Lancimago, i fuochi erranti e altri misteri di Eraldo Baldini a Il Tempo Ritrovato, a Ravenna

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Nessuno è profeta in patria? Forse. Di certo questo non è il caso di Eraldo Baldini, che proprio nella sua Ravenna, ma non solo qui, può contare su uno zoccolo granitico di appassionati lettori. Mercoledì 6 novembre, in occasione della presentazione del suo “La palude dei fuochi erranti”  nell’ambito della rassegna Il Tempo ritrovato, un foltissimo pubblico ha affollato la sala Muratori della Biblioteca Classense. Un pubblico caloroso, che lo ha applaudito a più riprese e che al termine dell’incontro si è attardato per salutarlo e per farsi fare la dedica sul libro che in molti avevano già letto.

Lui, Eraldo, ha voluto ringraziare i presenti di quell’abbraccio affettuoso a modo suo: “Grazie a tutti, non è scontato che nella propria città si possa godere di una compagnia così numerosa”. Tutto questo prima di dare vita ad un incontro dove, partendo dal suo ultimo romanzo, Baldini intervistato dai due giornalisti e a loro volta scrittori Matteo Cavezzali e Nevio Galeati, ha parlato, fra l’altro, di cambiamenti climatici, di malattie epocali, di folletti che ancora dimorerebbero nei boschi nostrani e molto altro.

Ma andiamo con ordine. Innanzitutto come fa notare Matteo Cavezzali, “La palude dei fuochi erranti” è il libro dei grandi ritorni. Eraldo Baldini torna infatti alla narrativa, dopo essersi dedicato in questi ultimi due anni, soprattutto a scrivere saggi. Non solo. Con “La palude dei fuochi erranti” l’autore ravennate torna a Lancimago e al genere che lo ha reso famoso: il gotico-rurale. Un  gradito  “ritorno di fiamma” che l’autore racconta  così.

“Non sono uno che professionalmente progetta molto: – dice – io scrivo la storia che sento crescermi dentro e che è nata per qualche motivo. In particolare questo romanzo nasce dalle suggestioni che ho provato documentandomi e facendo ricerche per un saggio uscito l’anno scorso. Un saggio storico che si intitola ‘Il fango, la fame, la peste. Clima, carestie ed epidemie in Romagna nel Medioevo e nell’Età moderna. Ovviamente all’interno di questo libro che ho scritto con una collega, Aurora Bedeschi, si parla molto di peste che è diventata un po’ l’emblema delle grandi epidemie, una sorta di spauracchio che non si agita più nei nostri tempi, ma che fino alla fine del ‘600 in Italia aveva rappresentato un flagello veramente spaventoso. L’ultima epidemia di peste in Italia si ha nel 1672, dopodiché dal continente europeo questa paura sparisce e non si presenta mai  più. Facendo quella ricerca, mi è scattata l’idea di scrivere un romanzo e ambientarlo nell’anno dell’ultima epidemia di peste che visse il nord Italia.”

“La peste – prosegue Baldini – è quella di manzoniana memoria e questa volta sono tornato in una località precisa, anche se non esiste, Lancimago, che nella mia visione è una piccola comunità a nord del ravennate là dove comincia il grande comparto delle paludi e degli acquitrini. A Lancimago – ricorda – avevo ambientato uno dei miei primi romanzi, Mal’aria e poi quello scritto con Alessandro Fabbri, Quell’estate di sangue e di luna. Mal’aria era ambientato negli anni 20 del Novecento, Quell’estate di sangue e di luna nel 1969 nei giorni della missione Apollo 11. Qui invece c’è un salto indietro. Diciamo che mi è piaciuto inforcare una sorta di macchina del tempo che a più riprese ti porta nello stesso luogo in epoche diverse. Quella di Lancimago è una comunità che vive un po’ ai margini di tutto, questa comunità sa che sta arrivando l’epidemia. L’attende angosciata e chi può si prepara, come i frati della piccola Abbazia benedettina. L’unica cosa che i monaci possono fare è prepararsi al peggio e quindi cominciano a scavare delle grandi fosse comuni perché temono che ce ne sarà bisogno. Il libro parte da questo e dalla scoperta che i monaci scavando fanno: decine di corpi di adulti e di bambini che recano segni di violenza, ma nessuno sa a chi quei resti appartengono.”

“Nella mia idea iniziale – continua l’autore – c’era quella di rappresentare un clima da Il deserto dei tartari, dove si aspetta il nemico, con la differenza che rispetto al romanzo di Buzzati qui i tartari arrivano davvero e non li si può fermare, perché fermare un’epidemia, all’epoca soprattutto, non era semplice”.

Ma “La palude dei fuochi erranti” segna anche il cambio di editore per Eraldo Baldini che dopo anni lascia la casa editrice Einaudi per passare alla Rizzoli. Ma tant’è: “Tutte le lunghe convivenze si possono logorare” dice l’autore che non nasconde la propria soddisfazione per la ristampa de “L’uomo nero e la bicicletta blu”, uno dei suoi romanzi più belli, che Einaudi aveva deciso inspiegabilmente di non tenere più in catalogo.

Nevio Galeati non può fare a meno di notare come l’ultimo libro sia ambientato in un novembre gelido, molto diverso da quello che stiamo vivendo oggi. “Qualcuno – sottolinea ironicamente – dice che il clima sta cambiando”.

Eraldo Baldini

 

“Bisogna fare un inciso – esordisce Eraldo Baldini – il Cinque, Sei e Settecento vengono definiti da storici e climatologi l’epoca della piccola glaciazione. Le temperature medie di allora erano molto diverse da quelle di oggi, soprattutto da quelle che stiamo vivendo in questo periodo. Gli inverni erano lunghi e rigidissimi. Le estati molto brevi e perturbate con la conseguenza che aree votate alla cerealicoltura, come era la pianura padana, subivano moltissimi danni. Le cronache dell’epoca ci parlano di nevicate sui raccolti quasi pronti. In quell’epoca lì perdere un raccolto significava per un anno non avere niente. In questo libro credo che oltre alla peste lo spettro della fame emerga, perché il clima è arbitro severo delle nostre vite. In quei tre secoli lì, passati alla storia per carestie ed epidemie terribili, in Europa la temperatura media si era abbassata di un grado e mezzo, un grado e mezzo è capace di sconvolgere completamente la vita di un continente. Ora il grado e mezzo ce lo abbiamo in più, Emilia-Romagna, in Pianura Padana i gradi in più sono quasi due, e se per adesso il disagio è limitato io temo che diventerò molto più pesante, quindi credo che tutto questo non vada sottovalutato”.

Galeati: “Il tuo romanzo descrive una comunità chiusa, un convento, che deve affrontare l’arrivo della peste e per fare questo viene mandato un esperto, monsignor Diotallevi che sa come delimitare il territorio per fermare l’avanzata del morbo. Di fronte a questa comunità religiosa c’è quella del villaggio, di cui fanno parte un signorotto e suo cugino che è un  personaggio molto interessante che fa ricerche piuttosto curiose per i monaci. C’è fin dall’inizio una sorta di sguardo non simpatico fra il clero e la comunità laica, a partire dalle domande che si pongono su quello che si trova scavando le fosse comuni”.

“Intanto – sottolinea l’autore – partiamo da questo Rodolfo Diotallevi mandato lì dal commissario apostolico per allestire dei cordoni sanitari. Nel Seicento questa è una cosa che veniva fatta normalmente. Un’epidemia di peste bubbonica, ci dicono le fonti storiche, poteva viaggiare alla velocità di 70 chilometri al giorno. Negli  ultimi due anni le ricerche effettuate tramite l’aiuto delle analisi del Dna ci dicono che il meccanismo di contagio quasi certamente passava attraverso un vettore unico che tutti avevano addosso: i pidocchi. A quei tempi i poveri, i ricchi, gli anziani, i bambini: tutti avevano i pidocchi. Diotallevi arriva, tira una riga su una mappa e dice: da qui non voglio che passi nessuno, neanche gli uccelli in volo. Chiunque oserà attraversare il confine avrà a che fare con me e sarò severissimo.”

“La figura mi è stata suggerita da un personaggio reale, il commissario apostolico Gaspare Mattei. – dice Baldini – In prima battuta arrivò a Imola poi si spostò  a Faenza e da lì diresse l’allestimento dei cordoni sanitari. Mattei è piuttosto noto nel bene e nel male. Nel male perché era di un’inflessibilità crudele. Viene descritto dagli storici come infaticabile: giorno e notte cavalcava con il suo gruppo di armati e andava a vigilare i cordoni sanitari. Questo gruppetto si portava dietro anche una forca portatile. Si raccontano aneddoti su questo Mattei, come quello di un uomo via per commercio che tornato non può attraversare il confine sanitario. Allora siccome sa che la sua famiglia è affamata, si incontra con la moglie e i figli sul bordo opposto di un fosso che fa parte di questo confine, ha il pane con sé e lo lancia ai bambini. Ma viene visto da Mattei che, con molta tranquillità, li impicca tutti. Insomma, un “bel personaggino”.

Ma questo monsignor Mattei fu tramandato ai posteri anche per qualcosa di molto positivo. “Forse per merito suo, forse per il caso, ma in Romagna succede una cosa incredibile: la peste che aveva già decimato Imola e la Bassa Romagna, sulla riga tracciata da Mattei si ferma. Questo personaggio – ammette Eraldo Baldini – mi intrigava molto. Monsignor Diotallevi è un delegato di Mattei che arriva a Lancimago, ponendosi quasi come Mattei. Il problema è che proprio al momento del suo arrivo, nel piccolo villaggio cominciano a succedere cose che tolgono a Diotallevi, che viene da una storia sua personale, ogni energia e ogni coraggio. Cominciano a manifestarsi segni che sembrano far pensare ad un’azione diabolica: fuochi che fluttuano sulle paludi, strani personaggi che si aggirano nei campi ungendo i filari di viti. Questa comunità, già spaventata, piomba in un incubo di cui si conosce la causa e come spesso succede, il primo istinto è trovare un nemico da incolpare e il nemico è già lì in quella comunità, un’anziana donna che è già stata processata per stregoneria dal Santo Uffizio e che in prima battuta viene arrestata”.

Galeati: “Lo stesso monsignor Diotallevi non ha la stessa concezione del Sant’Uffizio rispetto a Dio e al potere di Dio sulla terra. E’ un monsignore del Seicento che dice una cosa molto moderna: ‘Dio e Gesù hanno creato la terra e salvato l’uomo poi hanno fatto come Ponzio Pilato, se ne sono lavati le mani e adesso tocca a voi gestirvela’”.

Baldini: “Diotallevi lo descrivo come uno che crede in Dio ma in realtà crede molto di più nella Chiesa. Lui si sente molto di più il soldato di un esercito non del bene, ma al di sopra del bene e del male. In secoli in cui il potere religioso coincideva con il potere civile e amministrativo, non è così incredibile: è in fondo l’espressione di un ruolo e lui è molto immerso in questo ruolo. Da bambino per vicissitudini che non sto qui a raccontare, Diotallevi si trova ad essere cresciuto dai frati e quel trauma che ha subito e che l’ha portato lì, incombe ma lui se ne protegge con questa corazza che è il suo abito talare, la Chiesa è il suo rifugio ma proprio quello che succederà a Lancimago metterà in discussione questa fortezza che si è costruito.”

“Mi sono divertito moltissimo a giocare le contraddizioni di questo personaggio, come mi sono divertito moltissimo con quel personaggio che citavi prima, Ferdinando Zecchini. Quest’ultimo è il cugino del signorotto locale, arriva e nessuno sa chi è. Tutti lo vedono girare per i terreni con delle sonde, che cosa stia cercando nessuno lo sa, ma questo basta nelle pagine del libro per suscitare un altro dei leitmotiv  di quel secolo: una specie di incomunicabilità fra fede e scienza”.

Nevio Galeati, cita un altro dei personaggi inquieti e misteriosi del libro, quello di Orso. “Orso – spiega Baldini – è uno dei frati del monastero ed ha un passato oscuro: è stato un boia dell’inquisizione, e il suo farsi monaco è un tentativo per espiare, per ritrovare un’umanità che per molto tempo ha perso”.

La parola passa a Matteo Cavezzali che pone l’accento sulle ambientazioni storiche, geografiche ma anche culturali  dei romanzi di Eraldo Baldini che come scrittore preferisce muoversi in luoghi a lui, per vari motivi, familiari. Questi luoghi, è in sintesi la domanda di Cavezzali, hanno delle peculiarità? Che cose invece li accomuna ad altri luoghi?

“Qualsiasi etnologo – afferma  Baldini – vi direbbe che ogni territorio ha le sue specificità, ma i principi generali sono uguali dappertutto”.

Lo scrittore indossa nuovamente i panni del saggista e dello studioso  per fare un lungo excursus sulle favole che presentano caratteristiche diverse nei singoli territori in cui vengono raccontate ma hanno tratti comuni, quasi universali. “Ma se dovessi dire una caratteristica della cultura degli emiliano-romagnoli, direi che la nostra popolazione è sempre stata aliena da ogni sorta di fatalismo. Gli emiliano-romagnoli reagiscono, hanno costruito la terra su cui camminiamo che prima era tutta palude e acquitrini. Questa forse è la nostra specificità: siamo sognatori ma estremamente pragmatici. Io sogno di avere a disposizione la macchina più veloce, mi chiamo Ferrari e me la costruisco”.

Non poteva mancare in un incontro dove i fuochi danzanti e i misteri la fanno da padrone un cenno sui folletti. A questo proposito Baldini racconta un simpatico aneddoto di un incontro con i bambini di una scuola elementare e di un fascicolo della Guardia Forestale che relazione della presenza di strane creature nei boschi romagnoli.

“Questo – dice lo scrittore – dimostra che il nostro bisogno di mistero è sempre molto forte, ma anche che della realtà che ci circonda non possiamo sapere sempre tutto”.

Infine Nevio Galeati si sofferma su una delle principali caratteristiche dell’autore romagnolo: la sua grande capacità di arrivare a tutti. “La semplicità – sottolinea lo scrittore – è la cosa più difficile che esiste, a volte è un traguardo”.

In un’epoca di forte impoverimento linguistico “se tu sei uno scrittore usi la lingua più ricca ed elegante che puoi”.

 

 

 

 

 

 

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