Hanne Ørstavik: “io scrivo i libri da sola, voi leggete i miei libri da soli, ma condividiamo questo posto”

La scrittrice norvegese a Il Tempo Ritrovato con il suo ultimo libro "Amore"

Dalla Norvegia con “Amore”. Mercoledì 23 ottobre, per il quarto appuntamento della rassegna letteraria “Il tempo ritrovato”, è approdata alla biblioteca Classense di Ravenna la scrittrice Hanne Ørstavik. Al centro dell’incontro il secondo libro dell’autrice tradotto in italiano edito da “Ponte alle Grazie”, dal titolo, appunto, “Amore”. Il viso di porcellana incorniciato da una  frangia cortissima un po’ stile Pippi Calzelunghe (la scrittrice Astrid Lindgren è una delle sue preferite), un sorriso contagioso, un fisico sottile, da elfo dei boschi, Hanne ha dialogato con Matteo Cavezzali e Stefan Bon.

Si è parlato del rapporto madre figlio, dell’importanza delle parole, di libertà, del suo essere norvegese anche se la scrittrice vive da ormai due anni in Italia, frequenta la nostra lingua con discreta disinvoltura ed ammette di essere stata contagiata dal calore nostrano tanto che lei, abituata alle lunghe passeggiate solitarie nei freddi luoghi del suo paese d’origine, adesso non disdegna un caffè e quattro chiacchiere con le  amiche.

L’incontro inizia con la lettura dell’incipit di “Amore” in lingua originale da parte dell’autrice che scandisce le parole con voce calda, lenta e suadente: il norvegese si conferma una lingua incomprensibile ma dal suono sorprendentemente musicale. Poi tocca Stefano Bon con la traduzione in italiano che viene interrotto dall’autrice, che non apprezza la sua lettura affrettata. Bon allora rallenta il passo, Hanne Ørstavik è soddisfatta e alla fine si unisce all’applauso del pubblico.

Appoggiato il libro sul tavolo si passa alla prima domanda. “Amore  – esordisce Bon – è un romanzo di sensazioni, di rumori, di piccole cose che ci portano a grandi cose, a grandi sentimenti: questa è una caratteristica della tua scrittura?”.

Hanne si prende qualche istante prima di rispondere. “Per dir la verità – ammette – io non lo so. Io penso che viviamo nei ritagli. Apriamo gli occhi alla mattina è il mondo è lì. Io non scrivo perché ho un messaggio da dare, io scrivo per aprire uno spazio dove essere. Immagino – dice quasi andando a cercare uno per uno gli sguardi dei presenti – che siete venuti all’incontro di questa sera perché leggete, perché sentite questo posto dentro di voi. Io scrivo i libri da sola, voi leggete i miei libri da soli, ma condividiamo questo posto. Per questo la lingua, le parole sono importanti: perché aprono un posto”.

A proposito di parole: “Amore – sottolinea Bon – è una parola importante, universale: è la mancanza di amore che volevi raccontare in questo libro?”. “No, no, è proprio il contrario”, risponde decisa l’autrice.

La scrittrice norvegese racconta di avere cominciato a scrivere questo libro 24 anni fa, quando è nata sua figlia e che questo romanzo nasce da un bisogno di dare risposta ad una domanda “molto insistente”, che nasce dal profondo: “Come posso essere sicura che lei sappia che è amata da me? Oggi posso dire ti amo! Ed è bellissimo, a volte però le parole sono vuote anche se sono le stesse. Ho cominciato a scrivere per indagare cos’è l’amore”.

Il romanzo racconta di una madre, Vibeke e del figlio Jon che si sono appena trasferiti in un paesino dell’estremo nord. È il giorno prima del compleanno di Jon. Il romanzo segue madre e figlio nel corso di una notte che trascorrono l’uno lontano dall’altra.

“Quando ho cominciato a scrivere questo libro – spiega l’autrice – avevo in testa l’immagine di una casa come quelle del luogo in cui ho vissuto io, Finnmark. Durante la seconda guerra mondiale, i tedeschi quando si ritirarono incendiarono tutte le case per fermare l’avanzata dei russi. A Ravenna si vede la storia, a Finnmark c’è la natura, non ci sono edifici vecchi. La casa che ho visto nella mia testa era una casa prefabbricata in legno, dipinta di marrone, una casa della mia infanzia. Ho avuto questo sentimento molto forte: dovevo entrare in questa casa perché dentro c’era qualcuno che aveva bisogno d’aiuto. Ho scritto questo libro con il primo pensiero per mia figlia, ma è un romanzo che rimanda anche alla mia infanzia. Tutto il libro è scritto al presente, seguendo le mie paure, mettendoci dentro delle cose per me spaventose, come il Luna Park, ho scritto il libro senza avere un piano nella testa, senza sapere cosa succedeva il momento dopo”.

In effetti, dice Stefano Bon “Amore” è un libro “con una fortissima tensione. Sembri seduta su una lastra di ghiaccio che potrebbe rompersi da un momento all’altro”. Non solo. C’è una grande libertà, prosegue l’intervistatore, che caratterizza il rapporto fra Vibeke e il suo bambino e questo appare per noi italiani incomprensibile, anzi inconcepibile visto che Jon ha solo nove anni; in Italia un bambino di questa età non potrebbe mai andare in giro di notte, da solo.

La scrittrice  sottolinea come questa libertà sia normale in Norvegia, al contrario di ciò che avviene in Italia, dove il rapporto madre-figlio è molto stretto, quasi fisico. “Ma per capire cosa intendo – dice regalando ai presenti uno dei suoi frequenti sorrisi – dovete leggere il libro: ci sono cose che non si possono raccontare. Quello che voi non sapete è che dopo questo ho scritto altri due libri uno che si intitola Tanto vero che sono reale e l’altro Il tempo che ci vuole. Ho seguito questo tema del vuoto dentro, il vuoto che ha un bambino che non viene corrisposto dalla persona che ha vicino. Se tu hai tanto vuoto dentro, come puoi fare scelte per te stesso? Non posso dire come finisce Amore, ma il libro che ho scritto dopo inizia con la protagonista chiusa dentro la sua stanza e la prima frase che dice è: non posso uscire”.

Matteo Cavezzali torna sul tema della famiglia, sul concetto diverso di famiglia in Italia e nel nord Europa dove anche una donna sola può, per diventare madre, ricorrere all’inseminazione artificiale. L’autrice racconta di essere stata una madre sola da quando sua figlia aveva 9 anni. Con “Amore”, aggiunge, ho voluto “indagare problematiche vicine alla mia vita”. Cavezzali: “Com’è scrivere in norvegese, una lingua giovanissima?”. “Un senso di grande libertà” è la risposta di Hanne Ørstavik .

“A Parigi passando davanti al Pantheon la prima volta mi sono sentita felice di essere norvegese, perché noi non abbiamo il peso della cultura”.

L’incontro sta per terminare. “Tua figlia ha letto Amore?”, chiede Bon. Hanne però è distratta da un altro pensiero: portarsi via un ricordo dell’incontro. Sale su una specie di supporto di legno dietro il tavolo con il cellulare in mano: “Non andate via prima che io vi abbia fatto una foto, se posso”, chiede al pubblico.

Un paio di click, poi la risposta arriva. “Amore è un testo che in Norvegia si legge nei licei. Mia figlia non aveva alcuna voglia di leggere il libro di sua madre e se lo è fatto raccontare da me. Comprendo che a 17, 18 anni non volesse sua madre profondamente dentro di sé, visto che già ero molto presente. Adesso però ha cominciato a leggere i miei libri”.

L’ultima domanda, prima del firma copie, spetta sempre a Bon che chiede alla scrittrice quali sono i libri e gli autori che ha amato di più. L’elenco è estremamente variegato: si parte dalla Bibbia per arrivare a “Mio piccolo mio” di Astrid Lindgren. Poi un grandissimo della letteratura americana, William Faulkner. Ed ancora: Marguerite Duras, l’Elena Ferrante de “I giorni dell’abbandono”, infine la sua “grande amica italiana” Elsa Morante. “E adesso – conclude con un sorriso divertito – voglio leggere l’ultimo libro di Matteo”.

Abbandonata la gelida terra dei fiordi mercoledì della prossima settimana si torna nella Romagna solatia: il 30 ottobre l’attore Ivano Marescotti sarà alla Classense per presentare il suo “Fatti veri”.

Hanne Ørstavik