La tragica notte fra il 27 e il 28 luglio 1922 quando cadde la “roccaforte rossa” di Ravenna: il dovere della memoria perché il fascismo non torni mai più foto

Legacoop Romagna, Federcoop Romagna e Federazione delle Cooperative di Ravenna hanno voluto ricordare gli eventi di 100 anni fa. La lectio magistralis di Ezio Mauro

Veniamo da lontano e andiamo lontano. Si conclude con questa frase dal forte valore ideale, carica di storie e di speranze, il video che illustra la realtà di Legacoop Romagna oggi, anno domini 2022. È il 25 maggio. Siamo nella Sala Nullo Baldini della Provincia di Ravenna. Qui una volta si tenevano infuocate assemblee studentesche. Oggi la sala è completamente rinnovata, l’atmosfera è piuttosto ovattata, l’appuntamento è importante. Legacoop Romagna, Federcoop Romagna e Federazione delle Cooperative della Provincia di Ravenna hanno indetto un incontro per ricordare gli eventi di 100 anni fa proprio in questi luoghi. Nella notte fra il 27 e il 28 luglio 1922, dice in apertura di convegno Mario Mazzotti, Presidente di Legacoop Romagna, “in questo stesso palazzo (che era stato prima Palazzo Rasponi, poi Hotel Byron e infine sede della Federazione delle Cooperative guidata da Nullo Baldini, ndr) ci fu l’assalto delle squadracce fasciste guidate da Italo Balbo”, uno dei tre triumviri della Marcia su Roma, che avvenne di lì a tre mesi esatti. Anzi, l’attacco alla Federazione delle Cooperative di Ravenna fu uno dei più importanti episodi che si inserì nella stagione insurrezionalista ed eversiva delle squadre mussoliniane nell’estate del 2022, una sorta di prova generale per il colpo di mano finale: la presa del potere da parte di Mussolini, che avrebbe messo fine all’esangue stato liberale.

Dopo Mazzotti ha portato il suo saluto il Sindaco di Ravenna e Presidente della Provincia – quindi padrone di casa – Michele de Pascale che dopo avere ribadito il valore della memoria, ha voluto sottolineare da una parte come il movimento cooperativo sia parte fondamentale delle nostre radici e della identità della nostra comunità e dall’altra ha ricordato come il fascismo non decise a caso di colpire la Federazione delle Cooperative: “si colpiva – ha detto de Pascale – l’organizzazione che aveva dato dignità e lavoro a migliaia di braccianti e di ravennati poveri, che aveva conquistato spazi di democrazia, di rappresentanza e di emancipazione per quelle masse diseredate.”

Ha portato il suo saluto anche Mauro Lusetti, Presidente nazionale di Legacoop (seduto accanto al Presidente regionale Giovanni Monti), che ha voluto ricordare come nel biennio 1921-1922 il fascismo compì 500 assalti alle sedi e organizzazioni cooperative e si rese colpevole di decine e decine di pestaggi e assassini. “Il movimento cooperativo era nato per cambiare le regole del mercato di allora”, per sostenere la domanda di lavoro, i diritti e la dignità di tanti braccianti e lavoratori, “e per questo si scatenò la reazione contro le cooperative” di cui il fascismo fu il braccio armato.

Legacoop Romagna
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Dopo queste tre introduzioni, si è passati alla ricostruzione storica di quel tragico assalto e degli eventi che lo precedettero. Giuseppe Masetti, Direttore dell’Istituto Storico della Resistenza, ha raccontato come nel 1921 il fascismo nella sua versione più aggressiva e violenta, quella agraria e rurale, sia dilagato in tutta l’Emilia. Ma Ravenna era rimasta a lungo una terra poco permeabile ai fascisti: tardiva è anche la nascita del Fascio di Ravenna, che avviene solo nel marzo del 1921. Qui la forza dei partiti popolari – socialisti e repubblicani – è tale da far ritenere ‘erroneamente’ di poter creare una barriera al fascismo. Ma il fascismo attecchì anche qui e nel 1921, in occasione del centenario dantesco ci fu un primo grave assalto alla Camera del Lavoro. Ma il vero assalto pianificato, distruttivo, definitivo alla “roccaforte rossa” – come veniva definita Ravenna – fu quello del luglio 1922, guidato da Italo Balbo e con la partecipazione di fascisti che arrivavano da tutta l’Emilia a dar man forte a quelli locali.

Lorenzo Cottignoli, attuale Presidente della Federazione delle Cooperative della Provincia di Ravenna, ha voluto ricordare che gli anniversari sono addirittura tre nel 2022. Il primo è appunto il centenario dell’assalto. Il secondo è il 160° anniversario della nascita di Nullo Baldini anima del movimento cooperativo ravennate. Il terzo è il 120° compleanno della stessa Federazione delle Cooperative fondata proprio il 25 maggio del 1902. Cottignoli ha poi ricordato tutte le ragioni che portarono nella seconda metà dell’800 e nei primi del 900 all’organizzazione del proletariato rurale e poi anche cittadino nelle cooperative, con la costituzione prima dell’Associazione delle Cooperative e poi della Federazione delle Cooperative, appunto nel 1902. Non solo, poi nasce anche la Camera del Lavoro e quando si rompe l’Alleanza del Lavoro fra socialisti e repubblicani nascono le organizzazioni repubblicane accanto a quelle di ispirazione socialista.

Lorenzo Cottignoli ha ricordato come man mano nella sinistra di allora cresca la spinta pragmatica e riformista e si stemperi la carica rivoluzionaria, perché prima di tutto bisogna dare pane e lavoro a chi non aveva niente. Ma quell’epopea che portò a organizzazioni cooperative forti e potenti – tali da sentirsi anche al riparo dal fascismo rampante e da sottovalutarlo – fu costellata anche di sconfitte, fallimenti, divisioni e vicende controverse come quella della bonifica di Ostia. Ma ad un certo punto la Federazione delle Cooperative della Provincia di Ravenna era così potente da poter acquisire sul territorio addirittura il 50% dei lavori pubblici e da dare lavoro a 25 mila persone. Era un player economico, diremmo oggi, di valore nazionale, già con commesse anche all’estero. Pochi anni prima del fatidico 1922 aveva anche acquistato, al colmo del suo potere, quella prestigiosa sede in pieno centro a Ravenna, l’Hotel Byron, ex Palazzo Rasponi. La Federazione delle Cooperative di Ravenna e il suo palazzo erano simboli da abbattere e distruggere se i fascisti volevano impossessarsi di Ravenna, ultimo baluardo che resisteva al dilagare delle bande nere. E così fecero in quella notte fra il 27 e il 28 luglio di 100 anni fa.

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Alessandro Luparini, Direttore della Fondazione Casa Oriani, che ha condotto vasti studi sulla storia ravennate e sulle origini del fascismo locale ricorda come l’assalto del 27 e 28 luglio fosse stato pianificato a un raduno dei fasci di tutta la regione a Bologna, il 4 luglio: la roccaforte rossa doveva cadere.

Il pretesto dell’assalto nacque da vicende socio-politiche e sindacali che opposero alcuni giorni prima il sindacato dei birocciai fascisti ai sindacati dei partiti popolari. Ci furono scontri che la forza pubblica non seppe e non volle sedare. I sindacati socialisti e repubblicani proclamarono lo sciopero generale per il 26 luglio e un tentativo in extremis di evitarlo, tentato dallo stesso Nullo Baldini, fallì. Lo sciopero del 26 luglio finì in scontri aperti fra fascisti e antifascisti, i neri ravennati appoggiati da molti fascisti arrivati da fuori. Sul terreno rimasero 10 morti, fra cui il capo dei birocciai fascisti. Questo fece scattare l’assalto finale. I fascisti occuparono la Casa del Popolo dei repubblicani ricattando i repubblicani (se rompevano l’Alleanza del Lavoro coi socialisti la Casa del Popolo sarebbe stata risparmiata) e infine diedero assalto alla Federazione delle Cooperative, distruggendola. Chiudendo, Luparini ha ricordato che la violenza fascista non era indiscriminata, anzi, era sempre chirurgica, colpiva in base a precise scelte politiche, economiche, ideali e simboliche per fiaccare gli avversari. E bisognava distruggere il simbolo del potere rosso per fiaccarne la resistenza a Ravenna: per questo proprio la Federazione delle Cooperative di Nullo Baldini.

Raffaella Biscioni ha illustrato i documenti fotografici dell’assalto, frutto del lavoro di un fotoreporter ante litteram dell’epoca, quale fu Ulderico David. Da ultimo Ezio Mauro – giornalista e saggista – ha tenuto una appassionata lectio magistralis sugli anni che vanno dalla nascita del fascismo alla presa del potere, con l’incarico del Re a Mussolini. In quei 4 anni succede di tutto. Il fascismo nasce nel 1919 e sembra un aborto. Nelle elezioni di quell’anno Mussolini non prende nemmeno un seggio parlamentare. È già nel baratro. Poi c’è il biennio rosso. La paura che si diffonde nelle classi possidenti e dirigenti. La fatiscenza delle istituzioni liberali. La rabbia e la frustrazione che si diffonde fra il ceto medio e gli ex combattenti. Il grande rancore. E ci sono gli scioperi, le occupazioni delle fabbriche, quel rivoluzionarismo (‘facciamo come in Russia’) che era e rimarrà sempre fondamentalmente parolaio. Capace di spaventare gli avversari ma senza produrre effetti sul piano del potere per la classe proletaria. Pesano anche le divisioni fra popolari, socialisti e comunisti e fra socialisti massimalisti e riformisti. In queste contraddizioni s’incunea con abilità e disinvoltura il fascismo di Mussolini, con un’arma fondamentale: la violenza organizzata. Che diventa il braccio armato in particolare degli agrari: il braccio armato di interessi costituiti impauriti e vendicativi, disposti a tutto. È la reazione, dice Ezio Mauro, violenta, feroce, spietata.

Dato per morto nel 1919, il fascismo prende il volo fra la fine del 1920 e la fine del 1921: in quell’anno fa decine e centinaia di assalti violenti, decuplicano i fasci in giro per l’Italia. Fra il 1919 e la marcia su Roma del 1922 il fascismo fa 3.000 vittime. Agisce spesso impunito, con la complicità delle forze dell’ordine.

Nell’aria c’è l’idea del disfacimento dello stato liberale e del colpo di stato che ponga fine a quell’agonia, ricorda Mauro. Si diffonde la voglia di dittatura, di pugno di ferro, per farla finita con tutto quel disordine. E paradossalmente i fascisti di Mussolini che erano massima parte del problema si propongono come soluzione. Sappiamo com’è andata a finire. Ma prima c’è ancora la stagione più violenta, quell’estate del 1922 in cui il fascismo diventa sedizione aperta, insurrezione, fa le prove generali del colpo di stato e della presa del potere fra Bologna, Ferrara e Cremona. E dentro quell’estate di sangue c’è l’episodio di Ravenna, certo non un episodio secondario.

E quando Mussolini prende il potere chiamato dal Re – chiude Ezio Mauro – è già tutto accaduto. Il colpo di stato c’era già stato. Dopo ne abbiamo pagato le conseguenze per oltre venti anni.

La lezione è finita. Nella cripta accanto alla sala si apre una mostra con alcune immagini e documenti dell’incendio dell’ignominia di 100 anni fa. Mentre il 28 luglio al Teatro Alighieri ci sarà un altro momento commemorativo di grande rilievo a cui si sta lavorando e di cui ancora non sono stati precisati i contorni.

Legacoop Romagna
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