Femminicidio di Giulia Ballestri. Carla Baroncelli dalla parte di Giulia, Gambi e Orlandini parlano del caso Cagnoni

A Il Tempo Ritrovato a confronto due sguardi differenti, profondamente differenti, sul femminicidio di Giulia Ballestri

Due sguardi differenti, profondamente differenti, sul femminicidio di Giulia Ballestri. Il penultimo appuntamento del 2019 della rassegna letteraria “Il tempo ritrovato” è stato dedicato ai due libri che hanno raccontato una vicenda che ha profondamente colpito la comunità ravennate. Una storia che è stata in più di un’occasione anche al centro dei talk show televisivi nazionali, per l’efferatezza con cui questo femminicidio è stato compiuto e per l’appartenenza sociale dei protagonisti.

Mercoledì 4 dicembre, nella Sala Dantesca della Biblioteca Classense di Ravenna, si sono confrontate le tre autrici, intervistate dalla collaboratrice de Il Fatto Quotidiano da anni impegnata nei centri antiviolenza Nadia Somma. Carla Baroncelli ha parlato quindi del suo “Ombre di un processo per un femminicidio. Dalla parte di Giulia”, uscito la scorsa primavera. Un libro che raccoglie le “ombre” pubblicate dall’ex giornalista di Rai 2 all’indomani di ogni udienza su Facebook e sul blog dell’Udi, che costituiscono una rilettura in chiave femminista del processo, attraverso le parole pronunciate dai giudici, dagli avvocati, dai testimoni, che mette in luce  stereotipi, pregiudizi propri della cultura patriarcale e maschilista.

La scrittrice Laura Gambi e la storica Laura Orlandini hanno raccontato il loro “Delitto d’onore a Ravenna”, sottotitolo “Il caso Cagnoni”, presentato ufficialmente a Bologna la sera del  24 settembre, poche ore prima dell’inizio del processo in Corte d’Assise d’Appello a Bologna che ha confermato la condanna all’ergastolo per l’imputato, il dermatologo Matteo Cagnoni. Un libro da una parte più incentrato a ricostruire i fatti come sono venuti delineandosi nel corso del processo di primo grado, ma che contiene anche una parte importante dedicata alla potente famiglia dei Cagnoni.

Dopo alcune considerazioni sulla base delle suggestioni suggerite da questo femminicidio “Giulia è stata uccisa come una donna dell’antica Roma, sulla base di quell’antica legge patriarcale per cui si poteva uccidere a bastonate mogli, buoi e servi”, la prima domanda di Nadia Somma rivolta a Laura Orlandini e Laura Gambi, parte proprio da qui, dalla narrazione della famiglia Cagnoni.

La prima a rispondere è Laura Gambi. “Partirei dal titolo – dice – chiaramente un titolo provocatorio. Perché lo sappiamo tutti l’attenuante del delitto d’onore è stata cancellata dal codice penale nel 1981”. Pur essendo scomparso dai testi di legge, il delitto d’onore resiste ancora purtroppo nella testa di molte persone come retaggio di una cultura patriarcale difficile da scalfire.

“Il processo – spiega la scrittrice – ha messo in evidenza come alcuni concetti arcaici legati a questa cultura che dovrebbe essere scomparsa, in realtà abbiano permeato le parole di molte delle persone che sono salite sul banco dei testimoni, non solo quelle dell’imputato che ha parlato diverse volte di disonore. Per quanto riguarda la famiglia, abbiamo fatto un lavoro di ricostruzione, non tanto con la finalità di spiegare e interpretare, ma soprattutto di mostrare, raccontare fare emergere, quelli che sono gli schemi mentali, i meccanismi, le fantasie, i fantasmi di un uomo e di tutto l’ambiente che gli sta attorno”.

Laura Gambi cita la testimonianza del padre di Matteo Cagnoni, Mario, al processo, tutta tesa a difendere il figlio e l’onore familiare. Ma cita anche un libro, scritto dallo stesso Mario Cagnoni, “La mia famiglia”, uscito nel 2013, che ricostruisce la storia di una famiglia importante, quella dei Cagnoni appunto, che soprattutto nel periodo del Fascismo ha unito al potere economico anche quello politico. “Mario Cagnoni ricorda l’idea di onestà del suo bisnonno, dicendo che è ancora valida. Dice: esistono due tipi di onestà, una per gli uomini legata all’attività pubblica, economica e una per la donna che non c’è neanche bisogno di dire quale sia. Già il fatto che in questo libro venga rivendicata l’idea che l’onestà per la donna sia quella di non tradire il marito e che questo venga ribadito come qualcosa di sacro, che viene dalle generazioni passate, fa capire come questa mentalità si sia tramandata al figlio”.

Ed ancora: “È interessante – prosegue Laura Gambi – vedere anche come vengono raccontate  le donne nel libro di Cagnoni. Le donne sono sempre considerate un qualche cosa di accessorio che va a servire la funzione principale che viene svolta dall’uomo. Matteo Cagnoni ha tre figli che sono gli eredi designati a portare avanti l’idea della grandezza familiare. Un’idea che ritorna nelle parole del padre quando quest’ultimo propone alla nuora, questo è stato raccontato durante il processo, nel momento della crisi coniugale, di prendere i nipoti con sé e di portarli a vivere a Firenze”.

Nadia Somma: “L’impressione che ho avuto leggendo il libro, è che in questa famiglia non ci sia stato nessuno spazio per le donne di potersi esprimere. In un nucleo familiare con schemi di relazione uomo-donna così rigidi, quanto ha pesato l’assenza, la marginalità delle figure femminili?”. Risponde Laura Orlandini: “Innanzitutto volevo spiegare come la nostra intuizione iniziale è nata dallo shock che abbiamo vissuto tutti e che ci ha fatto sentire la necessità di metterci in discussione, di andare ad indagare. Nell’evidenza principale che la violenza sulle donne, il femminicidio, è un fenomeno trasversale che attraversa sociali ed economiche diverse, ma visto che  tutti i giornali titolavano sul delitto nella Ravenna bene abbiamo voluto indagare questa Ravenna bene cosa fosse”.

Nella storia della famiglia Cagnoni quindi “emerge una mentalità molto radicata, quella che non ha messo in discussione il delitto d’onore. In questo racconto di sé che fa la famiglia, l’elemento femminile è sempre assente. Non solo. La cosa più evidente e che si accompagna a quello che è emerso poi nel processo, è che  la trasmissione della memoria familiare vede nelle donne un elemento disturbante. Le donne, in questa memoria, sono l’elemento che serve per creare nuove generazioni, ma che nel caso che in queste nuove generazioni ci siano elementi che non corrispondano al dettato familiare, allora la colpa ricade sull’elemento femminile. Questo crea un’autorappresentazione che si struttura moltissimo nell’apparenza che come abbiamo visto anche al processo significa mostrare all’esterno solidità, felicità, benessere. Nei primi giorni dopo il ritrovamento del cadavere di Giulia Ballestri, ci sono state interviste di conoscenti che dicevano: erano una coppia perfetta, felice, sono scioccato. Invece poi c’erano altre testimonianze delle persone vicine a Giulia che raccontavano cosa c’era dietro a questa facciata”.

Tempo Ritrovato

Nadia Somma rivolge una domanda a Carla Baroncelli: “Carla, tu hai avuto il compito di elaborare questo femminicidio. Sei stata bravissima a raccontare il dentro, anche del contesto in cui è avvenuto. Qual è appunto questo contesto?”.

Carla però non risponde direttamente alla domanda. Il suo non è un modo di tergiversare, o un desiderio di polemizzare, ma di fatto è un modo per entrare nel cuore del problema, lo fa con un intervento appassionato, che racconta di un processo che per certi versi ha aperto anche le porte delle aule giudiziarie a parole nuove.

“Io invece vorrei fare un altro ragionamento – esordisce –  Quando ho iniziato a scrivere questo libro, mi è sembrato che fosse il caso, dopo tutti questi femminicidi, di cercare di andare a mettere il dito nella piaga. Da questo il titolo, anche per me provocatorio: Ombre di un processo per femminicidio, perché ho rifiutato qualsiasi altra parola che non fosse parola di oggi e Dalla parte di Giulia. Qui non c’è scritto dalla parte di Giulia Ballestri, ma Dalla parte di Giulia, dalla parte di tutte le Giulie, di tutte le Sare, di tutte le Marie di tutte le donne vittime di femminicidio. Io – dice Carla – non conoscevo Giulia, non sapevo nulla di lei, ma non ci ho visto una persona istruita, una persona di una famiglia bene, di una famiglia particolare con una storia particolare, ho visto semplicemente una donna. Dopo essermi occupata per molti anni di delitti, sempre alla ricerca del come, del chi e senza mai spiegare il perché per mancanza di tempo e spazio, ho focalizzato l’attenzione sul perché Giulia Ballestri era stata uccisa per arrivare a cercare di capire perché le donne vengono uccise dagli uomini. E sono contenta che questa sera ci siano anche molti uomini in questa sala, perché questa domanda io la rivolgo oltre che a me stessa, alle donne, in particolare agli uomini perché voi siete in grado di dare anche a me dei suggerimenti. Comunque – ammette – , sono sincera: mi sono servita di questo fatto di cronaca per arrivare a fare un passo in più rispetto al perché. Cosa possiamo fare se abbiamo capito il perché, che è tutta questa roba qui: la società, patriarcale, gli stereotipi, il possesso… che non è della famiglia Cagnoni ma di tutte le famiglie dove una donna finisce per essere ammazzata? L’idea non è venuta a me, è venuta all’Udi, quando si è costituita parte civile al processo insieme ad altre associazioni, Linea Rosa, Dalla parte dei Minori e il Comune di Ravenna”.

Quando si leggono i giornali, fa notare Carla Baroncelli, spesso si trovano elementi giustificatori per chi ha ucciso una donna: l’amava troppo, era geloso, lei lo tradiva… Invece “serve mettere al posto giusto le parole giuste”. Parole giuste come “femminicidio: una donna è stata uccisa perché una donna”. Parole giuste e nuove per un’aula di giustizia, come quelle pronunciate dalla Pubblico Ministero nel processo di primo grado Cristina D’Aniello nel corso di una requisitoria fatta con il cervello e con il cuore, come quelle del Pg, Gianluca Chiapponi nella sua requisitoria in Corte d’Assise d’Appello ha parlato del delitto come “somma punizione”, di “vizio di mente di origine culturale”.

Carla Baroncelli, lo ha detto in più occasioni durante le numerose presentazioni del libro, con le sue “ombre” ha cercato di stanare stereotipi e sfatare pregiudizi. Lo fa anche durante l’incontro parlando del pubblico numeroso che ha assistito numeroso al processo di primo grado che si è svolto a Ravenna. “Molti giornali locali hanno parlato di donnette, di pensionati che venivano al processo perché non avevano niente da fare. Se tu ti fermavi un attimo a parlare con loro invece capivi quanto della loro storia avevano portato dentro al processo. In quell’aula c’erano donne che sentivano parlare di se stesse. C’erano padri e madri che avevano figlie che vivevano storie difficili e che volevano cercare di capire cosa fare”.

Carla ricorda anche come il giorno della sentenza in molti, donne e uomini, indossavano scarpe o qualcosa di rosso: “un momento di partecipazione, di vicinanza a tutte le donne uccise”.

Ricorda le oltre 60.000 firme raccolte per protestare contro il trasferimento di Matteo Cagnoni nella casa circondariale di Ravenna e che adesso ogni venerdì dalle 17,30 alle 18, davanti al carcere delle città si svolge una manifestazione silenziosa, per ribadire che la sua presenza nel carcere cittadino è imbarazzante e che il rispetto da parte delle istituzioni per Giulia Ballestri e i suoi figli pretende il rispetto per l’applicazione della legge senza alcuna discriminazione.

“Ognuno di noi può fare qualcosa per stanare un pregiudizio, svelare uno stereotipo” è l’appello che lancia alla platea che l’ha ascoltata con attenzione. Perché di stereotipi e di pregiudizi si nutre la cultura alla base della violenza sulle donne e statistiche a parte, c’è sempre una vittima di troppo.

Infine l’ultima domanda: Nadia Somma chiede a ciascuna delle interlocutrici di parlare di Giulia Ballestri, di come l’hanno vissuta, percepita, nel corso delle trenta udienze del processo.

Incomincia Laura Orlandini, che parla della solitudine di Giulia e di quello che di Giulia c’è in ciascuna donna. “Giulia che tenta di vivere la sua vita, che lancia segnali di allarme, che cerca di superare le cose da sola convinta di riuscirci, che pensa che la società supporti la sua scelta, ma non è così. Si scontra con una mentalità che ha regole rigide, la stessa mentalità che in qualche modo giustifica l’imputato che dichiara la sua innocenza”.

La solitudine di Giulia e di molte donne come lei, “deriva dal confronto con questo mondo che sembra così solido e che, quando emerge la violenza, difende se stesso. Per superare questa solitudine – conclude –  bisogna creare delle alleanze, è necessaria una rete sociale perché ogni donna possa scegliere la propria vita”.

“Giulia era una donna che non pensava di fare la rivoluzione – dice Laura Gambi – . Era una donna che viveva negli anni duemila, che voleva avere una vita nuova, una vita migliore, che non desiderava stare con un uomo che non amava più. Un diritto non scontato, non così acquisito come pensava. Un altro aspetto: si parla tanto di campanelli di allarme, di cosa bisogna fare quando ci si trova in determinate situazioni. Nel caso di Giulia Ballestri e di tante come lei i campanelli d’allarme c’erano tutti, evidentemente non sono così chiari nella testa delle donne”.

Infine è la volta di Carla Baroncelli. “Io non la conoscevo, e se ci fossimo incontrate cosa avremmo potuto dirci? Questo però non è importante. Io Giulia l’ho conosciuta attraverso le testimonianze, le parole degli altri. Quando mi sono resa conto, dopo la requisitoria e le arringhe degli avvocati, che mancava la voce di Giulia mi sono arrogata il diritto di fare parlare Giulia attraverso quelle parole. L’alone che avvolge tutti i casi di femminicidio è il silenzio. Molte volte mi sono resa conto che quando parlano le donne non vengono credute, quello che dicono viene considerato ininfluente: la donna esagera. Giulia è caduta nella trappola del silenzio, perché qualsiasi cosa faceva non andava bene. Giulia è stata ridotta al silenzio fino alla somma punizione. Io allora l’ho ascoltata, l’ho fatta parlare e le sue parole sono diventate pubbliche. Una donna che mi ha svelato perché è stata uccisa: questa è Giulia per me”.

Commenti

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  1. Scritto da carla baroncelli

    Roberta Emiliani, il tuo è un report veramente scritto bene, vero, esaustivo, come fa chi ha capito davvero. Grazie anche al direttore Piergiorgio Carloni, sempre attento a dar spazio per riflettere sulla violenza di genere. Con stima Carla Baroncelli