutto e lei voleva che andasse tutto alla figlia. Voglio fare testamento, mi ha detto. Ho paura di mio marito, adesso sono preoccupata, diceva. Le ho chiesto: Ma ha intenzione di morire?” Non ha intenzione di morire Ilenia. Ha un nuovo compagno. Talvolta ritrova il sorriso.

TUTTA LA VIOLENZA CHE SUBISCONO LE DONNE… INASCOLTATE

Una domanda mi viene rivolta da una signora presente in aula: cosa si sarebbe potuto fare di più se non ascoltarla? Forse si sarebbe potuto ottenere un provvedimento di allontanamento, magari con un braccialetto elettronico? Sarebbe bastato? Sospetto che non si possa far molto se prima non è stato commesso un reato. Le minacce sono un reato! E se non c’è una specifica denuncia? Se non ci sono testimoni diretti? So solo che la violenza viene riconosciuta solo in minima parte da magistratura e forze dell’ordine. Che si tende alla sottovalutazione. Nanni aveva precedenti! Serve un impegno concreto per prevenire la violenza alle donne. Dal 2014 dalla parte delle donne maltrattate in famiglia c’è la Convenzione di Istanbul, ma a tutt’oggi è di fatto inapplicata. Mancano finanziamenti, corsi di formazione.

Il disinteresse della politica e delle istituzioni è un’ulteriore violenza per tante donne. Mi cadono le braccia. Solo ora, che Ilenia Fabbri è stata uccisa da quell’uomo che temeva, ci si interroga sulla solitudine in cui piombano le donne prima di essere uccise dal loro partner o ex. Quanta violenza subiscono prima di quel giorno?

A proposito di violenza. Anche la manipolazione è violenza. Claudio Nanni anche di questa dovrebbe rispondere.

Per la manipolazione della figlia Arianna. Per costruirsi un alibi ha abusato del suo desiderio di un’auto. La testimonianza di Arianna Nanni è stata resa in aula prima dell’avvocata di Ilenia. Ma la riporto solo ora, perché non avevo abbastanza cuore, per farlo in apertura. Prima ascoltiamo in aula la registrazione audio di quel 6 febbraio 2021.

Ma è quando poi comincia a rispondere alle domande della PM Scorza, che il dire di Arianna Nanni si fa straziante. Straziante, ma lucido e senza tentennamenti, è il suo racconto di quel 6 febbraio 2021. L’immagine di questa giovane donna, appena ventenne, mi ricorda una statua. Ferma, sicura, lapidaria nonostante le parole agghiaccianti che pronuncia.

Il suo racconto è ambientato nell’abitacolo dell’auto di suo padre che la sta accompagnando a ritirare la sua nuova macchina a Lecco. Sento lo squillo del suo cellulare. Sento la voce della sua compagna che urla: “Torna indietro, c’è uno in casa, tua mamma ha urlato ‘chi c’è in casa, chi sei, cosa vuoi?” Vedo quella giovane donna prendere in mano la situazione, dirigere il da farsi. Con due telefoni in mano. Il suo e quello di suo padre. Li usa entrambi contemporaneamente. Uno per parlare con le forze dell’ordine, l’altro per non lasciare sola la sua compagna con l’angoscia addosso. Arianna chiama gli agenti, ai quali deve ripetere e ripetere nome, cognome, indirizzo e sollecitare un intervento… forse un furto in casa.

Intanto deve tenere a bada suo padre che frigna: “Oddio… Arianna non sto bene, mi sento male”. Lei gli risponde: “Non fare la maletta, muoviti anche te… stai lì a piangerti addosso”. La sento dar voce alla sua preoccupazione: “Mia mamma non so che fine ha fatto… adesso chiamo mia mamma”. Ma sua madre non risponde.

Undici volte sollecita suo padre di accelerare: “Vai in terza corsia, metti gli abbaglianti, suona il clacson… abbiamo fretta!” Suo padre non l’ascolta. E, in quell’abitacolo, si fa strada anche un altro pensiero che tortura Arianna: “Io la porta l’ho chiusa a chiave… io avevo chiuso la porta… da dove cazzo è venuto fuori quello?… se mettevo i ganci di sicurezza…” , domande che cercano una colpa in se stessa.

“ Vi prego, vi prego!”, è il grido disperato della sua compagna, che si è chiusa a chiave nella stanza da letto. “Ecco sono qui, fermati, fermati!” Un singhiozzo. Respiri affannosi. Ancora un lamento. Un respiro che non trova aria. La voce di Arianna si affievolisce: “Sono entrata e ho visto quello che ho visto”. Il racconto si interrompe. Non c’è più fiato per proseguire.

Il Presidente della corte chiede espressamente ad Arianna Nanni cos’ha visto. E lei lo racconta tutto di filato, come se fosse ancora lì. Del corpo, del taglio, del sangue, degli occhi sbarrati… Poi ricorda di aver urlato, di essere corsa fuori, di essersi inginocchiata: “Non stavo bene, non riuscivo a respirare, ho cercato mio padre, era seduto sul marciapiede”.

“Oggi come vede la sua vita?” le chiede la sua avvocata. “È una condanna!” risponde lei. Una condanna a rivedere ‘quello che ha visto’ mille e mille volte, perché ‘quello che ha visto’ è ingovernabile, padrone, tiranno. Carceriere. Una prigione fatta di immagini inconcepibili, permanenti, incistate fra i pensieri. Bastarde perché ‘quello che ha visto’ ha registrato anche i suoni, i rumori, gli odori. E ogni volta come tuoni e fulmini scuotono ogni fibra del corpo. Flashback. Incubi. Insonnia.

La diagnosi è di disturbo post traumatico. Ma non ce la si può fare ad uscire dalla prigione senza aiuto. Così Arianna ha iniziato una psicoterapia, ma poi l’ha interrotta perché costa troppo per una “persona che vuole cavarsela da sola”, come si autodefinisce lei con orgoglio. E come potrebbe fare altrimenti? Il Servizio sanitario nazionale non riconosce il diritto alle cure psicologiche gratuite, costanti e continuative. Nell’elenco dei LEA (Livelli essenziali di assistenza) non è previsto il supporto psicologico per curare i disturbi post traumatici.

Anche lo stato talvolta ci mette del suo per complicare la vita alle donne vittime di violenza, ai loro figli e figlie. “Ilenia temeva per la sua vita. Mi fa fuori, diceva. Non lo farà lui: mi manderà qualcuno…”

Così aveva detto, così ha fatto.

Più di così!

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Commenti

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  1. Scritto da Maria

    Chi ha fatto queste leggi inutili non ha mai capito quanto sia terribile subire questi soprusi. Denunciare delle violenze e trovarsi a vivere ancora di più nel terrore!!!!!