“Uomo a vapore” di Mengozzi e Mercadini: manuale di sopravvivenza alla tecnologia

Recensione dello spettacolo "Uomo a vapore", ideato dal ravennate Fiorenzo Mengozzi e scritto da Roberto Mercadini, che ha debuttato ieri presso il Teatro Petrella di Longiano

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Secondo certa storiografia, il mondo diventa “moderno” – un termine più di ogni altro vago – quando gli uomini di una certa epoca capiscono di avere superato, in conoscenze e in condizioni di vita, i propri antenati.

 

Non c’è una data precisa, uno spartiacque, quanto piuttosto un’intuizione. Si tratta di una certezza condivisa, che si può anche ripetere più volte nel corso della Storia: viviamo in modo diverso da chi ci ha preceduto.

Sono ormai tre secoli che il progresso cognitivo e tecnologico ci ha abituati ad una frenesia alla novità. Il termine “rivoluzione” è inflazionato: crediamo (forse con fede sempre meno certa) nel sogno di una crescita del sapere continua e incessante.

 

Di questa frenesia parla il progetto Uomo a vapore, nome d’arte di Fiorenzo Mengozzi, musicista e artista, diventato spettacolo grazie alla collaborazione con Roberto Mercadini, che ha legato brevi sketch filosofico-comici ad ogni brano musicale.

Ad un mondo che si è striminzito nei tempi e negli spazi, che antepone un’irriflessiva semplicità alla profondità, che ci costringe nei suoi meccanismi di produzione seriale e che ha fatto dell’interruzione del pensiero il suo marchio di fabbrica, Mengozzi e Mercadini contrappongono un manuale di sopravvivenza che insegna, invece di “avanzare regredendo”, ad “indietreggiare avanzando”.

 

In gioco c’è, com’è evidente, il rapporto col passato: come conservare il suo esempio, come prendere coscienza della storicità dei nostri stili di vita, che diamo per scontati, senza farsi trascinare via da ansie futuristiche.

Recupero dunque: in primis dei suoni di una volta, inglobati in un convincente esempio di musique concrète nei brani firmati da Mengozzi e dagli ottimi musicisti che lo accompagnano, Graziano Versari alla chitarra e Veronica Fabbri Valenzuela al violoncello. Il ticchettio della macchina da scrivere, il sistro del campanello della bicicletta, il fischio della locomotiva a vapore accompagnano, campionati, le note post-rock che separano gli interventi di Mercadini.

 

Ma anche recupero di una dimensione storica, per arginare col sapere la frenesia di cui sopra: il racconto delle vecchie invenzioni, come ad esempio il fonografo di Edison, per capire come spesso sia la tecnologia ad imporre il suoi percorsi ai fruitori, al di là delle iniziali intenzioni degli inventori. Infine, recupero di un sano equilibrio attraverso l’esercizio della riflessione, che ha bisogno dei suoi tempi e che è consapevole dei suoi limiti, come il nostro corpo sulla bicicletta: una tecnologia che si integra con l’umano invece di schiacciarlo.

 

I testi di Mercadini non sono drammaturgie: d’altronde, come lui stesso si definisce, siamo davanti a un narratore, e non a un attore tradizionale che recita la sua parte. E dunque delle drammaturgie non vogliono avere la profondità né la compostezza formale. Vogliono piuttosto ispirare alla riflessione facendo nascere un sorriso: si tratta di un esperimento comico-filosofico che ha i suoi padri nobili nei dialoghi di Voltaire e di Diderot, a cui noi italiani ci siamo avvezzati solo da poco, attraverso alcuni esempi teatrali in Fo, Benigni e Paolini; esperimento che, nei suoi momenti più ispirati, riesce a unire leggerezza ed alta divulgazione.

Negli aneddoti raccontati da Mercadini risuonano le lezioni e la passione di grandi scienziati-narratori come Jared Diamond, Stephen Jay Gould, Asa Briggs e Peter Burke, fino ad arrivare allo stesso Darwin, il formidabile scrittore del The Voyage of the Beagle.

 

Analizzate singolarmente, le due componenti di questo spettacolo funzionano, e bene: le musiche convincono per intensità, e il testo di Mercadini riesce nell’intento di intrattenere e di catturare l’attenzione. Forse, però, qualcosa stride nella loro concertazione, e si paga lo scotto di non avere avuto uno sguardo registico: troppe le uscite di scena di Mercadini, inessenziali molti cambi luci, e un certo vuoto sul palco che potrebbe facilmente essere riempito con una scenografia essenziale.

 

Se è concesso azzardare qualche ipotesi: perché non mantenere il tavolo con la macchina da scrivere e con la candela, che compare per pochi secondi all’inizio, fino alla fine dello spettacolo? Perché non sfruttare lo stratagemma iniziale della Lettera alla cara umanità facendo di tutto lo spettacolo una lunga lettera, un solo, unico, de profundis alla società? Si darebbe così più coesione agli sketch di Mercadini, a tratti un po’ rapsodici, e il palco risulterebbe meno vuoto durante le sue – inspiegabili – uscite di scena.

 

La ricchezza di soluzioni possibili va di pari passo con le potenzialità di questo spettacolo che, essendo al suo debutto, ha ancora tutte le possibilità per crescere e per viaggiare in altri teatri.

 

Uomo a vapore

testi di Roberto Mercadini

musica di Fiorenzo Mengozzi (batteria, concertina e glockenspiel)

e di Graziano Versari (chitarra) e Veronica Fabbri Valenzuela (violoncello)

 

Visto al Teatro Petrella di Longiano il 5 marzo 2017

Iacopo Gardelli

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