“Sputa tre volte” di Davide Reviati. La memoria del diverso

Qualche riflessione e un'intervista su “Sputa tre volte”, l'ultima opera del fumettista ravennate Davide Reviati, appena uscita per Coconino Press: un Bildungsroman ad ampio respiro, che supera ed arricchisce l'universo narrativo del fortunato "Morti di sonno"

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Ci sono fumettisti che ti colpiscono con la precisione chirurgica del tratto, per quella capacità quasi fotografica di rappresentare la natura, come Taniguchi. Altri per l’onirismo immaginifico, come Moebius; altri ancora grazie al carisma di un personaggio che sembra di conoscere da una vita, come il Corto Maltese di Hugo Pratt; alcuni attirano il tuo sguardo grazie al virtuosismo grafico o per la grande eleganza estetica, come Manuele Fior.

 

Davide Reviati, a differenza di tutti gli altri, lascia che sia il vuoto a catturare il lettore. Le sue storie procedono per allusioni, misteri, sospensioni. E sono proprio queste pause, che sfidano l’intelligenza del lettore e ne stimolano la curiosità, a catturare come una lenza i nostri occhi, a spingerci a girare pagina ancora e ancora, per godere sempre di più dei suoi disegni. Ho sempre invidiato la capacità dei grandi narratori di dire senza dire. Quelli che, con una parola giusta, appesa lì, quasi casualmente, riescono ad alludere a un cosmo. Davide Reviati, con questo ultimo Sputa tre volte, edito da Coconino Press, si conferma essere uno di questi narratori.

Nel suo caso, non è solo il lessico ad essere centellinato con equilibrio, con gusto da poeta – abilità non scontata in un fumettista – ma è anche la capacità di fare di più con il meno sia dal punto di vista grafico, grazie all’uso dello schizzo e dell’abbozzo, sia da quello narratologico, attraverso le pause e le allusioni. Questa è stata la grande intuizione del celebre Morti di sonno, nonché, senza dubbio, una delle ragioni del suo successo. Un tratto veloce, nervoso, due segni grafici e il nostro occhio ricostruisce gestalticamente l’universo che gli sta dietro. Sembra semplice, detta così, ma ci vuole una grande sapienza e tanto esercizio per riuscire a giungere a queste altezze. Altri la chiamano sprezzatura.

 

Sputa tre volte non abbandona questo metodo, ma lo porta ad un altro livello di consapevolezza. Sputa tre volte è un libro che a pagina 30 ti cattura, a pagina 60 ti tira per le orecchie, a pagina 150 ti dà un calcio ben assestato e a pagina 250 ti ha già bello che scaraventato in cima al capolavoro, dove ti lascia boccheggiante e confuso, fino alla fine. È complesso offrire uno sguardo che possa risultare assieme sia sintetico che esauriente per quello che non esiterei a definire un vero e proprio Bildungsroman grafico di più di 500 pagine, frutto di sei anni di incubazione – e già questo basterebbe a festeggiare la sua pubblicazione come un evento artistico importante per la nostra città e per la narrativa a fumetti. Ma si può tentare di attaccarlo di traverso, riflettendo sui temi portanti che sostengono le sue tavole in bianco e nero.

 

 

Il primo, immediato tema di Sputa tre volte è la memoria, un concetto caro a Reviati, che permea anche i precedenti Morti di sonno (2009) e Dimenticare Tienanmen (2009), sempre in modo problematico. La memoria, per Reviati, non è mai comoda né facile. Se nel primo libro, infatti, il nodo da sciogliere era quello di una memoria dolorosa, e del conseguente tentativo di accordare la tragedia privata all’indifferenza pubblica, nel secondo si tratta piuttosto di una riflessione sulla fugacità della memoria, trasmessa graficamente da quelle tavole dove i visi delle vittime finiscono per obliarsi nel tempo.

In quest’ultimo libro, invece, la memoria compie un movimento opposto: riemerge, si ripresenta senza tregua. E, una volta di più, si tratta di un elemento disturbante, doloroso: da una parte lo sforzo del protagonista Guido di superare il lutto per la morte della figura paterna; dall’altro lo scoprimento del Porrajmos – “divoramento” in lingua romanì – ovvero dell’Olocausto sofferto parallelamente a quello ebraico dai popoli di etnia rom e sinti durante la Seconda Guerra Mondiale. Evento che, a differenza del primo, è stato subito coperto da una colata di silenzio, e perciò continua a bruciare: “I vincenti dovrebbero fare i conti col reuma della vergogna, che salta fuori ogni volta che cambia il tempo”, scrive Reviati. Il ricordo di questo dolore muto, che non ha trovato giustizia adeguata né pagine sulle quali essere tramandato, ritorna, emerge da un campo arato sotto forma di cocci rotti, scorie, ossa ritrovate durante i giochi d’infanzia dei protagonisti. Si tratta del “Campo dei Miracoli”, invenzione di Davide, come vedremo, ma non troppo lontana dalla realtà.

 

Ciò che stupisce, nella narrazione di Reviati, è l’attenzione sempre vigile a non cadere in patetismi né in apologie. Il racconto del rapporto tra i protagonisti sedentari, i “gagi”, e gli zingari è lontanissimo da quell’atteggiamento ipocrita tipicamente liberal che, volendo ergersi a tribuno della dignità degli sconfitti, finisce per appropriarsi del loro dolore e digerirlo in opere estetiche di comodo: confessionali di una coscienza colpevole. Reviati ci racconta del rapporto col diverso, e lo fa con una sincerità ammirevole, che non appiana affatto le contraddizioni del diverso (come con lo splendido personaggio di Loretta, centrale in tutto libro), e neppure rinuncia a rendergli almeno un briciolo di giustizia.

Ed è tanto più efficace, questo scontro col diverso, proprio perché gli zingari rappresentano ancora per noi un elemento non razionalizzato né conosciuto. Avvertiti come estranei “radicali” per noi Europei, usati dalla politica come spauracchio o capro espiatorio, l’appartenenza all’etnia zingara è ancora sufficiente per marchiare un individuo ed escluderlo da ogni discussione razionale. “Sono zingari, c’è bisogno d’altro?”, si chiede ironicamente Reviati.

 

 

Ogni Altro è uno specchio per ridefinire la nostra identità, per interrogare noi stessi: e così avviene anche per Guido. Adolescente comune, intrappolato in quell’eterno dolce far niente, composto di bocciature all’ITIS e di “stoppaccioni”, fumati ai capanni della Baiona, dentro un bunker, o lungo l’Adriatica verso lo Slego, Guido riesce a superare il lutto per la scomparsa del padre anche grazie allo scontro con la realtà rom.

 

 

Da una parte ci sono Maurizio, detto Al Pacino, zingaro che lo salva da una deriva reale e metaforica, e sua sorella Loretta, icona inquietante eppure famigliare della miseria e del diverso incomprensibile; dall’altra l’amico d’infanzia Moreno, detto Grisù.

Un lettore smaliziato, mettendo assieme i vari indizi disseminati qua e là nella narrazione, potrebbe arrivare a formulare un’ipotesi: anche in Moreno, in realtà, scorre il sangue del mondo dei nomadi. Si tratta infatti di un orfano, affidato a una famiglia di “gagi”, il cui padre adottivo sembra essere rimasto invischiato in relazioni oscure con la famiglia rom degli Stančič. Questo compagno, che Guido si trova addosso “come la febbre sbirulina”, con la sua latente selvatichezza, la sua impulsività e la sua brutalità, scuote spesso l’apatia di Guido e in varie occasioni, svolge inconsapevolmente il ruolo di maestro e protettore, come all’inizio del libro quando, pur di salvare il mistero dell’infanzia, è disposto a prendere a sassate il compagno.

Per tutta la lunghezza di questa storia, sarà proprio grazie allo scontro con Grisù che Guido assimilerà preziose lezioni morali: “non fare nulla che non potresti sopportare” o “se non sei disposto a subire lo stesso”, come durante la brutale uccisione di Cancero, il cane protagonista di alcune delle tavole più belle del volume; o, per citare le frase probabilmente più memorabile di Sputa tre volte, “la felicità non va portata in giro come un vestito nuovo”.

 

 

Raggiungo Davide nella sua tana, al Villaggio Anic, per fargli qualche domanda sul libro. C’è abbastanza tempo per vedere la disfatta del Chelsea, prima che ci raggiunga l’amico Walter Pretolani, che ha seguito da vicino la stesura di Sputa tre volte.

 

“Sputa tre volte”: in Romagna, pare, si diceva quando entrava qualcosa nell’occhio. Anche nel testo Lus di Nevio Spadoni, la protagonista strega recita questo malocchio contro qualche male.

Davide Reviati: “Infatti ho scoperto che si tratta di un esorcismo che apparteneva ad una tradizione della nostra cultura, e non solo del mondo rom. Addirittura Elena (Bucci, attrice e anima della compagnia di teatro Le Belle Bandiere, compagna del fumettista, N.d.R.) ha ritrovato questo gesto nelle pagine di un classico del teatro greco.”

 

Una vicinanza che già potrebbe dirci molto. Come mai gli zingari, Davide? Data la centralità del tema della memoria nelle tue opere, c’entra qualcosa il fatto che siano l’unico popolo che, ancora oggi, rimane costitutivamente senza memoria?

Davide Reviati: “La cosa interessante è che non è proprio così immediato. Il popolo degli zingari non ha memoria sociale, nel senso che tendono a non tramandare per iscritto le loro storie. Ma c’è una memoria individuale, conservata ed esercitata in maniera quasi ossessiva. A me, soprattutto, incuriosiva molto il loro modo di affrontare la morte. È un mio pallino: la mia sensazione è che, nella nostra società, la morte sia un tema rimosso. Non è stato sempre così: nel mondo già più arcaico dei miei nonni c’era una confidenza quasi quotidiana con l’evento. Oggi, senza dubbio, è in atto una rimozione. Si è perso ogni tipo di ritualità decente, o quanto meno sana.”

“Ti racconto una storiella, che è rimasta fuori dal libro, ma che sono intenzionato a disegnare, prima o poi: siamo in un accampamento di zingari. Uno di loro, considerato un uomo forte dal suo gruppo, un attaccabrighe con fama di prevaricatore, chiede ad un altro zingaro di prestargli il fucile per andare a caccia. E l’altro si rifiuta. Lui chiaramente non ammette che possa succedere questa cosa, e sulle prime ha paura di passare per vigliacco. Poi capisce che la ragione del rifiuto dell’altro è che il fucile apparteneva al padre, defunto poco di tempo prima. Non appena capisce questa cosa, desiste dalla contesa.”

“Questo per dire quanto importanti siano per loro i rituali individuali legati al morto: gli oggetti appartenuti al morto sono sacri, mi astengo da mangiare quel piatto lì perché piaceva tanto al defunto, etc. – ma questa memoria, questi riti, non sono condivisi col resto della società: sono prettamente individuali. La memoria, insomma, non viene codificata a livello di gruppo perché appartiene alla sensibilità individuale. E quando non c’è una codificazione sociale ognuno si può inventare il proprio rito: c’è addirittura chi brucia l’unico carro che ha, il luogo in cui vive, perché è appartenuto al padre defunto. Questo almeno per quanto ne so: ma non bisogna generalizzare mai. L’universo rom è un universo variegato: esistono i sinti, i rom, i kalé, i manush.”

“Devo dire che provo nei confronti degli zingari una certa empatia. Ho sentito una vicinanza estrema, quasi come se ne condividessi la loro condizione: io che in realtà non la condivido per nulla, perché sono un privilegiato, come tutti noi. Faccio fatica a spiegare il perché. Credo sia analogo a ciò che dice Diane Arbus quando parla dei freaks, soggetti che fotografa molto: ne parla come di aristocratici, perché hanno già conosciuto una condizione, fin dal loro concepimento, di estremo dolore. E ne parla con un’adesione ed empatia incredibile, che secondo me emerge bene dalle sue foto. Dalle frequentazioni che ho avuto con gli zingari – che sono pochissime, quelle che può avere avuto chiunque di noi – ho sentito questa empatia. E poi ci sono altri aspetti che mi incuriosiscono: ad esempio la mancanza di cerimoniosità, che da noi sfocia nell’ipocrisia nel giro di un secondo. In loro ci può essere la furbizia di fregarti, ma non c’è ipocrisia. Trovo che ci sia una schiettezza dei rapporti vicina quasi ad una autenticità animalesca: che può essere anche brutale, ma che trovo più vera.”

 

 

C’è una tavola che mi piace tantissimo, quella dell’ex scienziato nazista che lascia l’uniforme da gerarca in casa ed esce tranquillo, da perfetto civile. Nel libro si fanno i conti anche col Porrajmos, l’olocausto zingaro; e ciò che colpisce è la totale mancanza di informazioni certe su quello che è successo.

Davide Reviati: “Ciò perché gli zingari non erano mappati. Era impossibili ottenere dei dati certi. Per questo sono nate tante discussioni sulle cifre. Quanti ne sono morti? 500 mila, 50 mila, 30 mila? Non erano mappati, non lo sapremo mai con precisione. D’altronde gli studi non sono mai stati molto approfonditi. Pensa solo che nei processi seguiti allo sterminio le popolazioni rom e sinti non sono mai state chiamate come parti in causa per testimoniare.”

 

C’è un luogo simbolo nel tuo libro, che fa riemergere la Storia attraverso i giochi dei protagonisti: si tratta del “campo dei miracoli”, passata sede di un campo di prigionia e ora campo coltivato, nel quale a volte riemergono oggetti sinistri. È tutta una tua invenzione?

Davide Reviati: “Direi di no. Tra i campi di detenzione più vicini a noi c’era quello di Fossoli, vicino a Modena, da dove è passato anche Levi. Ma bisogna sempre ricordare che, quando si parla di lager italiani, occorre fare delle distinzioni. I nostri lager non erano tutti come quelli tedeschi: molti erano anche campi di transito, dove si stava per un qualche tempo prima di partire per Auschwitz o Birkenau. E non tutti ospitavano ebrei: alcuni erano solo per prigionieri politici. Insomma, si tratta di realtà complesse. E anche la logistica era diversa. Un altro campo di detenzione era Castel Scipione, vicino a Parma. Ancora più vicino, ce n’era uno a Forlì. Per molti di questi posti non conserviamo più memoria perché sono stati creati su strutture precedenti: caserme, conventi. Che magari oggi sono diventati condomini. A Castel Scipione, ad esempio, oggi ci fanno le feste per i matrimoni. Allora erano internati gli ebrei. Altri erano luoghi all’aperto, ma erano minoritari: venivano edificate delle semplici baracche o addirittura delle tende. Ed è questa l’idea che sta dietro al campo arato dei miracoli. C’è una storia che ho trovato leggendo Paul Polanski, ed è quella di un ex campo di concentramento in Repubblica Ceca, su cui oggi è stato aperto un allevamento di maiali. Questo fatto mi ha colpito, e mi è servito non tanto per creare un incastro narrativo, come poi ho fatto, ma anche per dare il sapore della cosa. È mai possibile? È come se la memoria riemergesse anche dove non immagineresti mai potesse succedere: in un luogo domestico, famigliare. Era quella l’idea: che la memoria c’è sempre, lì sotto.”

 

 

Il tema della memoria, in Sputa tre volte, viene affrontato su un doppio binario. Da un lato ci sono queste storie, dall’altro c’è il tema della memoria legata al padre di Guido. Si può dire che la soluzione di Guido all’elaborazione del lutto del padre sia una “soluzione rom”? C’è un simbolo che ritorna spesso nelle tue pagine, e sono le castagne del padre che Guido porta in tasca “come un amuleto”. Una sorta di eredità simbolica che Guido finisce per bruciare.

Davide Reviati: “Non lo so: non è una cosa che ho razionalizzato del tutto. Però ecco, guarda, le castagne di mio padre le conservo ancora. Ho scoperto che mio padre davvero mi lasciava le castagne in tasca. Doveva essere un qualche rito legato al mondo arcaico, questa cosa delle castagne. Avevano un valore di fortuna a quanto pare: non lo so.”

 

Walter drizza le antenne, e ci viene in soccorso.

 

Walter Pretolani: “Si diceva che la castagna matta, se portata nella borsa, portasse fortuna. Bisognava che fossero almeno due però! Credo che la spiegazione sia questa: nella fame più nera, portandosi dietro questi frutti selvatici, nel caso ti fossi ritrovato in condizioni estreme, che so, sepolto sotto la neve, e non avevi niente da mangiare, ti saresti salvato con quelle. E forse chissà, qualcuno è davvero sopravvissuto facendo così. Di solito questi riti prendevano sempre vita a partire da qualcosa che era effettivamente successo.”

 

Quanto è stato difficile lasciarsi alle spalle Morti di sonno?

Davide Reviati: “Mi hanno chiesto se sentissi qualche responsabilità: ottenere gli stessi consensi, riconfermare lo stesso successo. Forse questa cosa c’è stata solo all’inizio di tutto il processo, prima ancora di cominciare. Poi, quando sono caduto dentro la storia, esisteva solo quella, e nient’altro. È chiaro che adesso il patema d’animo c’è. Quando devi aspettare il consenso del mondo esterno è sempre dura.”

 

 

Ti senti del tutto appagato da quello che hai fatto?

Davide Reviati: “Non esiste il ‘del tutto appagato’, purtroppo. Molto sinceramente, devo dire, non ho il polso della situazione. Quando finisco un lavoro non so bene cosa ho fatto. So che ci sono state certe intenzioni, anche se pure quelle non sono così definite. Sono un alveo di immagini, là, sospese…. Perciò, in questi momenti, sono molto fragile: rischi di scambiare i consensi o le critiche spietate come un giudizio valido sull’opera. Giudizi che, a dire il vero, non sempre valgono granché. Io mi fido molto dell’opinione della cerchia dei miei amici. Quando e se ricevo giudizi positivi, per me è come avere un scudo.”

 

Walter, parlando del tuo libro appena uscito davanti a un caffè, mi ha detto che ci ha visto emergere una visione più positiva dell’esistenza. È vero? Cosa gli rispondi?

Walter Pretolani: “Quello che dico davanti a un caffè non vale.”

Davide Reviati (ride): “Mi piacerebbe che fosse così. Ma non lo so proprio se lo è.”

 

 

Sia all’inizio che alla fine dell’opera sembra che il protagonista, ritornato bambino, sia alle prese con un guado da superare: è nudo, in groppa ad un animale. Che cosa significa per te quell’immagine?

Davide Reviati: “Per me quella era un’immagine dell’esistenza, che inizia all’alba e finisce col tramonto. E mi era parso interessante far vedere come, alla fine, ci si ritrovi ancora bambini. Viene giù il buio e tu sei ancora bambino, come se non fossi mai cresciuto. Strana questa cosa: sei alla fine della parabola, ma sei ancora come all’inizio: ciò significa che hai conservato qualcosa di quando sei partito.”

 

A cura di Iacopo Gardelli

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