“Ci sentiamo poi”, il nuovo album del rapper ravennate Moder

L'ex il Lato Oscuro della Costa ha realizzato un album che fotografa il suo attuale ruolo nel panorama rap italiano. Moder: "Ho seguito la strada più difficile, ma è quella che sento più mia".

Presente sulla scena rap e musicale dai primi anni 2000, il ravennate Lanfranco Vicari, in arte Moder (ex il Lato Oscuro della Costa), pubblica il nuovo album solista intitolato “Ci sentiamo poi” per Gloryhole Records. Il lavoro fa seguito a “8 dicembre”, disco che ha consentito al nostro di calcare innumerevoli palchi rafforzando la sua figura artistica in Italia e non solo.

Moder_Ci Sentiamo Poi_Album cover

“Ci sentiamo poi”, prodotto insieme all’inseparabile ed instancabile Duna (b-boy della storica crew Break The Funk e ingegnere del suono) ai Duna Studio di Russi (RA), è un disco che racchiude sedici canzoni annoveranti diversi featuring, come da tradizione nella carriera di Moder. Ogni pezzo in scaletta racconta una fotografia della vita musicale e personale dell’artista che, come mai accaduto prima nel suo percorso, abbraccia la forma canzone toccando lidi atipici e molto personali.

Moder ha sempre affiancato alla sua passione per musica e parole quella per il teatro, arrivando ad occuparsi di organizzazione e direzione artistica (al Cisim nella frazione di Lido Adriano), oltre a mescolarsi ad esperienze teatrali con il Tetro delle Albe, ad occuparsi di laboratori di scrittura e a costruire collaborazioni con musicisti.

Dal 2011 Moder ha prodotto diversi lavori in studio di registrazione in chiave solista: “Niente da dirti” (mixtape), “Sottovalutato” (ep) e il primo album ufficiale “8 Dicembre”. La dimensione live è sempre stata fondamentale per l’artista ravennate, portandolo in oltre 200 palchi in occasione del tour legato al penultimo disco, passando dai centri sociali, ai pub, alle aperture di artisti americani molto noti nel genere come Talib Kweli, Promoe, Dj Premier e Oddisse, oltre ai grandi festival.

L’intervista

Moder, mi ha colpito il particolare del titolo inserito in grafica come fosse una notifica whatsapp accanto alla cabina telefonica, immagine della copertina. Ci ho visto un riferimento al presente e al passato. Come mai questa scelta nella copertina realizzata da Nicola Varesco?

“Ci sentiamo poi”, in origine “Ci sentiamo dopo” (il rapper Max Penombra, amico di mille battaglie, a suggerire il titolo definitivo a Moder), è un titolo che ho pensato dopo aver ascoltato più volte il materiale dell’album. Gli oltre 50 minuti del disco mi sembravano come una lunga telefonata alla quale, peraltro, non è detto ci sia un interlocutore. Una nottata spesa al telefono in una cabina telefonica oppure tramite cellulare. La cabina telefonica puoi vederla come un’allegoria della mia generazione (i ‘millenials’), capitata ‘a metà’ di processi molto complessi, diversi dei quali abbiamo contribuito probabilmente ad avviare. Inoltre, da bambino, facevo collezione di carte telefoniche perché mia nonna lavorava presso la Sip e me le portava, ragion per cui la cabina telefonica fa parte del mio immaginario. Le cabine telefoniche se ne stanno lì, ferme, in piedi, nonostante non servano più a nulla se non a pochissime persone. La metafora della cabina telefonica puoi applicarla anche al ruolo dell’artista al giorno d’oggi, che può sentirsi solo oppure ‘obsoleto’. Ti confesso che, mentre ho composto l’album, mi è capitato di sentirmi così. Eppure l’artista è un ponte tra cose che sono successe e che succederanno, per cui l’ambivalenza viene raffigurata bene penso dalla splendida immagine grafica realizzata da Nicola Varesco”.

Ci sono varie versioni della copertina con lo sfondo di colori differenti?

“Sì, quelle differenti dall’attuale copertina saranno utilizzate probabilmente in occasione di edizioni esclusive o di eventuali ristampe dell’album”.

Ascoltando l’album, in particolare sul fronte dei testi, ci vedo il Moder di sempre, anche se non definirei “Ci sentiamo poi” come una prosecuzione di 8 dicembre…

“Dunque, dal punto di vista stilistico il nuovo album vuole essere decisamente più vario e musicale rispetto a “8 dicembre”. Non solo per quanto riguarda i suoni, ma anche e soprattutto per la forma dei brani, meno hip hop e più canzone. In questi ultimi tempi ho ascoltato molto cantautorato e pop italiano, compiendo diversi studi. Nel nuovo album ho voluto inserire anche contaminazioni più ‘sperimentali’. Ho a cuore il futuro del genere hip hop e quindi non ho trasurato anche influenze contemporanee che possono richiamare realtà molto differenti tra loro come la musica di J. Cole o la trap music per intenderci. Quest’ultimo fenomeno puoi apprezzarlo o meno, ma non puoi non farci i conti. Ciò che è importante, penso, è che il disco suona come un lavoro personale riuscendo a coprire uno spettro molto ampio di sonorità. Siamo una generazione che non è né carne né pesce, ma abbiamo il vantaggio di poter pescare dappertutto”.

I testi nella tua musica hanno grande importanza. A livello di autori e di letteratura quali le ispirazioni più grandi?

“Le ispirazioni vanno dalla letteratura (Pier Paolo Pasolini, John Fante, Paul Auster, William Blake, Friedrich Nietzsche, Alberto Dubito e Mariangela Gualtieri), al cantautorato (Leonard Cohen, Paolo Conte, Filippo Gatti e Flavio Giurato) al rap (J. Cole, Talib Kweli, Stormzy e Mac Miller). Lo stile ‘cinematografico’ espresso da Fante (il suo modo italiano di raccontare gli USA) mi ha sempre influenzato molto, così come i lavori del regista Virzì. Ti confesso che anche le opere di Valerio Evangelisti incentrate sul socialismo mi hanno aiutato parecchio nel brano “La musa insolente” che ho realizzato con Murubutu”.

Diversi i featuring presenti nel disco. Come sono nate queste collaborazioni?

“Con Duna impariamo sempre cose nuove collaborando assieme e questo, entrambi, non lo diamo per scontato. I featuring con Murubutu e Claver sono nati durante il percorso. Il primo, appartenente alla generazione precedente la mia, mi fece complimenti importanti in occasione delle battaglie rap quando ero giovanissimo. Ascoltai il suo materiale e ne rimasi affascinato. Mi colpivano, in particolare, i suoi testi-storia, nei quali utilizza figure retoriche molto credibili. Murubutu ha portato a livello sistematico lo story telling, risultando geniale e dimostrando al Paese intero che è possibile fare rap evadendo dai soliti luoghi comuni. Con Claver, invece, abbiamo condiviso soprattutto la gavetta assieme…potrei definirlo un compagno di trincea! (sorride)”.   

Tanti i musicisti e produttori professionisti che hanno preso parte alle lavorazioni del disco…

“Inizierei col citare Andrea “Duna” Scardovi, con il quale ormai faccio coppia fissa. La collaborazione arricchisce artisticamente entrambi e questo non lo diamo per scontato. Il continuare a fare musica non perdendo le ‘radici di provincia’ ci ha consentito di coinvolgere grandi nomi locali che, magari, prima di questo album non conoscevo. Troviamo, ad esempio, Nicola Peruch (tastierista impegnato con i più grandi nomi della musica italiana ndr), Marco Frattini, Francesco Giampaoli, Danny Zannoni, Alex Ferro, Ivano Giovedì e Giancarlo Bianchetti”.

Dal punto di vista delle registrazioni, mixaggio e produzione come vi siete mossi?

“Ho registrato diversi provini in studi locali usando strumentazioni abbastanza spartane, dopodiché ho sviluppato demo sulle basi di produttori che apprezzo e in seguito, con Duna, abbiamo creato una specie di taccuino nel quale ci siamo segnati le idee che funzionano e quelle che magari possono essere riviste. Infine, inizia il processo di registrazione al Duna Studio prendendoci il tempo necessario. La fase di arrangiamento per “Ci vediamo poi”, ad esempio, è durata circa tre mesi, mentre i mixaggi sono stati più celeri del previsto. Nella realizzazione dei brani abbiamo impiegato molto i sintetizzatori realizzando tante melodie, utilizzando anche alcuni samples realizzati da produttori”.

E’ la tua seconda uscita per Gloryhole Records. Il sodalizio con la label ha contribuito a consolidare il tuo percorso artistico?

“Senza dubbio. Gloryhole Records mi ha ricostruito da zero sostanzialmente, permettendomi di fare un salto di qualità”.

Moder - foto 2

“Ci sentiamo poi” è la risposta alla domanda “che tipo di artista sono”?

“Esattamente. Ad un certo punto del mio percorso, mi sono trovato dinanzi a un bivio, come molti miei colleghi. Diventare ‘ininfluente’, recitando una parte ‘scontata’ o ergendomi a professorino dell’hip hop (cosa che non mi è mai assolutamente importato di fare), oppure chiedermi se potevo ancora fare qualcosa. Mi sono risposto quest’ultima istanza, realizzando un disco che recuperasse una determinata poetica cercando di trasporla nell’oggi. Se ti lasci trascinare nel calderone, inevitabilmente, troverai sempre qualcuno più forte che ti eclissa. In definitiva, comunque, mi rifiuto di pensare che non ci sia una via. Penso di aver intrapreso la strada più complessa e mi rendo conto che molti potrebbero non capirla, ma almeno sto giocando la partita con quanta più consapevolezza possibile. Quello che proprio non sopporto è l’idea di non provarci”.

Come hai scelto i titoli dei brani?

“Si tratta di espressioni popolari, una scelta che potresti inquadrare come ‘firma personale’. Il mio obiettivo è quello di recuperare universalità poetica costituendo elementi sui quali poter fare ragionamenti a livello collettivo”.

Insomma, come MacGyver che con una matita e un temperino fabbrica una bomba?

“Esatto!” (ride di gusto)

“Preferirei di no” apre il disco. La ribellione più autentica spesso passa sottotraccia o inosservata, concordi?

“Purtroppo sì. Al giorno d’oggi manca molto la dignità e vengono palesate un sacco di schifezze. L’hip hop, invece di portare i suoi aspetti migliori nel pop ha finito con il contaminarlo con i suoi aspetti meno positivi, come il dissing, il linguaggio spinto a tutti i costi o quello dei meme colmi di luoghi comuni. Sono questi ultimi a lasciarmi contrariato, non sono contrario a prescindere ai meme, sia inteso. Demolire e mortificare il linguaggio a tutti i costi, così come l’adorazione delle apparenze, sono cose che si pagano pesantemente e il mondo intero lo sta facendo. Tornando al titolo del brano, la citazione è tratta da “Bartleby lo scrivano” un racconto di Melville. Credo che “Preferirei di no” sia il motto antifascista più delicato ma al contempo maggiormente efficace che esista e penso che, in questa fase storica, ognuno di noi dovrebbe dirlo almeno una volta”.

Moder_Live 2

Foto di Moira Spotorno

Il verso “quanto ci è costato stare in prima linea” nel brano “Birre in Lattina” lo trovo molto simbolico. Una fotografia di una vita spesa per la musica, il rap, il teatro, gli amici, i sentimenti e la comunità? Non necessariamente in quest’ordine…

“La mia generazione è cresciuta inseguendo valori tramandatici per la maggior parte durante l’infanzia credendoci molto, ma nessuno forse ci aveva spiegato che la società non si pilota da sola, ma che è qualcuno a pilotarla. E che, ad un certo punto, quel qualcuno devi diventare tu! Ci dissero che l’importante era studiare e che ci sarebbe stato tutto il tempo ma, proprio a metà del guado, lo abbiamo preso in quel posto dal mondo. Dal nostro canto abbiamo sempre fatto quello che volevamo, inseguendo i nostri sogni e ambizioni. Affiché qualcosa restasse abbiamo provato a non arrenderci, ma siamo sempre stati soli. La dimensione sociale e collettiva erano già state corrotte e, noi per primi, ci siamo tenuti lontani da esse, non scendendo mai a patti e facendo molta fatica a stare insieme. Ci siamo imbattuti in una grande dispersione soprattutto di capacità, fondamentalmente perché non c’è stato nessuno a guidarla. La sveglia ‘biologica’ e del mondo attuale forse cambierà un po’ le cose. Chissà…”

“Il panchinaro fuoriclasse” è il brano più hip hop del lotto. Una specie di manifesto per tutte le persone di talento che devono sgomitare l’impossibile nei più svariati contesti spesso rimanendo poi in un eterno limbo?”

“Sì, ma anche per esprimere la propria diversità sostanzialmente. Sto dichiarando alla scena che non sono né un rapper old school, fissato con le quattro arti, né un rapper che usa la musica come “linguaggio meme” per intenderci”.

Non ne posso più” una traccia decisamente atipica per la tua produzione…cosa ti ha portato a comporre questo pezzo corale e a includerlo nel disco realizzando anche il video? C’è anche una critica al ritmo attuale di vita frenetico, superficiale e consumista?

“Indubbiamente, ma è anche e soprattutto una riflessione sull’impiego del tempo libero. Ormai, in tal senso, tutto il mondo è Paese…sono tutti come Ale e Marco (personaggi presenti nel testo ndr), che cercano l’avventura quasi forzatamente avendo come ‘mecca’ una meta extra italiana o che afferisce per forza ad una grande città del Belpaese. Il problema è che queste avventure, nella maggior parte dei casi, finiscono in nulla di fatto o in cose che dopo due ore ti penti di aver fatto. Questo anche perché viviamo in un mondo dove, lo sfogo, viene esercitato in ore serali e di nascosto, come sotto una campana di vetro, essendo la nostra società molto bacchettona e ipocrita. Prendiamo il caso della codeina, una bevanda che non si capisce fino a che punto sia legale e che, a livello di diffusione, sta assumendo i connotati di un’epidemia. Eppure non ne parla praticamente nessuno. Ci sentiamo spesso imprigionati in questo mondo dove, molte persone, non pensano ad altro che arrivare a un punto in cui potersi comprare tutto e tutti costruendosi un mondo fasullo a proprio uso e consumo, intraprendendo una rincorsa infinita spesso tossica”.

La collaborazione con Forelok nel brano “10, 9, 8” è un tuo omaggio alla musica reggae o si tratta di una scelta dettata dal featuring?

“Amo da sempre la musica reggae, ma definirlo un omaggio al genere mi sembra eccessivo. Dal punto di vista autorale, soprattutto a livello italiano, penso che sia stato esplorato poco. Forelok proviene da una famiglia di musicisti e ha studiato in Giamaica, riuscendo a interpretare al meglio a livello melodico il genere. Penso che sia un talento sottovalutato e lo vedo molto bene nel contesto dell’album. La prima volta che ascoltai la sua voce mi vennero i brividi per l’emozione. Credo che il ritornello di “10, 9, 8″ potesse farlo così solo Forelok e sono davvero felice della nostra collaborazione”.

Hai sempre vissuto la dimensione live come puro ossigeno, calcando centinaia e centinaia di palchi in vita tua. Cosa hai provato nell’aprire per mostri sacri quali Talib Kweli o DJ Premier?

“Sono state grandi feste innanzitutto. Non era la prima volta che aprivo il concerto per un artista americano, ma si trattava di nomi che non mi avevano influenzato come Talib Kweli e DJ Premier. C’erano tantissime persone a quelle date e mi sono giocato queste partite di livello con artisti coi quali avevo sgomitato molto e a lungo. Nella data di DJ Premier feci un’anteprima del disco davanti a migliaia di persone e credo sia stato uno degli eventi hip hop underground più riusciti. Nella data con Talib Kweli, artista che ho sempre adorato sin da ragazzino, invece, suonai il Kazoo sul palco. Un’esperienza che non capita certo tutti i giorni! Idealmente quella serata ha sancito la fine dell’epoca di “8 dicembre”, è stato come piantare la bandierina alla meta (sorride)”.

Moder_Live 1

Foto di Moira Spotorno

Hai mai pensato ad un adattamento teatrale dell’album? Oppure a uno spettacolo con le tue canzoni più rappresentative, magari anche con i ragazzi de il Lato Oscuro della Costa?

“Non ti nego che ci sto facendo un pensierino…mi piacerebbe moltissimo recuperare l’atmosfera intima della mia musica che, magari, ultimamente ho dovuto trascurare un po’. E’ una dimensione che il teatro permette e che richiamerebbe parte del mio background, oltre a consentirmi di sviluppare la forma racconto con la presenza di musicisti. Una suite teatrale dei due dischi sarebbe davvero il top…chissà…”.

A cura di Alessandro Bucci