Gli “Appunti di un naufragio” di Davide Enia, fra gli antieroi di Lampedusa e l’origine di Europa

Più informazioni su

“Qui salviamo vite. In mare ogni vita è sacra. Se qualcuno ha bisogno di aiuto, noi lo salviamo. Non ci sono colori, etnie, religioni”. Per gli abitanti di Lampedusa non c’è altra legge che quella del mare. Sono migliaia gli uomini e le donne sbarcati negli anni in questa isola protesa a Sud fra l’Africa e l’Europa. Una moltitudine dolente, rotta dentro e dai corpi martoriati che, in questa sorta di avamposto di solidarietà e speranza, un pugno di uomini e di donne hanno cercato di accogliere, soccorrere. 

La disumana tragedia degli sbarchi è stata al centro ieri pomeriggio, alla biblioteca Classense di Ravenna, del secondo appuntamento di Scritture di Frontiera. Se ne è parlato partendo da un libro, un bel libro, “Appunti per un naufragio”, alla presenza dell’autore, il palermitano Davide Enia, che oltre ad essere romanziere, è drammaturgo, attore e regista. Un libro che ha avuto numerosi riconoscimenti e che è diventato anche un’opera teatrale, che ha il pregio di affrontare in modo originale e personale un tema di cui si parla molto ma quasi sempre con superficialità.

A dialogare con Davide Enia, Silvia Travaglini dell’Istituzione Classense. “Vorrei che tu ci raccontassi – esordisce – il momento in cui questa storia ti è venuta incontro”. L’autore, si prende qualche istante prima di rispondere: “Tutto quello che dico riguarda la mia modalità di lavoro, quindi mi scuso per l’autoreferenzialità. La seconda cosa è che cercherò di essere spudorato fino allo stremo. Questo libro – confessa – io non lo volevo scrivere. Ero in un momento in cui mi ero stancato del teatro, perché il sistema era completamente incancrenito su se stesso, diventando una specie di mostro che tagliava fuori produzioni di spettacoli e pubblico. E così ho scritto il primo romanzo ‘Così in terra’ che è andato bene, ma la casa editrice è fallita e non mi ha pagato”.

A Lampedusa approda, dice lo scrittore, “per un fatto egoistico, familiare”. “Lampedusa è Sicilia, è l’estensione di casa. Io conosco Lampedusa come luogo esistente nel mio immaginario da quando avevo tre anni, perché mia mamma, medico, andava là a curare i bambini. Allora mio padre, che è incapace di cucinare qualsiasi cosa prendeva me e mio fratello ci portava a mangiare al ristorante. Quindi per me Lampedusa era andare a mangiare al ristorante”, l’ammissione provoca divertimento fra il pubblico. “Poi mamma tornava e cercava di descrivermi Lampedusa”: un’isola “dove non c’è neanche un albero e il mare è commovente”, ma dove la gente mangia le stesse cose che a Palermo, dove si dicono le stesse parolacce perché appunto, Lampedusa è Sicilia.

“A volte – spiega Enia – ti fanno questi giochini dove chiedono di definirti in una parola. È impossibile definire una persona con una sola parola, ma, pensandoci, direi che sono e resterò isolano. Porto con me la dimensione dell’isola che è un modo diverso di approcciarsi alle cose. Io qui sono nel continente e a Lampedusa mi sento più a casa perché è circondata dal mare come casa mia. Inizio ad andare a Lampedusa cercando di rispondere a questa domanda: come si può raccontare il momento presente al tempo della crisi con un romanzo? Di fatto non si può. Scrivere un romanzo è come costruire una cattedrale e io denuncio il mio fallimento nel titolo stesso del libro: gli appunti sono quanto di più lontano dalla logica di costruzione di una cattedrale. Sono gli schizzi preparatori. Non si può, perché manca il filtro del tempo perché la parola riesca a processare l’evento, ad essere giusta nella sua funzione”.

 

Davide Enia fa un esempio per cercare di spiegare meglio: “Tutti i sopravvissuti all’Olocausto raccontano la loro storia dalla seconda metà degli anni Sessanta, dopo che sono passati vent’anni. Non è un caso: è il tempo tecnico che serve per affrontare il trauma”. Lampedusa è un luogo dove “il mare ti colpisce in ogni angolo e il cielo ti frana addosso. Dove tu o soccombi, o diventi di vetro e sei costretto a guardarti dentro. Uno dei vantaggi della scrittura è di poter utilizzare tutto se stesso come moneta di scambio rispetto a quello che si scrive”.

Accanto alla vicende dei naufraghi, delle persone che cercano di aiutarli, Davide Enia che si è portato il padre a Lampedusa, decide di raccontare il suo naufragio personale, la morte dello zio. “Quello che mi ha colpito di questo libro – afferma Silvia Travaglini – è che le azioni compiute dai vari personaggi sono prive di eroismo. In alcuni casi c’è una paura legittima, umana. Ci sono figure giganti, come quella del sommozzatore che non vuole parlare del 3 ottobre. O quella della guardia costiera che ricorda di più le persone che non è riuscito a salvare di quelle che invece è riuscito a salvare. Tutte queste persone sono accomunate da una consapevolezza: se in mare qualcuno chiede soccorso l’unica cosa che si può fare è tentare di salvarlo, perché è la legge del mare”.

“È talmente potente quello che accade… Ho visto con i miei occhi – racconta lo scrittore – gli isolani inveire contro i ragazzi sul barcone poi appena li hanno visti affamati, sono entrati in casa e gli hanno dato il proprio cibo e i propri vestiti. La realtà – spiega – modifica immediatamente il comportamento. Siamo completamente schiavi di logiche e pregiudizi che decadono nel momento in cui il fatto accade. Ma come dice Paola (una delle isolane di cui Enia racconta in Appunti di un naufragio, ndr), abbiamo due istinti negli esseri umani: uno è l’istinto di sopravvivere, l’altro di aiutare il prossimo. Io andavo a Lampedusa e non riuscivo a trovare una dimensione narrativa. Poi vedo uno sbarco. Vado subito da mio padre: cosa abbiamo visto? Non ho le parole per esprimere tutto questo spaesamento. Lui mi dice che è come quando ha saputo che a suo fratello, mio zio, è tornato il cancro. Una persona così schiva come mio padre intuendo che io, suo figlio, stavo crollando, crea un parallelo inaspettato fra la malattia di suo fratello e lo sbarco. Appena ho sentito questa cosa ho provato una scarica di brividi lungo la schiena e in quel momento ho capito che mio zio doveva entrare nel racconto. Ma nonostante questo non riuscivo ancora a raccontare, finché incontro Simone. Simone è il sommozzatore che trova il relitto del 3 ottobre: è il primo ad entrare nella stiva. Ci entra e scopre duecento cadaveri”.

Silvia Travaglini: “In questo romanzo, lo hai già anticipato, ci sono due dimensioni evidenti. Una dimensione intima, familiare e una dimensione epica, quella della storia. Due dimensioni che pur essendo agli antipodi riesci a conciliare in maniera armonica. Ti sei raccontato in maniera molto esplicita, tanto che io spesso mentre leggevo ho dovuto fermarmi quasi per una sorta di pudore. Cosa ha significato scrivere così di te?”.

“Io – risponde Davide Enia – non posso dare consigli a nessuno sulla scrittura, ma se qualcuno vuole scrivere e c’è qualcosa di cui ha vergogna è quello deve scrivere, è quello che è interessante. La modalità con cui lo scrittore affronta qualcosa e deve costruire delle parole attorno per comunicarlo e svelarlo: questo è quello che crea la potenza del romanzo. Nel momento in cui io scrittore riceve in dono l’esperienza di queste persone che vogliono aprirsi perché in qualche modo emotivamente intuiscono che è meglio parlare, non è tanto importante quello che dicono, è importante che sentano la propria voce. In qualche modo io ricevevo queste storie. Io stesso sono stato investito di un carico di dolore, esperienze. Mi rendo conto di usare spesso la parola trauma. Noi abbiamo un vocabolario ereditato dai millenni passati che in qualche modo contiene le parole più efficaci per raccontare quello che sta accadendo in quella frontiera che va da Lampedusa al deserto del Sahara: il vocabolario della guerra. In quel vocabolario ci sono gli unici termini non usati a sproposito per raccontare quello che sta avvenendo. Il secondo aspetto è che da quando vado a Lampedusa ho smesso di guardare i telegiornali, perché c’è un carico di approssimazione, mistificazione, strumentalizzazione, di menzogna…”.

 

 

“Uno degli episodi che mi ha colpito di più – prosegue Silvia Travaglini – è quello in cui racconti la testimonianza dei naufraghi che urlano il proprio nome mentre stanno annegando, come per chiedere di non venire dimenticati. Accanto a questo associo la figura dell’anziano custode del cimitero che cura queste tombe che non hanno nome con gesti semplici”.

Davide Enia: “Riguardo l’urlare il proprio nome non è solo per essere ricordati. Qualcuno lo fa nella speranza che chi sopravvive al naufragio consegni quel nome ai parenti dicendo che il loro congiunto è morto in mare, liberandoli dall’ansia della ricerca del corpo: il Mediterraneo è il loro camposanto. Il signor Vincenzo che è il custode del cimitero di Lampedusa porta sulle spalle questa pesantissima eredità del culto dei morti. Prendersi cura dei morti è in qualche modo mantenere vivo il livello di civiltà da questa parte del Mediterraneo. Perché se venisse meno questa azione, crollerebbe l’impalcatura millenaria di secoli di pensiero. Arriva un corpo, il signor Vincenzo lo lava, lo profuma scava una fossa, lo seppellisce, mette una croce perché a Lampedusa così ci si prende cura dei morti e non ci sono discriminazioni. Poi nelle tombe delle ragazze pianta un oleandro che nel suo intreccio di foglie le proteggerà dal maestrale. Ma quando arriva la prima barca, sono tutti morti e la Guardia costiera non riesce ad estrarre i corpi. Anche Polizia e Carabinieri falliscono. E i pescatori con le reti alla fine non ce la fanno. I corpi, in avanzato stato di decomposizione rimangono fermi nel porto vecchio.”

“Chiamano il signor Vincenzo che si tuffa in mare vestito e comincia a nuotare. Appena arriva a quattro metri dall’imboccatura del porto però viene colto da un conato di vomito. Quando me lo racconta è mortificato, perché mi dice che non bisognerebbe mai vomitare davanti ai morti. Il signor Vincenzo allora esce dal mare e se ne va a casa. Prende una pianta di menta, estirpa tutte le foglioline e torna al porto. Si fa dare una mascherina dagli infermieri e la imbottisce di queste foglioline e si tutta nuovamente in mare. Grazie alle foglioline di menta riesce ad arrivare alla barca e a recuperare i corpi, a portarli al camposanto e a lavarli e a profumarli. Sono azioni semplici, composte di una persona semplice che compie gesti semplici in grado di riscattare un’intera umanità. Le persone in mare – continua lo scrittore – si devono salvare: sono isolani, sanno cosa significa, di che cosa è capace il mare, nel bene e nel male.”

“Il motivo per cui io e tutte le persone che siamo stati lì ce l’abbiamo a morte con il governo italiano per il patto con la Libia è che è una delle azioni politiche più vergognose mai fatte, perché i corpi delle persone che arrivano dalla Libia ci raccontano una dimensione di orrore inimmaginabile che noi desumiamo dal fatto che arrivano bambine di 12 anni incinte, che arrivano donne con mutilazioni genitali, che arrivano uomini con ferite di armi da fuoco dalla Libia, non da altrove. Viviamo in un momento in cui il corpo degli esseri umani viene violentato”.

L’incontro si avvia al termine. Davide Enia ricorre al mito di Europa, per spiegare che si deve andare all’origine delle cose per comprenderle. “Una ragazza fugge dalla sua città sotto assedio, inizia a correre sprofonda nella sabbia perché c’è il deserto, continua a correre poi i piedi si bagnano perché davanti c’è il mare sterminato. Compare un toro bianco che si curva e gli offre il dorso facendosi barca. La ragazza sale sul dorso del toro e attraversa il mare Mediterraneo e approda nell’isola di Creta. Il nome della ragazza è Europa. Questa è la nostra origine: noi siamo figli di una traversata in barca”. Un applauso scrosciante copre le ultime parole.

A cura di Roberta Emiliani

Più informazioni su