Una splendida Trilogia d’Autunno a Ravenna con una Carmen tragicamente superba e moderna

La Trilogia d’Autunno 2019 ha fatto vivere, nel weekend appena trascorso, momenti d’intensa gioia e felicità ai melomani che si sono incontrati a Ravenna per un appuntamento diventato ormai un classico nel panorama italiano e internazionale. Moltissimi, infatti, gli stranieri fra il pubblico che ha gremito il Teatro Alighieri di Ravenna. Ha convinto e a tratti entusiasmato il trittico d’opere al femminile – Norma, Aida e Carmen – allestito quest’anno dal Ravenna Festival e da Cristina Mazzavillani Muti, che ha curato anche la regia di due delle tre messe in scena (Norma e Aida).

Tre titoli di donne, tre eroine tragiche, tre opere che si concludono ineluttabilmente con la morte delle protagoniste. Comune il destino, diversi i contesti e i modi. E nero – naturalmente – il colore di fondo che lega tutte e tre le messe in scena. Un nero mitigato dal bianco della luna e delle vergini del tempio nella Norma. Dai colori dell’antico Egitto nell’Aida. Dal rosso della passione e del sangue in Carmen.

Eros e Thanatos. Amore e morte è il fil rouge delle storie di donne della Trilogia. Ma ci sono anche altre chiavi di lettura. Amore e potere. Etica pubblica e valori individuali irrinunciabili. E – perché no? – rapporti fra uomini e donne. Carmen in questo senso è l’opera più moderna, più vicina, più coinvolgente.

Norma e Aida sono due donne scisse fra il richiamo dell’amore e quello del sangue, dell’appartenenza alla famiglia e alla nazione. Dilaniate fra un fortissimo sentimento privato e l’etica pubblica che richiede fedeltà alle leggi degli uomini e per gli uomini. E questa dicotomia le perde, perché trasgrediscono l’appartenenza e le leggi e si danno all’amore, a dire un principio o valore intimamente sentito come superiore. Insieme a loro, eros perde anche i loro uomini Pollione e Radames: anch’essi tradiscono e trasgrediscono per amore. E anche loro pagano con la morte. Ma sono le due donne che trascinano, le vere eroine, le figure che giganteggiano nelle due opere.

Norma

 

E che dire di Carmen? Anarchica, trasgressiva e selvaggia, sensuale e disinibita, libera e indipendente. In una parola, un’eroina assolutamente moderna. Così come moderna è la storia del suo rapporto con gli uomini e con il potere degli uomini. È un rapporto di seduzione e di sfida. Amour e liberté. Che Carmen paga con la morte, perché l’uomo sedotto e abbandonato non può accettare la irriducibile voglia di libertà di Carmen. E allora finisce come finiscono tanti fatti di cronaca quotidiana: con un femminicidio. Lui la uccide perché la legge degli uomini non può tollerare tutta la libertà delle donne. Era così ieri. È così purtroppo ancora oggi, quotidianamente.

Per questo Carmen è un’opera così attuale ed emozionante. Al di là della musica straordinaria di Bizet. Perché parla del qui e ora e non di miti lontani nel tempo e nello spazio. Perchè parla di noi al tempo del movimento MeToo e delle battaglie delle donne per la loro piena autodeterminazione e contro ogni forma di violenza e di sopruso.

Eccellente la produzione delle tre opere, tutta improntata alla freschezza e alla sfrontatezza dei giovani, di cui si è attorniata nostra signora della Trilogia, Cristina Muti Mazzavillani. Giovani i musicisti – direttori e orchestrali della Cherubini -, giovani gli interpreti, tutti di assoluto livello.

Una menzione speciale per Vittoria Yeo e Asude Karayavuz (rispettivamente Norma e Adalgisa), per Monika Falcon e Ana Victória Pitts (Aida e Amneris) e infine per Martina Belli e Elisa Balbo (Carmen e Micaëla) ma in questo caso anche per i due protagonisti maschili Antonio Corianò (Don José) e Luca Micheletti (Escamillio) che della Carmen ha firmato anche la splendida regia. Un’opera vibrante di energia e di sensualità nella prima parte in cui i protagonisti si muovono fra la caserma e la piazza, fra la fabbrica di tabacco e l’osteria. La scena trasuda vita, desiderio e sesso, dove il testosterone dei soldati fa pendant con la lascivia da bordello delle operaie. Tutta la seconda parte della Carmen, invece, con l’attesa della morte per mano dell’uomo è un crescendo in nero di inquietudine e di sgomento, di sacrificio già scritto eppur così crudele e insensato.

Un’ulteriore menzione speciale – da ultimo – per il lamento funebre “da brividi” cantato dal soprano turco Simge Büyükedes nel IV atto dell’Aida, di cui di seguito riportiamo la traduzione del testo.

Ovunque è buio,
solamente là è luminoso
è forse una tomba o il tramonto, mio signore?
è forse una tomba o il tramonto, mio signore?

La tomba è diventata un santuario di fiori
quel santuario si è trasformato nella camera della sposa
quel santuario si è trasformato nella camera della sposa

Se il tuo santuario è diventata una camera per la sposa,
apri le tue braccia, aprile, sono l’amata tua.

Si è trattato di un momento altissimo e bellissimo. Accanto alle celebri arie – Casta diva, Se quel guerrier io fossi, L’amour est un oiseau rebelle… come dimenticare! – che hanno reso immortali Norma, Aida e Carmen e che continuano a darci gioia.

Aida