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Antonella Lattanzi ospite della rassegna “Il tempo ritrovato” racconta la sua “storia nera”

Nel secondo appuntamento dei mercoledì letterari alla Sala Dantesca della Classense si è parlato di violenza familiare

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“Una storia nera” ambientata in una Roma arida, afosa e cattiva. Nel secondo appuntamento della rassegna letteraria “Il tempo ritrovato” che si è svolto ieri pomeriggio nella nuova ed autorevole location della Biblioteca Classense di Ravenna si è parlato di un tema delicato, doloroso e purtroppo attuale: la violenza in famiglia. Il tutto partendo dal romanzo, edito da Mondadori, della giovane scrittrice e sceneggiatrice Antonella Lattanzi per l’occasione intervistata da Stefano Bon.

Il romanzo, il terzo di Antonella Lattanzi, è una storia che contiene tante storie, ma soprattutto racconta la storia di Carla, 38 anni, che da qualche tempo vive da sola con Mara, la figlia più piccola, dopo essersi separata dal marito, Vito, un uomo ossessivamente geloso e violento che la picchiava. È proprio la bambina che chiede alla madre di potere festeggiare anche con il padre il suo compleanno. A due anni dal divorzio, la famiglia si ritrova unita: Carla, Vito, Mara e i due figli più grandi, Rosa e Nicola. La festa scorre via liscia, ma nelle ore successive Vito scompare.

Da questa scomparsa improvvisa e all’apparenza immotivata, prende le mosse un romanzo che ha la tensione narrativa del noir.

“Il mio modello inarrivabile – ammette Antonella Lattanziè il Georges Simenon de ‘La camera azzurra’, come lo sono anche Sciascia e Scerbanenco”.

Lo stile del noir, in questo caso, è al servizio di una storia che, come si diceva, racchiude tante storie che hanno come protagonisti personaggi ambigui, “perché tutti noi siamo fatti di luce e di buio, anche se solo pochissimi di noi valicano quel confine”.

Il romanzo, di cui l’autrice durante l’incontro legge alcune pagine, si dipana attraverso una scrittura incalzante, evocativa, che indugia nei minimi dettagli. “Una storia nera”, visto il tema trattato, è un mix inevitabile fra realtà e letteratura. Vito, nonostante sia un orco fra le mura domestiche, è una persona stimata e benvoluta nell’ambiente di lavoro: un cliché purtroppo che trova parecchi riscontri nella vita reale e nelle storie di ormai quotidiana violenza riportate dai media, dove spesso gli uomini violenti sono persone che godono appunto di stima e fiducia nella comunità.

“Quando ho deciso di scrivere un romanzo che partiva da una storia di violenza familiare – spiega l’autrice – mi sono documentata moltissimo. Ho consultato gli atti di tantissimi processi. La violenza ha una sorta di effetto domino, cambia la vita di coloro che ne vengono in un qualche modo a contatto: a me interessava vedere cosa accade non solo alla persona che la violenza la subisce, ma anche a tutti i componenti della famiglia, ai figli, agli amici. Non mi interessa giudicare, ma raccontare le persone che hanno perso di vista cos’è l’amore”.

Uno dei protagonisti di “Una storia nera”, sottolinea Bon, è anche Roma. “Una Roma hitchcockiana, molto diversa da quella che conosciamo”.

Stile narrativo, linguaggio e ambientazione, spiega l’autrice, sono tutti al servizio della trama. La Roma che fa da cornice al romanzo è una città “invasa dal caldo e da gabbiani cattivissimi che uccidono i piccioni”. Un particolare quest’ultimo che non solo richiama ai crudeli volatili del famoso film di Alfred Hitchcock, ma che costituisce anche l’unico tocco autobiografico all’interno del romanzo perché, come racconta la stessa Antonella Lattanzi, si rifà ad un momento della sua vita, quando abitava in una viuzza stretta e buia di Roma, con una dirimpettaia che allevava colombi che venivano appunto quotidianamente assaliti dai gabbiani.

Il libro forse diventerà un film: “I diritti sono stati acquistati da una casa di produzione – annuncia la scrittrice – e spero che le cose vadano a buon fine”.

A cura di Ro. Em.

 

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