A Brisighella la mostra “Il canto della bufera: dipinti di Silvano D’Ambrosio”

A Brisighella sarà inaugurata alle 18,30 del 24 ottobre “Il canto della bufera: dipinti di Silvano D’Ambrosio”, a cura di Franco Bertoni. La mostra sarà allestita al Museo Ugonia e sarà visitabile sino al 10 gennaio 2021 osservando i seguenti orari: festivi dalle 10 alle 12.30, dalle 15 alle 17; Prefestivi dalle 15 alle 17.

Unione Romagna Faentina fornisce le sue considerazioni in merito all’artista Silvano D’Ambrosio: “Non vale lo sforzo cercare di contestualizzare un artista come Silvano D’Ambrosio che, quasi monacalmente autoreclusosi in un mondo a parte, lontano dai rumori dominanti, ha fatto della diversità, dell’altrove e di una intelligente, sottile, eterogenea ed eterodossa complessità le ragioni della sua arte, per non dire della sua vita. Il suo ora è il silenzio e il suo labora è la pittura.

Se fosse un giocatore di scacchi, vincerebbe le partite abilmente puntando sulla mossa del cavallo: liberandosi così dagli impedimenti più correnti, dai più ritenuti ovvi e naturali, e trovando inattese vie di fuga dalle situazioni più critiche. Uno stratagemma, se si vuole, che però, come ha affermato Claudio Magris, può risultare efficace nella grande partita che coinvolge tutti: quella fatica, o pena, di vivere (tema dominante nelle opere di D’Ambrosio) che si può tentare di eludere dedicandosi alla riesumazione delle vite altrui dimenticando, in qualche modo, la propria. Una sorta di vocazione, la sua, che lo ha condotto a muoversi scegliendo percorsi impervi, forse anche desueti, ma capaci di offrire visioni inattese, imperdibili e degne di memoria. Forse è vero che oggi siamo ormai nei tempi supplementari della storia, che la vallata è chiusa, che l’incrociarsi di sovrumane catene montuose impedisce un qualsiasi passaggio e che, sotto i nostri piedi, tanti millenni di forme di vita frantumate e dissolte ci ricordano un comune destino ma non è proprio da questa sedimentazione che ci sorregge, da questo senso di appartenenza a un passato tuttavia fertile e prolifico e da una universale compassione che esubera dalla propria piccola esistenza che può nascere una rigenerazione, concreta o spirituale che sia?

Ogni opera di D’Ambrosio si può leggere sotto il segno dell’antinomia e del paradosso che contrasta con il senso comune e che sembra essere smentito dalla esperienza empirica. Forse c’è in lui un qualcosa dei mistici del credo quia absurdum.

Come i monaci, soli e da soli, hanno rappresentato una straordinaria riserva di forze spirituali non compromesse con la mondanità e i suoi tragicomici affanni, così Silvano D’Ambrosio ha tentato – con comprensioni della critica, dei galleristi e del pubblico più avvertiti – di ritagliarsi una fetta di spazio da cui far fuoriuscire, con quella grande libertà e quella dura onestà tipiche di un vero peintre philosophe, immagini di speranza e di bellezza, nonostante tutto.

D’Ambrosio ha percorso e protratto grandi temi dell’arte quali quelli della Vanitas e del Memento mori con vasi di fiori stupendi e proprio perché colti nel momento del massimo fulgore pronti a decadere nel breve giro di una giornata (vasi, tra l’altro, zampillanti sangue come un Cristo giottesco a causa della tragica consapevolezza di un destino terreno); della Metamorfosi, ritraendosi sotto le più diverse vesti, tra Pirandello e Oblomov; di una mistica nutrita dalle più varie fonti (dalla religione all’esoterismo fino all’alchimia e non basterebbero le penne di un Erwin Panofsky, di un Mario Praz o di un Arturo Schwarz a risolvere i suoi più reconditi ed ellittici rebus visivi); di un simbolismo tanto antico quanto rivitalizzato dalla lezione junghiana; di un senso permanente del mito; dell’ambivalenza di ogni proposizione; della mancanza di un preciso confine tra la cultura “alta” e la cultura “bassa” (a volte il suo pennello sembra superare la natura e a volte sembra rinunciare a ogni proposito di edulcorazione preferendo la sprezzatura); di una devastazione di cui l’uomo è artefice e vittima.

La crisi voluta e subita dalla modernità (la mancanza di un centro, di valori e di una unità) non decade in D’Ambrosio, nonostante la policentrica e centrifuga complessità dei riferimenti, nel culto dell’impossibilità e del non dire.

Viandante solitario in una waste land, D’Ambrosio sa che Aprile è il mese più crudele ma con il pennello cura resti e frammenti, siano essi memorie, frutti caduti, ombre, assenze (memorabili restano le sue tavole imbandite prive di convitati) o ossa che appaiono dal terreno.

Fatto cadere un velo di silenzio, uno stato di grazia, D’Ambrosio riesce a far sentire i suoni infinitesimali di una presenza universale. Come la notte fa apparire le stelle nel cielo, così una raggiunta quiete interiore fa sorgere le immagini oniriche della fantasia e un magico canto. Innumerevoli apparizioni tornano a popolare la terra: sono pesci predatori e predati, teschi e scheletri più vivi dei vivi, veli che aumentano la capacità di visione, frutti caduti ma carichi di semi, venti furiosi che portano la vita, ombre che svelano, fuochi che distruggono o illuminano, acque che dormono pronte ad agitarsi.

Bianco e nero, ombra e luce, inferi e sfere celesti, Apollo e Dioniso, vette e abissi: squadre in lotta ma senza uno dei due contendenti non ci sarebbe partita.

Anche nella bufera c’è, quindi, un canto (titolo suggerito dall’artista per questa occasione).”

Silvano D’Ambrosio, Hayange, Francia, 1951

Nato in Francia, dove è recentemente tornato, Silvano D’Ambrosio si forma all’Accademia di Belle Arti di Ravenna seguendo soprattutto i corsi di incisione tenuti da Tono Zancanaro nel biennio 1974-76. A Forlì, negli anni Ottanta, è ispiratore del gruppo Eclissi che avvia localmente un forte dibattito teorico sull’arte ed è vicino ad artisti come Enrico Lombardi, Alberto Mingotti (che presenteranno anche varie sue esposizioni), Marco Neri e Stefano Gattelli coi quali partecipa alle vicende della neo-figurazione. Il gruppo espone nel 1985 alla Galleria Mascarella di Bologna, nel 1987 alla Galleria Jack Shainman di Washington, nel 1988 a New York e nel 1990 a Venezia. Nel 1996 la Comunità Europea organizza una mostra collettiva del gruppo al Centre Albert Borschette di Bruxelles. L’esposizione personale alla Galleria il Polittico di Roma del 1996 apre a una lunga serie di mostre personali e collettive, nazionali e internazionali: Grenoble, Lione, Lisbona, Beyrouth, Il Cairo e Torino del 1996; Belgrado, Sana’a, Brisbane, Melbourne e Roma del 1998. Nel 1999 partecipa alla XII Quadriennale di Roma e nel 2000 a “La pittura ritrovata 1978-1998” al Museo del Risorgimento a Roma. Nel 2001 espone al PAC di Milano e nel 2002 e nel 2003 a Palazzo Reale di Milano: mostre “Sui generis – La ridefinizione del genere nella nuova arte italiana” e “Tutto l’odio del mondo”. Nel 2007, sempre a Palazzo Reale di Milano, partecipa alla collettiva “Arte Italiana 1968-2007. Pittura” e nello stesso anno a “Nuovi Realismi”, al Padiglione d’Arte Contemporanea della stessa città. Claudio Spadoni, Vittorio Sgarbi ed Edward Lucie-Smith si interessano ripetutamente al suo lavoro. Nel 2007 ha pubblicato due cataloghi: “Vasi feriti”, una vasta raccolta di nature morte dedicate al tema della caducità, e “Obscurum per obscurius” che raccoglie oli su carta e disegni dal 1985 al 2007. Artista sottile, mentale e sofisticato, D’Ambrosio ha saputo coniugare in un complesso immaginario la metafisica del quotidiano con temi sacri e con un pervaso senso di inevitabile dissoluzione di ogni manifestazione della realtà. Una poetica, tutto sommato, neo-barocca supportata da un raro dominio di varie tecniche espressive che gli consentono di cogliere l’inquietudine delle cose e al tempo stesso la meraviglia contenuta in ogni dettaglio di un metamorfico reale, instabile e incerto”.