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A febbraio parte il cantiere per l’ampliamento del Pronto Soccorso di Ravenna. Tiziano Carradori (DG Ausl Romagna): “sanità sotto finanziata”

L’ospedale di Ravenna e in particolare il Pronto soccorso sono nuovamente nell’occhio del ciclone, se mai ci fossero usciti, in questi due anni di pandemia. I tempi di attesa sono lunghissimi, “inaccettabili” come li ha recentemente definiti anche il vicesindaco Fusignani parlando nel suo ruolo di segretario provinciale dell’Edera. La quarta ondata di Covid ha travolto la sanità nazionale e anche quella ravennate non è rimasta indenne, anche se tutto sommato sta reggendo il colpo. Per offrire risposte più efficaci servono investimenti strutturali e più medici.

Dallo scorso anno si parla del progetto di ampliamento del pronto soccorso ravennate. Il Direttore Generale dell’Ausl Romagna, Tiziano Carradori, ne aveva annunciato la partenza per l’estate, il sindaco di Ravenna, Michele de Pascale, in campagna elettorale per la sua rielezione, aveva dato il cantiere in avvio entro la fine del 2021. Siamo ormai alla fine di gennaio e ancora non è partito nulla. Ne abbiamo parlato con il Direttore Generale di Ausl Romagna, Tiziano Carradori, che promette l’avvio dei lavori per il mese di febbraio.

LAVORI AL PRONTO SOCCORSO

Direttore Carradori, quando possiamo oggettivamente pensare che partiranno i lavori?

“Contiamo di approntare il cantiere entro le prime due settimane di febbraio. Il progetto esecutivo è stato rivisto alla luce del confronto con il nuovo direttore del Pronto Soccorso, che ha preso servizio a metà dicembre scorso. Ha già passato il vaglio regionale e ora attende le ultime approvazioni formali del Ministero, ma intanto partiamo con i lavori propedeutici di apertura del cantiere. I frequentatori del Pronto Soccorso ravennate cominceranno a vedere i primi segni dei lavori a febbraio.”

MANCANO I MEDICI

I lunghi tempi di attesa in PS, però, non riguardano solo locali sottodimensionati, quanto la carenza di medici ed infermieri. Come è arginabile questo problema?

“Ci sono due ragionamenti distinti da fare, che riguardano il piano nazionale, sul quale noi come sanità locale non abbiamo alcun potere: l’enorme accesso di pazienti al Pronto Soccorso e la carenza del personale. Poi Ausl deve cercare di ottimizzare la propria organizzazione, per farla funzionare al meglio, ma senza soluzioni di sistema, non se ne esce.”

Troppi accessi al Pronto Soccorso, quindi?

“Consideriamo che tra il 40 e il 50% della popolazione si reca annualmente al Pronto Soccorso. Si tratta di numeri elevatissimi ed è difficile rispondere a tutti nei tempi previsti dalla Regione (massimo 6 ore per la dimissione o il ricovero). Molti di questi accessi ce li potremmo risparmiare se il sistema di medicina territoriale e socio-sanitario funzionasse meglio, perché spesso si tratta di pazienti con patologie croniche e anziani, che non hanno trovato altra risposta sul territorio. Se ne parla da 30 anni ma è stato fatto poco. I finanziamenti del PNRR andranno per nuove strutture e tecnologie, ma dentro alle strutture ci lavorano medici ed infermieri, che vanno assunti e retribuiti con la spesa corrente. C’è un grosso problema di sotto finanziamento del sistema socio sanitario in Italia.”

La carenza di medici è un problema noto…

“A dicembre 2021 circa il 26% della dotazione di medici di Pronto soccorso e Punti di Primo Intervento della Romagna era assente per malattia o per posti vacanti e non c’era modo di reclutare altro personale. Sul mercato del lavoro non ci sono medici a sufficienza. È meritoria l’iniziativa del Governo, nell’ultimo anno, che ha sbloccato l’accesso alle borse di specializzazione, raddoppiandole. Ma le conseguenze le vedremo tra 4 o 5 anni, non prima. Per risolvere l’urgenza attuale, ne ha parlato anche il presidente dell’Ordine dei Medici di Ravenna, Stefano Falcinelli, serve modificare la normativa, che prevede l’obbligo della specializzazione per essere assunti dalla sanità locale. Ci sono laureati in medicina che non possiamo reclutare, come avveniva fino a una decina di anni fa, perché sprovvisti della specializzazione.”

E gli infermieri?

“Oltre ai medici, mancano anche gli infermieri e questo dipende anche dalle condizioni lavorative e retributive: ci sono posti liberi nelle scuole per infermieri, che non vengono coperti, perché la carriera non è considerata attrattiva, rispetto all’investimento di studio che si fa. Per diventare infermiere si studia anche 9 anni (tenendo conto di eventuali master), poco meno di un dottore, ma le retribuzioni, confrontate con gli altri Paesi OCSE, in Italia sono di molto inferiori. Anche il contenuto del lavoro di questi professionisti è rimasto invariato, nonostante l’irrobustimento della loro formazione. In Francia, Belgio e molti altri Paesi europei non è così: possono riprescrivere farmaci per le patologie croniche, per esempio. Molto lavoro dei medici sul territorio è fatto di questo e potrebbe essere svolto dagli infermieri.”

Quindi il problema principale è il sotto finanziamento della sanità?

“Sulla nostra organizzazione interna lavoriamo continuamente. I margini di miglioramento ci sono, ma non possiamo essere chiamati all’impossibile. Il sistema italiano ha un’altissima sostenibilità economica: spendiamo tra i 900 e i 1.500 dollari in meno della media dei Paesi dell’Europa occidentale a parità di potere d’acquisto. È ora di decidere se vogliamo il livello di prestazioni della Turchia oppure della Germania e della Francia. Non possiamo pretendere un sistema di alta qualità, equo e meno diverso tra le varie regioni d’Italia e poi non finanziarlo. Questi sistemi costano. Il nostro finanziamento, da 123 miliardi di euro dovrebbe essere aumentato di almeno 30-35 miliardi. Se così fosse, l’Emilia Romagna otterrebbe qualcosa come 5 miliardi di euro in più e l’Ausl della Romagna, che io protempore dirigo, riceverebbe il 25% in più di finanziamenti.”

LE LISTE DI ATTESA CRESCONO

La pandemia ha ingolfato anche i tempi di attesa per visite ed esami specialistici. C’è chi ha parlato di 400 mila prestazioni inevase, qual è la situazione?

“Non nego l’esistenza di problemi, ma le cifre che sono state diffuse non sono corrette. In Romagna ci sono 390 mila prenotazioni che non sono prestazioni arretrate. Noi produciamo oltre 15 milioni di prestazioni l’anno, oltre 300 mila prestazioni a settimana. Se si fa un’interrogazione su quante sono le prenotazioni in un giorno particolare se ne trovano anche 400 mila, è piuttosto normale. In un paio di settimane potrebbero essere evase. Il punto è il tempo di attesa e delle criticità ci sono, dovute alla carenza di specialisti. Sugli esami di gastroenterologia, per esempio, ci sono ritardi. Mancano medici negli ospedali pubblici, ma anche nel privato accreditato. Non si tratta di problematiche ascrivibili a blocchi della produzione causa pandemia, allo stato attuale. Abbiamo ricollocato tutte le prenotazioni delle prime ondate Covid. In questo momento c’è un’alta domanda, come succede in tutti i Paesi sviluppati con un alto reddito pro capite, come quello della Regione Emilia Romagna che, unita alla carenza di personale e all’ingiustificato sotto finanziamento della sanità di cui ho parlato, provocano i ritardi. Ma attualmente possiamo parlare di relativa e controllata difficoltà. Potremmo sicuramente fare meglio con maggiori risorse. Ma le politiche allocative delle risorse, come è noto, non le fa un Direttore Generale, le fa il Governo, che se decide di ridurre l’Irpef a chi guadagna come me, fa delle scelte. Scelte che come cittadino non condivido, ma come dirigente di un servizio devo rispettare.”

Commenti

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  1. Scritto da leo

    ancora dopo due anni non vi siete attrezzati magari per fare semplicemente tamponi rapidi
    fuori dell ospedale a chi arriva magari aiutati da esercito se non avete personale
    è scandaloso- se poi si aggiunge che tanti- specialmente anziani con problemi immediati
    devono prendere appuntamento dal medico di base che lo dà dopo una settimana – penso
    che siate disorganizzati e incompetenti

  2. Scritto da Obezio

    Qui scoprono l’acqua calda, che novità. Sono decenni che le politiche sanitarie si sono impostate per favorire il privato. La sanità pubblica doveva sparire a favore di quella privata. Partendo dal numero chiuso a Medicina,che ha favorito l’esodo verso il privato. Se Paghi la visita è immediata. Una vergogna. Addirittura emigrano anche gli infermieri, turni più accessibili e stipendi più alti. Il bel paese in mano ad affaristi e lobbisti, e si continua così, ancora oggi visto il caso tamponi.