Al via il Settimo Centenario Dantesco. Ivan Simonini: Ravenna, la Roma di Dante

Per gentile concessione del mensile il Romagnolo, in occasione della giornata che inaugura le celebrazioni del Settimo Centenario di Dante, pubblichiamo questo testo del professor Ivan Simonini sul rapporto fra Dante e Ravenna.

Dante non è fatto per chi ha fretta

Almeno nel mio caso. Sono 30 anni che mi occupo dell’influenza dei mosaici ravennati sull’immaginario dantesco, risalendo al 1987 un saggio (sui riscontri tra mosaici bizantini e versi dei Canti XXIX del Purgatorio e XIV, XV e XXXIII del Paradiso) che pubblicai sul settimanale La Pulce e fu poi raccolto nel mio La basilica degli specchi (1993) con il titolo “E in Paradiso un arredo di mosaici”. Ora, il mio ultimo libro, l’ho intitolato non ai mosaici “bizantini” ma ai mosaici “ravennati” per allargare il campo d’indagine corrente. Chi si è occupato dell’argomento finora, lo ha infatti incentrato su alcuni celebri mosaici delle basiliche del V e VI secolo. Ai mosaici bizantini di S. Vitale, Galla Placidia, Cappella Arcivescovile, S. Apollinare Nuovo e in Classe e dei due Battisteri, ho così aggiunto i mosaici medievali di S. Giovanni Evangelista (nella foto sotto), opera di maestranze locali e veneziane (XIII secolo), d’impatto quasi “naïf”, opposto allo splendore cromatico bizantino. Ma per Dante non meno importante.

Mosaico San Giovanni Evangelista

Il ciclo medievale ignorato

Il ciclo di S. Giovanni Evangelista è dedicato alla IV Crociata che riconquistò Costantinopoli alla cristianità e ricordava a Dante l’antenato Cacciaguida, morto da eroe nella II crociata e cui Dante con orgoglio attribuiva l’origine nobiliare del proprio casato. S. Giovanni Evangelista era poi tra le basiliche predilette dai Da Polenta che, Dante, l’ospitavano, non senza chiamare il suo amico Giotto (e/o suoi allievi) ad affrescare proprio quella chiesa. A Dante quel ciclo parlava anche della sua storia personale. E la Divina Commedia è l’autobiografia di Dante.

Una ricerca in difetto

Ho proposto 80 accostamenti tra versi della Divina Commedia e immagini musive e li ho definiti “visioni” per non caricare Dante di troppe responsabilità a sua insaputa (per questo ci sono i dantisti di professione). Visioni mie, anche quando non sono semplici indizi o congetture, ma autentiche evidenze. Non 80 sarebbero gli accostamenti ma anche 160 se oggi potessimo vedere tutti i mosaici che Dante vide: il triplo di quelli sopravvissuti. Per limitarmi alle absidi, non ci sono più i grandi mosaici absidali di: Duomo, S. Agata Maggiore, S. Apollinare Nuovo, S. Spirito, S. Giovanni Evangelista, S. Maria Maggiore, S. Lorenzo in Cesarea (distrutta nel 1553).

Inferno, seconda “novità” dell’indagine

Un’altra novità sul fronte degli studi danteschi  l’inserimento dell’Inferno in tale specifica indagine. Quanti hanno affrontato il tema prima di me lo hanno limitato a parte del Purgatorio e al Paradiso, escludendo in sostanza l’Inferno. Nell’insieme delle 80 “visioni”, 51 sono inedite del tutto e le altre 29 sono rivisitazioni, anche drastiche, di intuizioni altrui. Il primo a riconoscere il nesso straordinario Dante-mosaico è Corrado Ricci che avanza nel 1891 due ipotesi di abbinamento parlando del Giustiniano e degli alabastri di S. Vitale. Nel 1902 Giovanni Pascoli sviluppa un grandioso teorema sulla simbiosi tra Divina Commedia e mosaici bizantini. Seguono rari contributi di altri. Ma il primo tentativo di catalogazione organica delle tracce musive bizantine nel Poema è (2008) di Laura Pasquini: peccato trascuri i versi dell’Inferno e i mosaici superstiti di S. Giovanni Evangelista.

Il primo studioso dei mosaici ravennati

Ci si è accorti tardi del fascino esercitato dai mosaici ravennati su Dante perché archeologi e storici del mosaico antico conoscono la Divina Commedia come i dantisti conoscono il mosaico antico: cioè abbastanza poco. E così gli uni e gli altri non hanno mai “visto” Dante come “critico d’arte”. Dopo Ricci e Pascoli, i commentatori del Poema hanno tralasciato il tema e i pochi che ne hanno tenuto conto (come nel 2016 Giorgio Inglese) si sono accontentati di pochi cenni. Benché non sia possibile, tra le numerose fonti ispiratrici di Dante, calcolare il peso specifico di ognuna sul Poema, ho tuttavia indicato circa 400 versi della Divina Commedia, corrispondenti al 3% della somma dei versi delle tre Cantiche, le quali non sono una trilogia ma un atto unico in tre scene, suggellate dal vocabolo “stelle”, sigillo d’autore dell’intima coerenza tra Inferno, Purgatorio e Paradiso. Guarda caso nei mosaici ravennati ci sono ancora tre imponenti cieli stellati: a Classe, in Galla Placidia e nella Cappella Arcivescovile. Già questo basta per individuare una solida fonte e concludere che i mosaici ravennati, uno dei fili conduttori trasversali dell’intero Poema, sono un luogo dantesco materiale e immateriale privilegiato. Di sicuro Dante non ha visto solo i mosaici ravennati. Ha “succhiato” a Firenze i mosaici realizzati nel suo bel Battistero di S. Giovanni dal 1260 in avanti da Coppo di Marcovaldo, non senza interventi di Giotto, il quale è stato, dettaglio poco noto, anche mosaicista.

Sempre a Firenze, Dante non può non aver visto i mosaici del Duomo e di S. Miniato a Monte. E lì in giro può ben aver visto la facciata musiva di S. Frediano a Lucca e l’abside del Duomo di Pisa. Durante il Giubileo del 1300 o l’anno dopo, subito prima dell’esilio, quando fu “trattenuto” con l’inganno a Roma dall’astuto Papa Bonifacio, può aver osservato i mosaici appena eseguiti a S. Maria in Trastevere da Pietro Cavallini e in S. Maria Maggiore da Jacopo Torriti o qualcuna delle tante basiliche romane custodi di cicli musivi. Non escludo che abbia visto a Venezia i mosaici di S. Marco e a Milano i cicli di S. Ambrogio e S. Lorenzo Maggiore. Se nella Divina Commedia non parla mai di mosaico esplicitamente, ne parla però indirettamente assai spesso. Nè era a digiuno di puntuali nozioni di tecnica musiva. Rapace divoratore dello scibile letterario, artistico, scientifico e teologico della sua epoca, Dante si guarda bene dal rivelare le sue fonti, a meno che dichiararle non sia funzionale alla sua narrazione. Anzi gioca a nascondino con il lettore in tutto il Poema. Ciononostante, si ha a volte l’impressione quasi che i versi qui citati siano le didascalie delle immagini. L’apparenza davvero inganna: non lo sono in alcun modo. Dante non copia mai. E non “ruba” banalmente. Nè scrive didascalie di capolavori altrui. Semmai approfondisce, assimila, filtra e va oltre. E ciò aggiunge gloria alle sue fonti. Se le sue fonti musive stanno anche a Firenze, Roma o altrove, la differenza è che a Ravenna Dante ha avuto tutto il tempo di guardarle e riguardarle bene più volte e i mosaici di Ravenna avevano una marcia in più anche ai suoi occhi non solo sotto il profilo tecnico, compositivo ed estetico. Rapito dalle arti del colore, aggiornato sulle diverse scuole pittoriche, nella Divina Commedia cita Cimabue e Giotto per l’affresco, cita Oderisi da Gubbio e Franco da Bologna prìncipi della miniatura e probabilmente avrebbe citato anche il prìncipe dei mosaicisti ravennati se solo il suo nome fosse trapelato dalla censura dei secoli.

Endecasillabi e tessere: stessa ideologia

Credo sorprendendosi, Dante scopre a Ravenna la totale consonanza tra il messaggio lanciato al mondo dai mosaici ravennati e il messaggio che lui stava per lanciare al mondo con la Divina Commedia. Mirabile convergenza concettuale, intanto connessa ai rapporti tra Chiesa e Impero (organi sovranazionali d’allora). Derivando entrambi da Dio, i loro poteri terreni (spirituale e temporale) dovevano essere autonomi ed esercitati nel reciproco rispetto, senza pestarsi i piedi, ognuno dei  due  proteggendo il potere dell’altro. L’idea di Dante (dal De Monarchia in poi) è la stessa del mosaicista di S. Vitale (nella foto la volta dell’abside di San Vitale) che raffigura la maestà imperiale di Giustiniano equiparata alla maestà pontificale dell’Arcivescovo Massimiano, entrambe sovrastate e autorizzate dal Cristo Pantocratore.

La celebre volta di San Vitale

Quando nella Trinità prevale Cristo

Nei mosaici ravennati non è mai apertamente raffigurata la crocifissione di Gesù, esattamente come nella Divina Commedia. L’iconografia cristiana delle origini, anche postcostantiniana, mal subiva la croce, perché designava una pena infamante ed esibiva la sconfitta in terra del Dio-uomo. Queste croci immancabilmente trionfanti dei mosaici ravennati segnano una svolta nella civiltà occidentale manifestando senza più pudori l’effetto di padronanza del Cristianesimo su se stesso e sul cosmo e sono la spia rivelatrice della raggiunta maturità psicologica. E Dante era assai più vicino al Cristo risorto e dominatore dei mosaici ravennati che al Gesù crocifisso dei dipinti toscani del ’300. Inoltre, nell’eterna disputa tra cristocentrismo e trinitarismo, per quanto Dante non contesti mai l’assunto trinitario, è palese per lui la centralità di Cristo. Di tale teologia cristologica implicita, il Poema lascia mille segnali. In ben 4 Canti del Paradiso Cristo fa 3 volte rima con se stesso: anche in S. Vitale, nel cerchio al centro della cupola compare come agnello sacrificale e, sotto gli archi, nei due cerchi perpendicolari c’è in uno il suo monogramma e nell’altro il suo volto, facendo “rima” 3 volte con se stesso.

Nei mosaici ravennati il cristocentrismo esplode nella scena del Buon Pastore in Galla Placidia (nella foto sotto), nel Cristo guerriero della Cappella Arcivescovile, nelle cupole dei due Battisteri, nelle lunghe “pellicole” di S. Apollinare Nuovo coi miracoli del Redentore (quasi un film biografico su Gesù) o nelle croci dorate di tanti luoghi di culto fino alla croce sontuosa di Classe, dove la genialità del mosaicista colloca il volto di Cristo al centro della croce, all’incrocio dei bracci, quando di solito la croce si collocava dietro la sua testa. Ma i mosaici ravennati, proprio perché “cristologici”, sono anche “mariani”. Il culto di Maria (prova sia della natura umana di Cristo sia della sua natura divina), fu precocemente recepito a Ravenna che alla Vergine dedicò una dozzina di chiese e Dante poteva verificare quanto genuina fosse lì la venerazione per il personaggio sacro da lui più amato. Rispetto a testi precedenti (come il De vulgari eloquentia), nel Poema ogni residuo di misoginía sparisce. È Maria Vergine che comanda a S. Lucia di inviare Beatrice a soccorrere Dante smarrito nella selva oscura. In S. Apollinare Nuovo, al termine del corteo dei martiri, c’è il Cristo in trono e, di fronte, specularmente, al termine del corteo delle vergini, c’è la Madonna in trono. Cristo e Maria, dalle due navate opposte, si guardano negli occhi. In pieno secolo V il mosaicista “ariano” attribuisce ad entrambi la stessa solenne dignità. Una perfetta parità di genere: Dio è Padre ed è Madre.

Galla Placidia

L’identità culturale con Guido e Rainaldo

Dante doveva poi sentirsi in sintonia con il rito “primitivo” della Chiesa Ravennate di eleggersi gli Arcivescovi. Usanza squisitamente politica d’autogoverno (permetteva l’autonomia della Chiesa Ravennate dal Papa), troncata, poco dopo la morte di Dante, dal Papato Avignonese per assoggettare definitivamente la città “ribelle”. Gli anni che Dante passa a Ravenna sono i peggiori della Chiesa Cattolica i cui pontefici, impegnati a sottrarre agli imperatori il potere temporale, si riducono paradossalmente con Clemente V e Giovanni XXII alla mercé di una monarchia nazionale, quella di Francia, che li costringe in cattività ad Avignone trasferendovi la sede del Papato. Nella mente di Dante, Roma perde così ogni suo titolo storico: non è più capitale, né imperiale né religiosa. E a Ravenna, l’Arcivescovo che Dante incontra, è quel Rainaldo da Concoreggio che, unico in Italia e in Europa, assolve i Templari contro la volontà del Papa e del Re di Francia che vuol prendersi i beni di quell’Ordine.

Solo a Ravenna, che già era stata capitale dell’Impero, sopravvive dunque per Dante qualcosa della Roma da lui ammirata e invano riproposta. Si crea così una forte identificazione culturale tra il Poeta e la città che lo ospita: in quel momento Ravenna è la Roma di Dante. E se Ravenna è stata la madre di quel Poema di cui Dante è il padre, ciò è avvenuto per precisa determinazione di Lui che a Ravenna porta tutti e tre i figli avuti da Gemma Donati. Dunque per restarci il più a lungo possibile. E non per scappare da Verona o da Cangrande della Scala (col quale rimarrà sempre in buoni rapporti contrariamente a quanto Petrarca insinuò) ma in pieno accordo con lo Scaligero che aveva tutto l’interesse a rafforzare – tramite Dante – le relazioni con Ravenna in chiave di contenimento dello strapotere di Venezia. Con quella Ravenna di Guido Novello, principe Savio e Magnifico precursore del Rinascimento cui si deve la trasformazione dei Da Polenta da guelfi “guerrafondai” a “pacifisti” super partes tra Papato e Impero.

Il Purgatorio si apre con un paesaggio riferibile alle canne palustri e alle marine ravennati: e a Ravenna nella vita reale di Dante finisce l’inferno. Il Purgatorio si chiude con il paragone tra l’Eden e la pineta di Classe: e a Ravenna Dante incontra il suo Paradiso Terrestre. In S. Giovanni Evangelista contempla anche il maestoso mosaico perduto dell’abside con la scena del salvataggio di Galla Placidia (coi figli Onoria e Valentiniano) dal mare in tempesta: e nella Ravenna che era stata di Galla Placidia il Poeta salva dal naufragio la vita sua e dei suoi figli. Nella serenità ritrovata, deposto ogni ruolo di uomo di parte, Dante (in apparenza politicamente sconfitto) confeziona e perfeziona – con la Divina Commedia – la sua più sottile vittoria politica.

Ivan Simonini

Ivan Simonini