Roberta Scorranese a Ravenna racconta del suo Abruzzo – terra di crolli e miracoli – e di un ritorno là dove tutto è cominciato

La scrittrice sarà nuovamente a Ravenna il 22 ottobre, quando farà tappa in città “Il bello dell’Italia”, il festival promosso dal Corriere della Sera

Al secondo appuntamento de Il tempo ritrovato si è parlato di ricordi, o meglio di ritorni: ritorni dove tutto è cominciato, ritorni in quei luoghi che abbiamo lasciato, apparentemente senza troppi rimpianti pensando che la nostra vita fosse altrove invece è rimasta lì. Protagonista dell’incontro della rassegna letteraria che si è svolto ieri pomeriggio, mercoledì 9 ottobre alla biblioteca Classense di Ravenna,  la giornalista (scrive per il Corriere della Sera dove si occupa di arte e di cultura) e scrittrice Roberta Scorranese intervistata dalla giovane critica d’arte e influencer Maria Vittoria Baravelli e il suo “Portami dove sei nata” edito da Bompiani.

Nel libro (sottotitolo: Ritorno in Abruzzo terra di crolli e di miracoli) i ricordi sono affidati ad una galleria di personaggi variegati e a un susseguirsi di storie incredibili ma incredibilmente vere: nonno Gino, Celestina, Cesira di Cucù la prima donna che a Valle San Giovanni, paese di una manciata d’anime, “osò” prendere la patente, Zì ‘Ntonio, il bombarolo (vero o presunto? chissà) del paese. Sullo sfondo: il fantasma cupo della tritticata, ovvero il terremoto, che curiosamente in Abruzzo è femmina. Personaggi e storie che Roberta Scorranese racconta con affettuosa e divertita tenerezza, con la consapevolezza che dalle proprie origini non si può sfuggire.

La prima domanda di Maria Vittoria Baravelli all’autrice è: “Per chi hai scritto questo libro?”. “Portami dove sei nata –  incomincia a raccontare l’autrice – me lo scriveva ogni tanto il mio fidanzato che fa lo scrittore nei suoi messaggini. E io mi chiedevo: perché mai devo portarlo in Abruzzo? Io vivo a Milano da tanto tempo. Io sono nata in un paesino sul versante teramano del Gran Sasso, adesso siamo in cento e prima del terremoto eravamo duecento. Sono venuta via da lì che avevo 19 anni. Sto a Milano da tanto tempo, lavoro per Il Corriere della Sera, ho conosciuto il mio fidanzato che è di Torino a Milano. Perché ti devo portare in un piccolo paese? Gli chiedevo, qui a Milano  stiamo bene. Per tanto tempo il mio paese è stato per me come un posto delle fragole, un luogo di vacanza, un posto dove tornavo per venire a trovare i miei genitori, rimanevo un pochino e andavo via di nuovo. Poi, nel 2017, è successo che una scossa di terremoto più forte delle altre ha distrutto Amatrice. Amatrice dista 26 chilometri in linea d’aria dalla casa dei miei genitori. Questa scossa ha danneggiato fortemente la mia casa che per metà è ancora puntellata e ha spaventato a morte mio padre cardiopatico che è morto nel febbraio 2017. Io, fino a quel momento, non avevo mai pensato di scrivere un libro sull’Abruzzo. Ognuno di noi – prosegue Roberta Scorranese – crede di avere un posto delle fragole, in realtà ciascuno di noi ha un posto in cui le cose sono successe e succedevano anche quando tu non c’eri perché eri da un’altra parte. Succedevano e tu non te ne accorgevi ma ti stavano cambiando a distanza. E allora quando si torna in quel posto è qualcosa di  feroce, terribile e dolorosissimo. I ritorni sono seduzione e paura, soprattutto quando torni là dove non volevi tornare. Ma prima o poi la vita ti richiama e dice: tu appartieni a questo”.

Maria Vittoria Baravelli: “E tu  questo posto lo chiami il regno delle ombre felici”. “Le storie di questo libro – assicura l’autrice – sono tutte vere, c’è la storia della mia famiglia con nomi e cognomi. La storia della mia famiglia parte dal 1942 e arriva fino ad oggi. Nel ‘42 mio nonno mette incinta una donna bellissima. Mio nonno era il primo di 11 fratelli, era il capofamiglia.  Sapete cosa significava nel 1942 essere il capofamiglia? Significava dare il buon esempio, portare a casa i soldi, essere un uomo retto. Lui questa donna che aveva messa incinta la voleva sposare. Ma arriva la prima donna di questo libro, la mia bisnonna, cioè sua madre che dice: ‘No, tu non la puoi sposare, non puoi portare a casa una donna incinta’. E allora succede? Qui comincia il bello, inizia il paese, la comunità chiusa. Arriva il prete che allora risolveva molte cose. Arriva e dice: ci penso io e va a cercare quella che poi è diventata mia nonna. Allora i due si sposano. Un anno dopo nasce mio padre, il figlio legittimo ma nel frattempo era nato anche l’altro figlio, quello illegittimo e la storia diventa quella di due fratelli che andranno avanti per quasi tutta la vita senza sapere di essere fratelli perché nessuno glielo aveva mai detto. Mio padre ha scoperto di avere un fratello a 67 anni e finalmente sono stati felici. Mio padre però prima ha sofferto, perché avrebbe sempre voluto un fratello. Ecco che cosa fa male, ecco perché sono ombre felici, perché  alla fine tutto si ricompone nella felicità di aver ritrovato quello che sei veramente, ma prima c’è tanto dolore”.

Ed ancora: “Quando sono partita sono andata via con la leggerezza e con la felicità di chi pensa che la propria vita possa essere soltanto quella che ti costruisci in un secondo momento. Non è assolutamente così, perché prima o poi ti accorgi che appartieni a quel mondo lì. Io appartengo a quelle storie, appartengo a nonno Gino a nonna Chiarina, anche a Celestina, questa donna che ha cresciuto il figlio da sola, mio nonno l’ha aiutata, senza dire niente a nessuno, il paese l’ha aiutata, perché il paese alla fine ti aiuta.”

A Valle San Giovanni i morti non muoiono mai. “Una delle usanze più incredibili è quella del consolo. Ai funerali succede che gli amici, i vicini di casa arrivino e portino qualcosa da mangiare. Si crea una comunità intorno al morto. Quando è morto mio padre la mia casa si è riempita di persone e di cose da mangiare. Io volevo dire: ‘Andate via, noi vogliamo stare soli, andate via’. L’ho capito solo in un secondo momento che cosa significava: i morti continuavano a legare i vivi, a tenerli insieme. Questa è la cosa che mi manca di più del mio paese: anche se si è morti non si muore mai. Questa è stata la mia grande consolazione: anche se mio padre non c’è più per me è rimasto sempre vivo”.

Maria Vittoria Baravelli: “Nel libro viene fatto riferimento ad eventi che hanno stravolto la vita delle persone, come il terremoto. Però nel libro e nei personaggi che sviluppano la storia emerge sempre un gran coraggio, la voglia di resistere. Tanto che nel sottotitolo del tuo libro come hai tenuto a precisare definisci l’Abruzzo come terra di crolli e di miracoli. Quanto sono importanti questi crolli nella vita delle persone?”. “Tanto quanto i miracoli e non è un caso che li ho messi insieme” risponde Roberta Scorranese, che spiega il curioso rapporto degli abruzzesi con la santità.

“Noi  con la santità abbiamo un rapporto estremamente pragmatico. Vicino casa mia c’è un santuario dedicato a San Gabriele patrono dell’Abruzzo e dei giovani. Noi con San Gabriele abbiamo un rapporto di questo tipo: ancora oggi nel mio paese si va al santuario in pellegrinaggio a piedi. Si va lì e si dice: San Gabrié, sono venuta qua ti ho dato questo, ti ho portato i soldi per le messe, tu o miracolo me lo fai? C’è un rapporto talmente diretto, una sorta di transazione morale col Santo che non c’è neanche bisogno della preghiera. Me la ricordo benissimo mia nonna: aveva questo quadro di San Gabriele e quando, pur avendo messo i soldi per le messe e fatto il pellegrinaggio a piedi, qualcosa non tornava lei si metteva sotto il quadro e faceva: Eh San Gabrié e su… Questo rapporto così immediato con il Santo mi rendo conto di averlo assorbito. Mi rendo conto ancora adesso che devi avere la convinzione che qualcosa può succedere, devi credere che qualcosa può cambiare, devi avere una fantasia. Questo significa che quando ti crolla la casa non solo devi avere la retorica della forza devi avere quella fiducia in qualcosa di diverso e in qualcosa che può succedere”.

E poi c’è l’ammidia, ovvero il malocchio veicolato dallo sguardo cattivo di certe persone che ti guardano con l’occhio storto e il rito antico praticato dalle donne (non tutte) la notte di Natale che funge da antidoto. “È vero che tu alla fine allontani tutto, però – ammette la scrittrice – alla fine queste cose fanno parte di te, nel bene e nel male. Prima lo riconosciamo meglio è, prima lo guardiamo in faccia meglio è. La cosa bella di questo libro è che mi ha fatto ritrovare delle persone che fanno parte della famiglia e che non sentivamo da anni. Persone che sono tornate dopo il libro e che creano una sorta di cordone ombelicale attorno a mia madre che è da sola. Per me questa è la cosa più bella”.

“C’è molta nostalgia in questa visione di un passato in qualche modo viscerale che determina l’identità – annota Maria Vittoria Baravelli – . Ma invece l’Abruzzo oggi?” “ Mah, l’Abruzzo oggi è praticamente uguale, è questo il punto. Lo dico perché ci sono delle dinamiche che esistono ancora adesso, ma questo fa parte del nostro vedere le cose in un certo modo”.

L’autrice racconta allora una delle tante divertentissime storie contenute nel libro: quella dell’ardimentosa Cesira, la prima donna di Valle a prendere la patente negli anni Sessanta. Racconta la sua prova d’esame, il suo faticoso parcheggio nella piazza del paese sotto gli occhi dello scettico marito e dei concittadini all’apparenza in tutt’altre faccende affaccendati, nella realtà tutti presi nel darle consigli sulle manovre non richiesti.

Maria Vittoria Baravelli: “Tu racconti la storia della tua famiglia dal 1942 ad oggi poi fai implicare nella storia una serie di finzioni. Raccontare per te che cos’è?”. “Raccontare – risponde pronta l’autrice –  è l’unica forma di verità che ci rende felice e questa è la parte seria. Non è facile fare pace, come dicevo, con queste ombre. Ad esempio: il fatto che ci fosse un altro fratello di mio padre di cui non sapevamo ti segna. Mi sono messa nei panni di mio padre, mi sono domandata se lui ha perdonato mio nonno, se il fratello ha perdonato mio nonno: non lo sapremo mai. Ricostruendo la storia della tua famiglia ricostruisci la storia del posto dove sei nata, ricostruisci un po’ come sei tu, perché ti comporti in un certo modo, è perché di fronte alle cose non ti fai spaventare perché comunque hai la fantasia che un miracolo potrebbe succedere. E allora comprendi che questa forza ti viene da Cesira, ti viene anche da Cecchina che andava a mangiare a casa della gente morta, e allora devi raccontare la tua vita anche inventandoti i ricordi. La ricostruzione del tempo in cui non c’eravamo ma è come se ci fossimo stati: è questo il punto”.

L’ultima storia  che la scrittrice consegna al pubblico presente  è quella di Zi ‘NToni che racconta della sua passione per le polveri da sparo e di una bomba che secondo la vulgata di Valle stava costruendo in casa. Una bomba di cui non si è mai trovato traccia, ma che se la storia fosse vera si troverebbe ancora inesplosa nella casa di famiglia. L’incontro si chiude con un caloroso applauso alla scrittrice che, annuncia Matteo Cavezzali coordinatore, sarà nuovamente a Ravenna il 22 ottobre. In quella data, infatti, sempre alla Classense, farà tappa “Il bello dell’Italia”, il festival promosso dal Corriere della Sera. “Ci saranno musicisti, scrittori: per quella data non prendete impegni”: avverte Roberta Scorranese.