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MA ALICE NON LO SA / Parla Matteo Cavezzali autore di “A morte il tiranno”: “La letteratura è la mia forma di ribellione, con la scrittura sei tu a decidere le regole”

“Mi aspetto soltanto che tu creda in tutti quanti, compreso me, e che tu creda in tutto, come un bambino, come un uccello, come faccio io.” (Jack Kerouac, Lettere dalla Beat Generation).

“Le nostre valigie erano di nuovo ammucchiate sul marciapiede; avevamo molta strada da fare. Ma non importava, la strada è vita.” (Jack Kerouac, Sulla strada).

Scrittore, organizzatore culturale, giornalista, blogger… Matteo Cavezzali, ravennate, 38 anni, ha più titoli di Massimo Decimo Meridio ne “Il gladiatore”. Con il suo primo libro “Icarus” dedicato a Raul Gardini ha vinto vari premi letterari. Poi è venuto “Nero d’inferno” che parla dell’uomo che fece saltare in aria Wall Street. Adesso è appena uscito il suo ultimo lavoro “A morte il tiranno” edito da Feltrinelli. Lui dirige diversi festival letterari e, soprattutto, ha inventato ScrittuRa Festival nella sua Ravenna. Ecco la nostra chiacchierata.

Matteo Cavezzali

L’INTERVISTA

Matteo Cavezzali, a che età ha capito che avrebbe fatto lo scrittore e il giornalista?

“In realtà non l’ho ancora capito… (ride, ndr). Non so ancora cosa farò ‘da grande’. Faccio le cose man mano che vengono. Mi è sempre piaciuto raccontare le storie, questo sì, ho cominciato da bambino a raccontarle a mia sorella più piccola, che ha 4 anni meno di me, e poi non ho più smesso.”

Come è nata l’idea dello ScrittuRa Festival?

“È nata in uno stabilimento balneare di Marina di Ravenna che si chiamava Fandango. Il proprietario Manetti era un tipo molto eccentrico, aveva riempito la stabilimento di libri. Un giorno venne lì al mare Pino Cacucci, che era un suo amico perché avevano fatto l’università insieme, allora proposi a Manetti di fare una serata in cui si parlava dei suoi libri. Quello fu il primo esperimento, la cosa andò bene e quindi iniziammo a organizzare altri eventi letterari sempre al Fandango. C’erano anche incontri in cui eravamo in 3 o 4 persone. Pian piano la cosa è cresciuta, ci siamo spostati in centro al Caffè Letterario e lì si è creato un gruppo di persone che venivano a tutti gli incontri, con loro abbiamo fondato un’associazione, a cui hanno aderito Stefano Bon, Stefano Carattoni, le sorelle Longo, Silvia Travaglini. Questo diciamo che è il nucleo storico. Poi l’assessora Bakkali e il sindaco Matteucci ci diedero fiducia e così nel 2014 nacque il festival come lo conosciamo oggi, che si è poi allargato anche a Lugo, Bagnacavallo, Fusignano, Cotignola e ha dato vita a due festival gemelli in Campania e in Trentino.”

C’è uno scrittore che ancora non è riuscito a portare e che sta corteggiando? E d’altra parte tra tutti quelli che sono venuti in questi anni c’è qualcuno a cui la lega un ricordo particolare?

“Ci sono due scrittori francesi a cui sto facendo la corte da un po’, Emmanuel Carrère e Michel Houellebecq. Prima o poi riuscirò a portarli. Un ricordo particolare è riservato invece a Sepulveda, rimase a Ravenna un paio di giorni con la moglie, si commosse davanti alla tomba di Dante. A cena ci insegnò la sua ricetta per fare l’asado. Una serata indimenticabile. Con alcuni scrittori sono nate delle belle amicizie, come con Angelo Ferracuti, con cui c’è stato un gioco narrativo: lui mi ha inserito come personaggio letterario in un suo libro e io a mia volta l’ho inserito in uno mio.”

Ci parli un po’ del suo rapporto coi social.

“Con i social ho un rapporto ambivalente, di amore odio, dipende dai giorni e dai periodi. Mi provocano sempre una sensazione di disagio, un po’ come quando da ragazzino andavo a quelle feste in cui tutti si divertivano ma io proprio non riuscivo. Sui social c’è una tendenza a dare il peggio di sé, nella società delle performance ci sentiamo obbligati a dimostrare agli altri il nostro valore, per sentirci accettati e gratificati, per una manciata di follower o like in più siamo disposti a recitare un ruolo in cui si finisce per rimanere intrappolati. Occorre mettere in atto una forma di ‘resistenza dall’interno’, distaccarsi dal ‘giogo del giudizio’: praticare una terapia della scrittura. Non dobbiamo scrivere e postare perché qualcuno legga ma perché ne rimanga memoria, affinché un pensiero prenda forma e un ricordo si conservi. Spesso stare sui social ci mette in uno stato di agitazione, come se potessimo subire un agguato ad ogni passo. Generano ansia perché lì ogni nostro errore viene ingigantito. Per questo la mediocrità ci mette al riparo. Se postiamo cose di basso profilo siamo sicuri di non finire nel mirino di nessuno, però così facendo ci sminuiamo. Il mio personale antidoto a questa deriva è prendere i social a piccole dosi, cancellare dai contatti tutte le persone che portano negatività e aggiungere chi porta contenuti di qualità. Insomma, se mi sento a disagio alla festa forse è solo perché ho invitato le persone sbagliate…”

Ad Halloween ha postato su Facebook una foto in cui appariva come un mix tra l’Heath Ledger de “Il cavaliere oscuro” e Brandon Lee de “Il corvo”. Ci dica la verità, quella sera ha mangiato più dolcetti lei o suo figlio?

“Io sicuramente! (sorride, ndr)”

matteo cavezzali - a morte il tiranno
Cavezzali

Nel libro “Super Camper” ripercorre i suoi viaggi dell’infanzia e dell’adolescenza e in particolare racconta di aver dormito in posti davvero strani durante un interrail…

“Sì, tra gli altri in una vasca da bagno vuota, sulla panchina di un parco, per terra in stazione e addirittura una volta in Francia dentro la macchinetta delle fototessere. C’era una luce fortissima, tipo flash, che si accendeva con una fotocellula ad ogni minimo spostamento. Che ricordi…”

Il suo libro della vita?

“Moby Dick, una delle letture che mi ha segnato di più.”

Lei è un cultore e un appassionato di musica rock. Sempre in “Super Camper” racconta di aver fatto un pellegrinaggio a Liverpool. C’è una canzone dei Pinguini Tattici Nucleari che ha vinto Sanremo nel 2020 che recita “In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr. Lei che Beatles sarebbe?

“Un conto è che Beatles sono e un conto chi vorrei essere. Avrei voluto essere John Lennon, sicuramente il più affascinante e trasgressivo, ma alla fine visto da fuori sono più un Ringo Starr, quello che sembra sempre un po’ lì per caso, un po’ goffo. Che quando lo vedi pensi ‘ma questo da dove è saltato fuori?'”

A questo punto la domanda s’impone: team Beatles o team Rolling Stones?

“Beatles, erano loro il vero gruppo ribelle proletario, venivano dai quartieri poveri, due erano orfani, avevano avuto delle infanzie difficili. I veri rivoluzionari nella musica e nella vita furono loro. I Rolling Stones erano tutti di buona famiglia, venivano dalla borghesia. Il rock nasce nei bassifondi.”

Ci racconta una volta in cui, per dirla alla romagnola, ha fatto la figura del “patacca”?

“L’ultima volta durante questa intervista, probabilmente!”

C’è una frase in “Sulla strada” di Kerouac che dice “Mi trovavo a metà strada attraverso l’America, alla linea divisoria tra l’est della mia giovinezza e l’ovest del mio futuro”. Lei ha già attraversato questa linea e se sì quando? La famosa linea d’ombra di Conrad per capirci…

“Sì, ho un giorno particolare in cui ho pensato “adesso non sono più un ragazzino”. Stavo finendo l’università, a Milano. Stavo preparando gli scatoloni per liberare la casa e mi arrivò la telefonata di un mio caro amico del gruppo con cui giravo alle superiori: mi disse che uno dei nostri amici era morto. In quel momento ho pensato “quel mondo lì è finito per sempre”. Ho capito che quel gruppo di amici lì non sarebbe più esistito e con quella telefonata era finita una stagione della mia vita.”

Nel suo ultimo libro “A morte il tiranno” si parla di tirannicidi famosi, di persone che si sono ribellate all’autorità con gesti eclatanti. Lei ha mai avuto oppressori o tiranni a cui si è ribellato?

“Di piccoli tiranni nella vita di ognuno di noi ce ne sono tanti. C’è stato un episodio, in particolare, che ha cambiato un po’ il corso della mia vita in cui mi sono ribellato a un superiore: era il mio datore di lavoro, il direttore di un giornale. Mi aveva chiesto di fare delle cose che eticamente per me erano sbagliate, per suoi tornaconti editoriali, e mi rifiutai. Per questo persi il lavoro, ma non mi sono mai pentito di questa scelta.”

Nel libro cita la frase di Camus “Cos’è un ribelle? Un uomo che dice no”. Lei ha detto molti no nella sua vita? E c’è una volta in cui ha detto no e poi si è pentito?

“Di solito mi pento di aver detto dei sì più che dei no. C’è stata però una volta in cui dovevo scegliere tra due progetti che mi avevano proposto. Ho detto no a un lavoro e sì a un altro: solo dopo ho capito di aver fatto la scelta sbagliata.”

Sempre nell’ultimo libro affronta il tema dell’obbedienza e della ribellione. Lei si definisce più un obbediente o un ribelle?

“Io faccio molta fatica a stare all’interno di una cosa che è già stata organizzata da altri. C’è una forte componente di anarchia nel mio essere. Il problema è che l’anarchia si fonda sulla fiducia tra uomini e gli uomini raramente meritano fiducia. Mi definirei più un ribelle anche se è molto poco ribelle darsi del ribelle da solo… la letteratura è la mia forma di ribellione, attraverso la scrittura si possono creare mondi in cui sei tu a decidere le regole.”

Il suo primo libro ripercorreva la storia piena di luci e ombre di Raul Gardini. Cosa ha rappresentato Gardini per Ravenna?

“Raul Gardini ha sancito sicuramente un prima e un dopo, c’è stata una Ravenna con Gardini e una Ravenna dopo Gardini. La sua morte è stata un trauma molto grande che ha inciso su moltissime vite. Oggi prevale la tendenza a dividere in due il mondo, buoni e cattivi, giusto e sbagliato, mentre la realtà è sempre più complessa, fatta di sfumature, di chiaroscuri. Esattamente come la figura e la storia di Gardini.”

C’è una frase che dice: “Se vuoi salvarti leggi, se vuoi addirittura salvare qualcuno scrivi.” Si ritrova in questa frase? Pensa di essere stato più salvato dalla letteratura o di aver più salvato attraverso la letteratura?

“Secondo me ognuno deve salvare se stesso. La lettura e la scrittura per me sono state una salvezza, una forma di terapia, un modo di fare i conti con se stessi e con le domande che ci pone la vita. Attraverso la letteratura così come attraverso i viaggi ho sempre cercato delle risposte, e spesso queste risposte non si trovavano nella meta, nella destinazione finale che ci eravamo prefissati, ma nel percorso, nell’esplorazione, nel prendere strade sbagliate. Errare può significare due cose: sbagliare e viaggiare. Il movente è sempre la curiosità, quella che animava Ulisse per intenderci.”

E se la risposta che troviamo non ci piace? Siamo obbligati a accettarla?

“Non ci sono risposte definitive… se trovi una risposta definitiva vuol dire che hai sbagliato domanda (sorride, ndr). Le risposte non possono essere definitive se no sei all’interno di una religione, di una setta o di una dittatura.”

Qual è il luogo di Ravenna a cui è più legato?

“Borgo San Biagio, dove sono cresciuto, dove ho imparato ad andare in bicicletta e dove ho i ricordi più belli della mia infanzia.”

“Viaggiando in lungo e in largo per il mondo ho incontrato magnifici sognatori, uomini e donne che credono con testardaggine nei sogni. Li mantengono, li coltivano, li condividono, li moltiplicano. Io umilmente, a modo mio, ho fatto lo stesso”.  (Luis Sepulveda)

Matteo Cavezzali