Un Festival da Ravenna al mondo. Intervista a Mario Salvagiani

Pubblichiamo per gentile concessione dell'autore l'intervista di Giovanni Zaccherini apparsa il 20 luglio scorso sul Wall Street International, pagina Spettacoli

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L’edizione n. 28 del Ravenna Festival sta per concludere la sua sessione estiva, per poi riprendere, dal 17 al 23 novembre, con la tradizionale Trilogia d’autunno, che quest’anno presenterà Sull’orlo del Novecento: Cavalleria Rusticana, Pagliacci, Tosca. A Mario Salvagiani, Ravenna e tutta la cultura sono grati per l’instancabile opera di ricerca e promozione, dove le intuizioni di ampio respiro si sono coniugate a una capacità organizzativa dinamica e fattiva, sfociata poi in quel “monumento” multiculturale e internazionale che è il Ravenna Festival. 

 

Per approfondire questa esemplare storia, che è anche la storia di Mario Salvagiani, della sua città, e di come i suoi progetti e le sue realizzazioni l’hanno profondamente rivitalizzata, ho sfruttato l’occasione di un illuminante colloquio con lui.

“Ho conosciuto e frequentato alcune tra le massime istituzioni musicali del mondo, ho incontrato direttori, solisti, registi, scenografi, cantanti, ballerini, attori. Ho incontrato studiosi, critici, storici, musicologi, li ho ascoltati come ho ascoltato gli artisti. È stata una scuola permanente, di primo rango, che mi ha insegnato molto, non solo sui contenuti d’arte e sui significati, ma anche sulla condizione esistenziale che i teatri vivono e nascondono oltre il sipario. Il Teatro è mistero, corpo, gesto, voce; è immagine, suono, parola, movimento, forma; è convergenza di linguaggi, azione simultanea; è espressione, comunicazione, azione; è educazione, disciplina, formazione. È la nostra storia”.

 

Le sue iniziative e il suo impegno, a partire dagli anni Settanta, hanno trovato una città ancora traumatizzata dalla industrializzazione forzata e in una sorta di torpore culturale. Come vede oggi le sue “creature” e che incidenza pensa che abbiano ancora su Ravenna?

A Ravenna l’episodio Eni Anic, che si situa all’inizio dei decenni di massima trasformazione della città, generò speranze e avversione. Speranze per chi profetava più posti di lavoro e un impulso deciso alla economia locale, avversione per chi era in allarme per l’ambiente o per il temuto esorbitante scompenso che sarebbe stato inflitto all’assetto produttivo consolidato e al sistema della rendita fondiaria e dei valori immobiliari.

Ci fu anche chi immaginò che la fabbrica, col suo ingombrante indotto, avrebbe recato, non solo alla economia ma alla città stessa, alla sua natura, alla sua vicenda storica, alla sua immagine, un insulto inaudito, fino a modificarne il cammino e la prospettiva. In verità l’Azienda fu un colossale corpo estraneo, incomunicante all’inizio e ancora a lungo a sé stante. Ma la vicenda Anic fu anche, penso, uno dei fattori di spinta della tardiva modernità ravennate. Vennero altri investimenti che insieme diedero forma e sostanza al polo chimico, non da tutti gradito. Poi la città e l’azienda ebbero iniziative comuni, vennero promossi incontri, si celebrarono nozze, si animarono associazioni e circoli. Fu una normalizzazione che coincise col risveglio complessivo e lo favorì. Furono aperti nuovi cinema e le “creature” presero a manifestare la loro esistenza in vita. Il Teatro, chiuso a lungo per ragioni di sicurezza, riaprì. Sono passati decenni e le “creature”, affidate a nuove mani sapienti, costituiscono sempre per la città un fattore dinamico. Dagli inizi miei, quando non esisteva nulla se non la fabbrica di un teatro di esemplare eleganza e una tendenziale volontà positiva della Amministrazione Comunale, oltre la mia personale ostinazione, le attività si sono moltiplicate favorendo, nella totalità dei generi e in ciascuno di essi, uno straordinario accumulo di esiti qualitativi, statistici e di prestigio, un equilibrio sostanziale di programmi e di utenze tra musica danza e prosa, progetti e non semplici incursioni nella contemporaneità, collaborazioni organiche con la scuola e con le realtà produttive locali, soprattutto giovanili.

Intanto all’Alighieri e, ad esso complementari, si erano unite nuove sedi stabili, il Rasi e, a stabilità stagionale, la Rocca Brancaleone. Più avanti anche la Sala Almagià. Presso la Direzione si erano venuti componendo nuclei di organizzazione artistica, apparati amministrativi, tecnici, di vigilanza; si erano acquisiti competenze e saperi, mezzi di comunicazione, dotazioni strumentali. Ma tutto questo, si deve dire per obbligo di verità e per chiarezza, in una misura minimale, parecchio al di sotto della soglia di quanto occorresse per la gestione di quel volume ormai imponente di attività. Oltre il teatro drammatico e la sua straripante programmazione ebbero grande forza attrattiva, in particolare verso le generazioni più giovani, i generi musicali trasferiti, anche per ragioni di dimensione ricettiva, alla Rocca Brancaleone: il Jazz, che nel tempo ospitò l’intera scuola americana e i maggiori maestri europei e latinoamericani dando vita alla più longeva manifestazione del genere in Italia; anche l’Opera, che era una scoperta e, nello spazio inusuale della Rocca, acquisiva un fascino trascinante; la Danza, che già allora era il genere più dinamico in quanto intrinseco alle culture giovanili del corpo e alle frequentazioni di massa delle molte scuole già attive.

Abbastanza presto presi a riflettere. Avevo iniziato il lavoro nel ’72. I risultati erano favorevoli. Dirigevo i Teatri di Ravenna – i Teatri che avevano registrato in Italia il massimo e più rapido sviluppo – ero vice presidente del Teatro Comunale di Bologna, vice presidente della Orchestra Regionale, vice presidente dell’Ater-Associazione Teatri Emilia Romagna -. Il mio punto di osservazione era strumentato e ottimale, conoscevo il mestiere, disponevo di relazioni importanti: ciò mi portava a pensare che la fase d’inizio, pur coi suoi esiti d’ eccezione, doveva considerarsi conclusa. Non aveva margini di progresso e rischiava di avvitarsi su pratiche sempre di buona e anche ottima fattura ma inevitabilmente già viste. Occorreva una nuova analisi, un nuovo progetto, un nuovo programma.

 

Ecco, allora, la splendida idea del Ravenna Festival.

Era tempo ormai di dare concretezza all’idea del Festival. A partire dal luogo che era naturalmente chiamato a esserne sede. Ravenna, città Unesco, città del mosaico, capitale dell’Impero, città di Teodorico di Dante, di Byron, città bizantina e dei Poeti, città di giusta dimensione dotata di teatri, di chiese, di palazzi, di corti, di spazi adeguati o addirittura predestinati, città al centro esatto di una delle massime concentrazioni ricettive d’Europa, con vasti flussi di turismo balneare e una componente tutt’altro che irrilevante di turismo colto. Festival che nasce sul cumulo delle precedenti esperienze ma con intenti fortemente innovativi sul piano del disegno globale e del quadro artistico di riferimento. Il primo passo da compiere era un mutamento di immagine che superasse il modello della stagione come rassegna di eventi e desse il segnale esplicito e riconoscibile del nuovo cammino. Urgente era anche la configurazione del soggetto della gestione che non poteva essere più il Comune ma un organismo ampiamente rappresentativo che garantisse l’unificazione della comunità locale e preparasse, al riparo da possibili cortocircuiti della politica, le condizioni per l’auspicato impegno del Maestro Muti e di Cristina, la cui presenza valeva il Festival.

Quattro anni durò l’interregno. Per i due primi anni – ’86 e ’87 – la direzione artistica fu di Lorenzo Arruga, musicista e critico autorevole ricco di cultura e di immaginazione. Si deve ad Arruga l’immagine simbolo del Festival e anche il nome con la variante per la quale il Ravenna in Festival di Arruga dopo quattro anni perse l’“in” e fu ed è il Ravenna Festival di Cristina. La direzione per i successivi due anni toccò a Carlo Fontana e a me, fu una collaborazione intensa, feconda e leale che valse a consolidare il legame del grande pubblico anche internazionale con le nostre programmazioni. In prossimità del mio pensionamento, verso la metà degli anni Novanta, ritenni di proporre alla Amministrazione comunale – che lo accolse – un altro piano di radicale riforma del dipartimento spettacolo. La riforma era fondata, da una parte sul superamento della direzione unica quale si era configurata al tempo del mio mandato e, dall’altra, sulla conseguente attribuzione di settori omogenei a soggetti emergenti, affidabili, che già esistevano. Il nuovo assetto fu vincente e costituì un arricchimento di intelligenze, di culture, di specialismi, di sensibilità, di talenti, di vocazioni. Se ne giovò allora e subito la caratura artistica e la varietà produttiva dei teatri e così è ancora oggi, con la sovrintendenza di Antonio De Rosa, la presidenza di Cristina Mazzavillani Muti, la direzione artistica di Franco Masotti e Angelo Nicastro.

 

Uno dei vertici dell’attuale edizione del Festival è stata La Vittoria sul Sole, capolavoro del Futurismo russo del 1913 …

Quest’anno il Festival contiene la quintessenza di una intelligenza diffusa nella città; chi ci ha lavorato non ha messo a disposizione solo la competenza, ma anche la passione. La proposta della Vittoria sul Sole ha rivestito una doppia, significativa valenza, e per il capolavoro in sé, che ha avuto qui la prima italiana e una delle rare rappresentazioni mondiali, e poi perché c’è davvero un filo rosso che collega Ravenna col Futurismo, basti pensare al valore dei ravennati e romagnoli Ginna, Corra e Pratella. Questo mi fa riflettere anche sul fatto che, purtroppo, il nostro Futurismo ebbe il difetto di essere italiano, se fosse stato francese o tedesco avrebbe avuto una letteratura con riconoscimenti senza fine, inoltre mi fa rammaricare il fatto che gli stessi grandi futuristi russi, che avevano anticipato la rivoluzione nell’espressione artistica, furono poi traditi dalla stessa Rivoluzione sovietica, i cui capi non riuscirono a comprenderne la profonda carica innovativa nel mondo della cultura. E dopo quasi 30 anni di Ravenna Festival … È stato bello esserci stato ed esserci ancora, come una presunzione continua, dove il fattore primario è stato Ravenna, che, d’altra parte, essendo stata una capitale dell’Impero, quindi, presumibilmente, con una ricchezza di tradizioni, e di storia imperdibili, era pronta ad accogliere un evento culturale di caratura e dimensioni mondiali. Così, con la sua tradizionale e signorile modestia, suggella l’intervista Mario Salvagiani, ma ecco come lo ritraggono le parole autorevoli e grate di Cristina Mazzavillani Muti, presidente, promotrice e “deus ex machina” del Festival: “Voglio sottolineare il ruolo fondamentale che per il rilancio culturale della nostra città ha avuto Mario Salvagiani, si può dire che ogni iniziativa di largo respiro porti la sua impronta”.

 

Giovanni Zaccherini per il Wall Street International

 

Nella foto Ansa, Mario Salvagiani

 

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