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Per una sera Ravenna Festival e la musica daranno una patria al popolo curdo, con Muti e Zehra Dogan

Ci sono momenti in cui la cultura e la musica rappresentano zattere di libertà e di civiltà a cui sentiamo di doverci aggrappare. E ci sono momenti in cui Ravenna è una città di cui si può andare molto orgogliosi, senza se e senza ma. La presentazione del catalogo del Ravenna Festival, questa mattina 2 luglio alla Sala Corelli del Teatro Alighieri, è stato uno di quei momenti. Grazie all’intenso incontro con l’artista curda Zehra Dogan. 

Antonio De Rosa, Sovrintendente di Ravenna Manifestazioni in apertura ha ringraziato “la fantastica squadra del Ravenna Festival” che con “un grandissimo sforzo corale” ha reso possibile la XXXI edizione dell’evento, malgrado l’emergenza sanitaria e i suoi strascichi in termini di distanziamento e di regole di sicurezza. Franco Masotti, Direttore Artistico del Festival ha introdotto l’ospite – Zehra Dogan appunto – della presentazione del catalogo. Lei, capelli e occhi nerissimi, arriva in punta di piedi, quasi schiva e un po’ emozionata, accompagnata da Cristina Mazzavillani Muti ed Elettra Stamboulis che si sono adoperate per portarla a Ravenna in questa occasione. Masotti ha ricordato che Zehra Dogan è stata incarcerata tre anni dal regime siriano per un disegno e che da oltre un anno è apolide in Europa, riallacciandosi all’altro grande apolide ed esule, Dante Alighieri, i cui versi del Purgatorio “Dolce color d’oriental zaffiro” sono l’intestazione del catalogo e di quello che doveva essere in origine l’edizione 2020 del festival.

Il Direttore Artistico poi ha parlato del dramma del popolo curdo e della sua diaspora, un popolo che rappresenta gran parte delle popolazioni del Medio Oriente ma che non ha una patria ed è sparso fra Siria, Iraq, Iran, Turchia e Armenia. A quel popolo per una sera darà una patria il Ravenna Festival con il Concerto dell’Amicizia diretto da Riccardo Muti il 3 luglio alla Rocca Brancaleone e il 5 luglio a Paestum (sito Unesco gemellato con Palmira), un concerto per la Siria dedicato a Hevrin Khalaf e a Khaled al-Assad uccisi nel corso della guerra terribile che si sta consumando su quella terra. Un concerto in cui Muti dirigerà l’Orchestra Cherubini e 9 musicisti siriani della Syrian Expat Philharmonic Orchestra nella Sinfonia numero 3 di Beethoven (l’Eroica) e che vedrà la partecipazione straordinaria di Aynur e Zehra Dogan.

Ravenna Festival

Poi è toccato alla stessa Zehra Dogan che ha parlato del suo popolo curdo senza patria, ricordando quanto sia importante almeno per una sera celebrare la propria patria su un palcoscenico in compagnia della musica del Maestro Muti. Ha raccontato che lei da un anno è in Europa e ha sempre problemi di visti e passaporti: accade a persone come me che non hanno patria ha detto, con una semplicità disarmante che apre alle nostre coscienze un precipizio di dolore e responsabilità. Ha poi parlato delle donne curde come Hevrin Khalaf uccise perché libere, indipendenti, coraggiose. Uccise da uomini che facevano la guerra ma che, prima di tutto, sembrava volessero mandare un avvertimento di guerra alle donne: ecco cosa vi capita se volete essere libere. Ha descritto come le donne curde abbiano dato l’estremo saluto a Khalaf senza gli uomini, perché non hanno più fiducia negli uomini. Infine ha chiuso ringraziando Ravenna e ricordando l’impegno e il coraggio delle donne contro la guerra.

L’Assessora alla Cultura Elsa Signorino ha dato il benvenuto a Zehra Dogan anche a nome del Sindaco: “È un onore poter ospitare e proporre una testimonianza così importante del coraggio delle donne curde. Perché la forza delle donne è tanto più necessaria in questa epoca.” Ma poi l’Assessora ha parlato del festival e di cultura, iniziando con un plauso alla tenacia con cui Ravenna Festival ha scelto di esserci: “Sarebbe stato più semplice per tutti rinviare, invece Ravenna Festival ha deciso di esserci, di ripartire con una grande scommessa” e poi ha aggiunto che “la cultura è essenziale nella ripartenza come è stata necessaria durante il lockdown, e per questo stiamo investendo molto a Ravenna nella cultura, abbiamo riaperto i musei, le biblioteche, si fa il festival. Ma niente è scontato. Leggo affermazioni ogni tanto – ha aggiunto Signorino – che sembrano dare per scontato che la cultura ci debba essere, che le cose programmate prima si debbano fare anche ora. Ma noi siamo chiamati a riprogettare ogni giorno gli eventi della cultura nelle condizioni date dalla nuova situazione che si è venuta a creare. Tutto questo richiede un grosso lavoro. Uno sforzo che si fa perché Ravenna ci crede, perché la ripartenza è nel segno della cultura a Ravenna. Così come Ravenna c’è e ci sarà per il Settimo Centenario di Dante.” Insomma, l’Assessora ha voluto ricordare a tutti che c’è stata una pandemia, c’è stato il lockdown, le condizioni in cui si può fare cultura sono cambiate e cambiano continuamente, dunque non si può rimanere fermi a quello che è stato pensato o deciso mesi fa. Ha voluto ribadire evidentemente che investire nella cultura in una fase così delicata è tutt’altro che ordinaria amministrazione, è una scelta politica che qualifica l’amministrazione. Probabilmente un messaggio a detrattori e malpancisti, a quanti non sono mai contenti e vorrebbero fare sempre più uno, senza tenere conto delle difficoltà oggettive del momento.

Chiude infine la signora del festival Cristina Mazzavillani Muti orgogliosa dei suoi ragazzi che nel frattempo sono diventati uomini e hanno portato in porto un’edizione così complicata ed eccezionale del suo festival: “Sono felice di vedere che questi 30 anni di lavoro stanno preparando già i prossimi 30 anni. Del resto, quando la nostra strada è seminata di cose buone non può che portare cose buone.”

Ravenna Festival
Cristina Muti Mazzavillani
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LA NOTA STAMPA DEL RAVENNA FESTIVAL

“Dolce color d’orïental zaffiro”: si è scelto di mantenere come titolo del libro-catalogo quello che avrebbe dovuto essere il titolo del Festival (che ne è anche tema) in era pre-Covid19. È illustrato dalle opere dell’artista ravennate Manuela Vallicelli, capaci di rappresentare una natura fuori dal tempo che, dai colori zaffiro del cielo e dagli orizzonti visivi, passa poco a poco a immagini inorganiche con atmosfere sempre più trasparenti.
La trascrizione dell’intervento di Paolo Rumiz alla presentazione di Ravenna Festival del dicembre 2019 traghetta il lettore verso quei temi che in qualche modo si sono trasformati e rigenerati, in particolare le insospettabili – per molti – radici orientali dell’Europa.

Paolo Bettiolo ci riporta alla pluralità linguistica e culturale del cristianesimo dei primi secoli. È grazie ad alcuni chierici maroniti che nel XVI secolo ebbe inizio un tentativo di cercare le radici ebraiche del cristianesimo consolidatosi, nella versione canonica dei suoi testi, attraverso un processo di ellenizzazione e romanizzazione. A sollecitare questa ricerca è un nuovo interesse per la lingua “aramaica” o siriaca che si riteneva fosse la lingua parlata da Gesù. Bettiolo ripercorre dunque le vicende di una pluralità di traduzioni della Bibbia tra III e V secolo e di dibattiti dottrinali soffermandosi soprattutto sul ruolo di città come Edessa, in Mesopotamia (oggi Turchia), sulla via che legava il Mediterraneo all’Armenia e alla Persia, sede di una importante comunità cristiana sin dai primi secoli.

Life in Syria, è un progetto che nasce con l’intento di mostrare la realtà che milioni di siriani sono costretti a vivere ogni giorno. Attraverso gli scatti di 5 fotografi siriani e di un team di blogger e giornalisti, vengono mostrati alcuni dei drammatici episodi che hanno scandito il conflitto siriano dal 2011 al 2016. Le fotografie di Mahmud Abdur-Rahman, Mohammad Amen Qurabi, Emad Najm Husso, Jalal Al-Mamo, Life Makers Team e Nour Kelze  – delle quali il libro propone un ampio estratto – si accompagnano ai testi scritti dai fotografi stessi e rappresentano uno spaccato molto particolare dell’attivismo civile in Siria, alimentato da un profondo desiderio di cambiamento e riforma.
Gli autori hanno collaborato mantenendo in vita donne e bambini, provvedendo alla distribuzione di aiuti umanitari e alle attività di supporto psicologico ai bambini traumatizzati dalla guerra. In questi anni hanno fondato organizzazioni e associazioni che si impegnano nelle scuole, denunciando le violazioni dei diritti umani subite dai civili e sostenendo il ripristino della dignità della popolazione colpita dal conflitto.
Il racconto giornalistico di Gastone Breccia, ambientato nelle regioni del Rojava, tanto fluido quanto tragicamente realistico, ci riporta nelle cronache di guerra con “La strada della vergogna”, dove il 12 ottobre del 2019 è stata assassinata Hevrin Khalaf, coraggiosa donna siriana-curda segretario generale del partito Siria Futura, alla quale Ravenna Festival ha voluto dedicare – assieme all’archeologo siriano Khaled al-Asaad anch’egli barbaramente assassinato mentre cercava di difendere il sito archeologico di Palmira, di cui era direttore –  il concerto delle Vie dell’Amicizia.
Ma nulla meglio delle opere dell’artista curda Zehra Dogan può narrare quelle cronache e quelle storie di vita perché, come afferma l’artista condannata, nel paese dove viveva, la Turchia, a due anni e nove mesi di prigionia per avere fatto un disegno – scrive  Elettra Stamboulis nella sua presentazione – tra l’altro su una foto twittata dalle forze speciali turche, nel 2017, “per me la vita stessa è arte”. Oggi Dogan vive da esule in Europa e sente moltissimo la mancanza della sua terra e della sua gente. A 30 anni da poco compiuti, ha già vissuto varie vite: giornalista, fondatrice insieme ad altre della prima agenzia di stampa interamente femminile, artista visiva, attivista, ha inaugurato una nuova attenzione all’arte che nasce dietro i confini delle sbarre, grazie anche a un processo artistico che mette insieme ascolto dell’altra, pratica femminista, condivisione, utilizzo di materiale estemporaneo e istantaneità dello sguardo.
Lo zaffiro d’Oriente – continua la critica d’arte contemporanea, curatrice della sua ultima mostra –  non era certo disponibile nelle carceri femminili turche: piuttosto materiali di scarto che provenivano da avanzi alimentari, sangue mestruale anche non suo, fondi di caffè sono alcuni dei materiali con i quali i quadri di Zehra si compongono su materiali anch’essi non ordinari. Il telo da bagno carcerario, la carta stagnola della sigaretta, il riuso delle poche lettere autorizzate, tutto diventato materiale su cui resistere attraverso l’arte.

Anche Sant’Apollinare, il primo vescovo di Ravenna, di cui scrive lo studioso Giovanni Gardini insieme a Elisa Emaldi, proveniva dalla grande Siria, Antiochia, che alla sua epoca era la terza città per grandezza dell’Impero, sede del governatore romano, centro dell’amministrazione civile e militare, precocemente conquistata al Cristianesimo. Ravenna continuerà a ricevere da queste terre mercanzie e derrate, uomini e santi, banchieri e marinai. Così la figura luminosa risplende dalla metà del VI secolo dal catino absidale di Sant’Apollinare in Classe, al centro di un giardino edenico fecondo ed esuberante di vita, ricco di alberi, fiori ed uccelli del cielo.
La figura di Sant’Apollinare nei mosaici della basilica di Classe è poi rievocata da un passo dalla poesia di Nevio Spadoni dedicata al Patrono di Ravenna, in cui in dialetto romagnolo il poeta si rivolge al santo pastore, sperando di poter trattenere tra le mani un po’ della sua passione, come se fosse una goccia di quel mosaico di paradiso.

Se il tema “ambientalista” negli ultimi anni sembrava essere al centro dell’attenzione mondiale, la pandemia ne ha certo accentuato l’urgenza, sottolineando ancora di più quanto l’incuria, la negligenza e talvolta la scelleratezza dell’agire umano stiano mettendo a repentaglio l’idea stessa di “natura”. Temi che con una modernità che veramente ci appare attuale emergevano con iconica drammaticità in Koyaanisqatsi il film di Reggio musicato da Philip Glass, al quale dedica un saggio Pierfrancesco Pacoda. E che, soprattutto, sono messi a fuoco con implacabile determinazione nell’Enciclica di Papa Francesco, appunto “sulla cura della casa comune”: sono già passati cinque anni, ma è evidente come sia difficile smuovere le coscienze.

Poi un’altra preziosa testimonianza storico-artistica con gli zaffiri, smeraldi, granati, perle, ametiste, rubini, agate, topazi: le più belle pietre preziose di tutto l’Oriente, giunte a Venezia come bottino della Quarta Crociata (1204), e che brillano incastonate nella celebre Pala d’Oro della Basilica di San Marco a Venezia. Maria Cristina Carile fa luce su questa straordinaria opera di echi bizantini che doveva impreziosire il Festival grazie a un concerto di musiche polifoniche di scuola veneziana, collegate direttamente alle “formelle” che in essa raffigurano scene del Vecchio Testamento e della vita di Cristo, nonché a quella dedicata al santo evangelista eponimo.

Omaggi, anniversari, celebrazioni: il gioco delle date e dei numeri ci offre sempre occasioni preziose per ritornare a parlare (e ad ascoltare) dei grandi del passato. Il 2020 appare particolarmente ricco di ricorrenze: tra cui quella ineludibile del 250° anniversario dalla nascita di Beethoven a cui Oreste Bossini, privilegiando uno sguardo puntato sul rapporto del grande compositore con la Natura, intesa nel senso fisico ma anche filosofico del termine. Sempre a Beethoven, o meglio al suo monumento, è riferito anche lo scritto di Robert Schumann, o meglio delle diverse personalità in cui Schumann si esprime a proposito della celebrazione del genio.
Cento anni, poi, sono passati dalla nascita di un grande compositore italiano, Bruno Maderna e se purtroppo non è stato possibile omaggiarlo con la sua musica, come era invece inizialmente previsto, abbiamo voluto mantenere i contributi a lui dedicati da musicologi e musicisti che, a loro volta, andrebbero ricordati per la straordinaria qualità umana e intellettuale. A parlare di Maderna sono infatti Massimo Mila, Luciano Berio e Roberto Leydi, quest’ultimo con la riproposizione di un’ampia inchiesta uscita nel lontano 1963 sull’«Europeo» e da allora mai più ripubblicata.
Tre saggi celebrano gli anniversari di altrettante figure chiave della Romagna: Pellegrino Artusi di cui si celebrano i 200 anni dalla nascita, Federico Fellini Tonino Guerra che quest’anno avrebbero compiuto 100 anni.

Lo storico della cucina Alberto Capatti celebra Artusi con un articolo dedicato al sale nel ricettario che l’ha reso celebre, La scienza in cucina. Si tratta di un ingrediente che Artusi consiglia di usare con grande cautela: per quanto impiegato in numerosissime ricette, l’uso deve spesso essere parsimonioso per non rovinare ingredienti di per sé già saporiti. La precauzione è ancora più importante perché non ne viene indicata una dose quantificata con precisione, ma ottenuta a prese e spizzichi. Attraverso misure o ricondotta a un gesto, nell’alchimia della cucina la precisione nelle dosi è fondamentale sia per non cancellare i sapori, sia per conciliare il gusto con la salute.

Il saggio di Gianfranco Miro Gori è dedicato al rapporto di Federico Fellini con Rimini e la Romagna, ricordando sia i film nei quali il regista fa uso del dialetto romagnolo, sia quelli in cui è possibile riconoscere Rimini nelle città di volta in volta costruite in studio o attraverso riprese di ambienti in varie parti d’Italia. Le considerazioni di Gori si arricchiscono di riflessioni dello stesso Fellini, sia attraverso carteggi conservati alla Biblioteca Gambalunga di Rimini, sia attraverso scritti dello stesso regista.

Mentre Tonino Guerra è ricordato da un altro poeta in dialetto romagnolo, Nevio Spadoni, che ne ripercorre le opere principali ricordando come la produzione poetica sia in molti casi alla base delle sue sceneggiature per il cinema.
Infine il volume si chiude con una intervista di Elisa Bianchini Walter Della Monica che ripercorre gli anni entusiastici del Trebbo poetico, ideato dallo stesso Della Monica assieme all’attore Toni Comello in un camping di Milano Marittima e poi, dal 1956 (e fino al 1960), portato in numerose città italiane ed anche europee. Una straordinaria impresa che fece conoscere ad un vasto pubblico di piccoli paesi e grandi città i grandi poeti del novecento, come Ungaretti, Quasimodo e Caproni.

Qui il disegno che ha “condannato” Zehra Dogan.

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Commenti

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  1. Scritto da Cornelio

    ottima iniziativa spero che i ravennati si aprano alle persone che arrivano da fuori.