Quaderni della quarantena di un misterioso architetto di nome A.P. / Prima puntata

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Arriva in redazione per posta elettronica uno scritto, che ha tutte le sembianze di un diario. Un diario del tempo del Coronavirus. Qualcuno ci manda le cronache di alcuni giorni di clausura. Ci sfida in qualche modo a pubblicarle e ci promette che ci scriverà ancora per dare seguito alla sua storia. Sulle prime pensiamo di buttare via tutto. No, per carità, chi ha voglia di seguire le elucubrazioni dell’ennesimo narciso che importuna noi piuttosto che postare una storia su Facebook o un video-tormentone su Youtube, in questi giorni tristi?

Però lo scritto è intrigante. È in forma anonima. O meglio, c’è un nickname CORONAVIR, che sembra un chiaro calembour. CORONAVIR, perché? Allora ci tornano in mente le poche reminiscenze di studi classici, il nostro latinorum, laddove VIR sta per uomo virile, forte, vigoroso. Uomo vero. Eroe. Persona di dotata di particolare qualità. In senso lato, anche marito, sposo, amante. Maschio, se andiamo nel mondo animale. E noi non siamo animali sociali o un po’ animali tout-court? Il nickname ci è piaciuto. Una sfida, uno sberleffo, un gioco? Anche perché sappiamo che il virus è più spietato con gli uomini che con le donne. Le donne, per tante ragioni, anche per ragioni biogenetiche, sono più resistenti.

Allora ci siamo detti, proviamo a seguire le vicende proposte da CORONAVIR, dall’uomo corona o uomo incoronato. Una sorta di uomo re, nel suo regno privato, domestico, in cui è costretto a regnare mentre fuori infuria la pandemia. Seguiamolo, anche se non sappiamo dove ci porterà. Di lui non conosciamo granché. Si spaccia per architetto, usa le iniziali A.P. Si capisce che è eterosessuale come i più, single per scelta o forse no, insoddisfatto di sé e di molte altre cose. Certamente è ravennate. Il titolo è proposto dallo stesso autore anonimo e lo accogliamo, anche se il termine “quarantena” è usato non in senso tecnico. Ma cominciamo a seguirlo nelle sue vicende. Buona lettura.

LA REDAZIONE

Sabato 7 marzo 2020

Sento la follia battere alla porta. Scrivo queste pagine per non aprirle.

È il paese che è malato, era già malato da tempo. Il virus ha soltanto incrinato quell’ostentata superficie di salute – ecco una cosa a cui i virologi non pensano. (Io invece penso troppo al virus. Concentrarsi su altro, sulle tette di Sara… Sì).

Esempio. Leggo la notizia di una coppia anziana di Codogno scappata dalla zona del focolaio per andare a sciare in Trentino. Rido, non riesco a smettere. Li immagino sugli sci col fiatone, “Non possiamo rinunciare a questa vacanza”, dice lui, e lei che gli va dietro. Giorgio Manganelli, le vacanze sono il segno del nostro malessere.

Cerco di lavorare al progetto sul lotto Melandri ma non riesco a concentrarmi. Seguo le notizie, ora per ora; bevo; non faccio altro. Il capo ci ha mandati tutti a casa già da giovedì. Questo smart working promette nel nome più di quanto non riesca a mantenere nei fatti. Senza qualcuno che mi tenga d’occhio, perdo tempo.

L’ultimo giorno in ufficio la segretaria ha avuto una crisi di nervi, diceva che non poteva lavorare senza mascherina, urlava. Va bene, diamogliela: almeno le tappa la bocca. Dovrebbero tutti far silenzio, voglio silenzio. Adesso ce l’ho. A casa. Da solo.

Ho davanti le planimetrie. Bevo un bicchiere di vino mentre le studio. Un intero lotto sulla Darsena da riqualificare: gli hangar dell’ex-mangimificio. Ridisegnare il progetto, adeguarlo alle normative urbanistiche comunali… Adesso queste cose vanno di moda, avrò addosso gli occhi dei tecnici e della stampa. Un grande condominio green, una sorta di bosco verticale di provincia (la Pineta verticale? ecco un nome buono per il progetto). Lo studio vuole fare bella figura all’apertura del bando, fra due settimane. Ma come convincere i ricchi a trasferirsi in un appartamento che dà su un canale d’acqua marcia, con vista su magazzini dimessi? Resteranno invenduti. Perché perderci tempo?

Perfino Zingaretti è risultato positivo al virus. Lo annuncia da casa, si è messo in auto-quarantena. Bel quadro alle sue spalle. Povero. È un buon alibi, questo: da quanto tempo la sinistra è in quarantena?

Chiamo Sara. È tornata a Padova dai suoi non appena la situazione si è aggravata. Mi dice che il padre sta bene. È debole, ma non è ancora necessario portarlo all’ospedale. Provo a dirle qualcosa di tenero, ma non sono mai stato capace di “tenerezza”. È una parola da cibo, non da persona. Un filetto è tenero. Spengo il telefono e apro un’altra bottiglia di vino. Ricordarsi di fare la spesa, sto per finire la scorta.

Prima di addormentarmi guardo le folle che si accalcano nelle stazioni milanesi. Prendono gli ultimi treni per il sud, scappano a casa. Il capotreno che dice “non ci sono più posti, dove vi mettiamo?”. In ospedale, in stazione, nei cantieri, nei ristoranti, negli alberghi, nel mercato del lavoro, nel tempo: non ci sono più posti. Tutto esaurito. Siamo esauriti.

Pensieri nefasti, spengo il computer. Provo a leggere l’ultimo libro di Houellebecq, senza passione. Mi rispecchio nel personaggio. Provo pena.

Darsena di città

Domenica 8 marzo 2020

Mi sveglio tardi. Sara non ha ancora chiamato. Mi rimetto a lavorare sul progetto del lotto Melandri ma è più forte di me, non riesco a concentrarmi. Accendo la televisione. Dicono che il Papa farà l’Angelus in streaming, dalle segrete stanze, senza affacciarsi al balcone. “Angelus” e “streaming”: ecco due parole che non avrei mai pensato di sentire nella stessa frase. Un like, una preghiera. Una condivisione, un’indulgenza. E Sant’Antonio pensa alle catene su Whatsapp. La connessione con Dio.

I positivi oggi sono 5.000. Cinquemila. Ogni volta che leggo i numeri mi si chiudono i polmoni, e penso di far parte del gruppo. Busseranno alla porta. Mi verranno a prendere con le tute, mi faranno un tampone e mi intuberanno. Riguardo la puntata di Piazza Pulita, tutti quegli intubati a pancia in giù, la musica drammatica in sottofondo. Le telecamere sono un’invenzione terribile, in certi luoghi è meglio che l’occhio non entri.

Sui giornali titoli tronfi: “Il senso d’orgoglio di un paese ammalato”. In Italia il patriottismo passa sempre dall’arco del disastro. E facciamoli un monumento ai terremoti, un altare alle alluvioni, una colonna alle epidemie, una statua alle guerre: sono loro che ci tengono interi. (La malattia sta al patriottismo come la salute al cosmopolitismo? Pensarci).

Fuori è una giornata calma. Dalla finestra, giù in strada vedo passare qualche coppia, una madre col passeggino. Un africano gira in bicicletta con la mascherina per distribuire volantini pubblicitari. L’economia non può fermarsi: davanti al virus, le contromisure sono un manubrio e un paio di gambe a buon mercato.

Mi stendo sul divano, ho i nervi agitati. Mi calmo leggendo Gogol’. Gogol’ mi calma sempre: è uno dei pochi cattivi abbastanza da passare per buoni.

Dopo cena mi chiama Sara. Tasto il terreno per un po’ di sesso telefonico; non la vedo da una settimana. Ma la sento distante. Dice che è preoccupata, che la situazione degli ospedali peggiora di giorno in giorno, che ha paura per suo padre. Non si ferma un attimo. E se mi avesse attaccato qualcosa? Dai 2 a 14 giorni di incubazione… quando è tornata da Padova l’ultima volta? Il padre aveva già i sintomi? Mentre parla provo a fare il calcolo, ma non ricordo i giorni precisi. Potrebbe essere? Potrei essere positivo? Perdo il filo del discorso, mi sono distratto. Mi saluta frettolosamente e butta giù. Strano. Non l’aveva mai fatto prima.

Stappo un rosso. Devo allontanare l’apprensione. Non sono positivo. Non posso esserlo. Sto bene, sto benissimo.

(IL SEGUITO ALLA PROSSIMA PUNTATA)

Immagine di copertina: Caterina MorigiQuaderni, 2015, inchiostro su carta (per gentile concessione dell’artista)

 

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Commenti

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  1. Scritto da Leo

    Grazie continua sei tutti noi