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Femminicidio di Elisa Bravi. Le motivazioni della condanna di Pondi a 24 anni: lui capace di intendere e volere, poi si è ravveduto, troppo tardi

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Il femminicidio di Elisa Bravi avvenuto nel dicembre 2019 a Glorie di Bagnacavallo, fu un atto brutale compiuto dal marito Riccardo Pondi perfettamente capace di intendere e di volere, un atto frutto di rabbia e di aggressività innescato “da un motivo esterno” (una frase della vittima) e posto in essere davanti alle due bambine.

Elisa fu strangolata. Ma dopo avere stretto le mani attorno al collo della moglie fino a farla morire, Pondi si pentì: cercò di rianimarla, chiamò i soccorsi, ammise spontaneamente di essere lui il responsabile, decise di mettere a disposizione delle bambine ogni suo avere, e tenne anche un comportamento processuale irreprensibile.

Nella sentenza depositata in questi giorni alla cancelleria del Tribunale di Ravenna, la Presidente Cecilia Calandra e il giudice estensore Antonella Guidomei, spiegano, in 47 pagine, i motivi che hanno portato la Corte d’Assise di Ravenna a condannare – il 6 luglio 2021 – Riccardo Pondi a 24 anni di carcere, non accogliendo le richieste dalla Pm Lucrezia Ciriello che al termine della sua requisitoria aveva chiesto l’ergastolo. Uno “sconto” di pena che aveva amareggiato non poco i genitori di Elisa.

Ma andiamo con ordine. La tragedia si consuma fra l’una e le due della notte del 19 dicembre 2019 in una casa colonica nella campagna di Glorie di Bagnacavallo. Tutto si svolge nella stanza da letto della coppia. Riccardo Pondi, dopo una giornata difficile, è agitato, si è alzato tre volte, l’ultima per andare a controllare che la porta di ingresso sia ben chiusa. Elisa è infastidita. Sbotta: “Devi farti curare!” La frase, pronunciata in un contesto di rapporti di coppia ormai logoro, è la miccia che innesca la violenza.

Secondo la ricostruzione del consulente, Elisa viene aggredita alle spalle e sbattuta con violenza sul pavimento o comunque contro un ostacolo, poi Pondi mette le mani attorno al collo della moglie. La donna cerca di difendersi, come dimostrano le ferite alle braccia e al dorso della mano destra. Prende dei frammenti di vetro di una cornice per colpire il suo aggressore, che si ferma solo quando si rende conto “della letalità con la quale aveva stretto le mani al collo della moglie”.

Tutto avviene sotto gli occhi delle due figlie che al momento dei fatti hanno 3 e 6 anni. Inizialmente, l’inchiesta non colloca le bambine sulla scena. Quando la mamma di Elisa entra nella casa di Glorie dopo il delitto, trova le bimbe nella loro stanzetta, sveglie, i loro pigiamini sono sporchi di sangue. Le cambia e le porta via. La dolorosa circostanza emerge a poco a poco, nei racconti spezzati delle piccole ai nonni.

Quindi solo durante il processo la PM Lucrezia Ciriello chiede che il fatto di avere compiuto l’assassinio davanti agli occhi delle figlie venga considerato come un’ulteriore circostanza aggravante. In quale contesto familiare matura il femminicidio? Elisa Bravi e Riccardo Pondi sono sposati da 12 anni, solare e sempre sorridente lei, più chiuso lui, hanno due bambine deliziose.

Nel 2018 alcuni eventi danno una svolta al loro ménage. La coppia decide di comprare casa a Glorie di Bagnacavallo, Elisa inizia il nuovo lavoro al Consar e il marito vince il concorso per entrare nei vigili del fuoco. Cambiamenti positivi sulla carta, ma che nei fatti incominciano ad incrinare la loro vita familiare.

Nel 2019 Pondi inizia a frequentare il corso per pompiere prima a Roma e poi a Bologna ed è in questo momento che la madre Antonella raccoglie le prime confidenze della figlia. Elisa è preoccupata, perché tra loro le cose non vanno molto bene e anche la madre vede il genero dimagrito, stressato. Man mano che Elisa si fa strada nel suo lavoro, cresce la gelosia ossessiva del marito. Sospetta che lei lo tradisca con un alto dirigente del Consar. I due ricorrono alla terapia di coppia, ma lui decide di mollare perché sospetta che la psicologa parteggi per la moglie.

Elisa convince il marito a trascorrere un week end da soli, senza le bambine, per cercare di recuperare il rapporto. Ma la breve vacanza non sortisce alcun effetto. Pondi manifesta la sua inquietudine anche con i colleghi di lavoro. Sostiene che il suo cellulare è intercettato, per questo ricorre ai telefonini dei colleghi e la mattinata prima della tragedia viene accompagnato al pronto soccorso dell’ospedale di Bologna perché sostiene di essere stato avvelenato. Incolpa la moglie, dice che è stata lei, le chiede l’antidoto. Timori insensati nei confronti di pericoli inesistenti.

“… pur risultando a carico di Pondi un quadro di sofferenza psichica diagnosticabile come disturbo depressivo reattivo complicato dalla forte sintomatologia ansiosa con un quadro ideativo polarizzato su idee prevalenti originate dallo sfondo emotivo affettivo, – scrivono i giudici nelle motivazioni della sentenza – si deve escludere che tale condizione per consistenza e intensità possa aver determinato una qualche diminuzione della capacità dello stesso, con conseguente negazione della sussistenza del vizio totale o parziale di mente”. Quindi quando uccise la moglie, Pondi era consapevole di quello che stava facendo.

L’ ultimo capitolo delle motivazioni affronta il tema delle circostanze aggravanti ed attenuanti. Aggravanti sono il “rapporto di coniugio fra l’omicida e la vittima”, il fatto che il femminicidio sia avvenuto di fronte alle bambine e quella che in linguaggio giuridico viene definita la “minorata difesa”.

La tragedia infatti si svolge di notte, quel particolare momento della giornata dedicata principalmente al riposo, in cui la maggior parte delle attività s’interrompe, le strade sono meno frequentate e la vigilanza è meno intensa. Anche Elisa si trova a letto, probabilmente dopo la discussione ha voltato le spalle al marito per rimettersi a dormire. Lei e il marito sono gli unici adulti in casa.

“Questi – si legge nelle motivazioni – sono tutti elementi ambientali, temporali e personali che hanno certamente facilitato l’azione criminale rendendo effettivo… il controllo dell’agente sulla vittima anche per la sproporzione di forza fisica tra i due, agevolando il depotenziamento se non annullando, come in effetti avvenuto, la possibilità di una difesa privata (da parte di vicini o parenti) e pubblica”.

Per contro, l’imputato è incensurato, ha chiamato subito il 118, i soccorritori lo hanno trovato mente cercava di praticare un massaggio cardiaco alla moglie, ha reso una confessione spontanea ai carabinieri. Tutti comportamenti successivi al fatto, che secondo i giudici costituiscono un segnale di “un atteggiamento di ravvedimento o almeno di presa di coscienza del proprio efferato gesto, proseguito anche con la messa a disposizione del proprio patrimonio alle figlie”.

Un bilanciamento fra circostanze aggravanti e attenuanti che, secondo giudici, “rende equa l’applicazione di una pena adeguata all’elevato disvalore penale del fatto, pari quindi al massimo della pena prevista per tale tipo di reato, nella sua forma non aggravata”. 24 anni di reclusione, così è stato stabilito.

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Commenti

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  1. Scritto da carla baroncelli

    bellissima ricostruzione Roberta, puntuale e narrata anche con un sottofondo indignato.

  2. Scritto da bi

    poi si pentì – dopo che lui l’aveva uccisa assurdo