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Maria Paola Patuelli ci parla del suo “1989” fra comunismo e femminismo, da post comunista berlingueriana e azionista, che amava Mario e… Marlon

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Che cosa è stato il 1989, l’anno di Piazza Tienanmen e della caduta del Muro di Berlino? Con una buona dose di esagerazione, per qualcuno ha rappresentato addirittura la fine della storia. Per altri è stata “solo” la fine dell’utopia comunista. Per altri ancora è stato un tornante della vita, un anno di cesura fra un prima e un dopo. Per molti che furono comunisti è stato l’inizio della fine e l’avvio di una lunga fase di elaborazione del lutto. È il caso di Maria Paola Patuelli, ravennate, classe 1947, di famiglia comunista, sessantottina, dirigente del PCI, Assessora alla Cultura fra gli anni 70 e gli anni 80, poi militante e intellettuale tormentata, docente di storia e filosofia, infine voce importante della cittadinanza attiva.

Il suo ultimo lavoro “1989. Metamorfosi del rosso fra comunismo e femminismo”appena uscito per Pendragon – è un ricco e denso repertorio di memorie e rovelli intorno al 1989. Un nuovo capitolo nella storia dei comunisti e delle comuniste italiane, un mosaico di testimonianze che si arricchisce di anno in anno di tanti capitoli, esperienze e punti di vista personali, come è giusto che sia. E quello di Maria Paola Patuelli – amica di molte battaglie nei girotondi e in Aprile, un tentativo generoso ma fallito di riformare i DS dall’interno dopo la fine del PCI-PDS e prima dell’arrivo del PD – è sicuramente il punto di vista colto, intrigante, originale, importante di una provinciale, come lei si definisce, ma una provinciale di lusso. Una provinciale tutt’altro che provinciale.

Una donna inquieta, esigente, determinata, Paola. Cresciuta in una famiglia di “religione” comunista, che a quella “missione” si è sentita chiamata per tutta la prima parte della sua vita. Ma non senza tormenti. Quelli della filosofia, prima di tutto. Poi quelli della stessa politica, sotto i colpi della storia. Infine, più avanti, quelli della scoperta dei femminismi e di una serie di nuove tematiche che il comunismo semplicemente non contemplava. A quel punto un mondo nuovo davanti a lei si è definitivamente aperto.

Gramsci
1989

L’INTERVISTA

Paola, nel tuo “1989” ci sono 300 pagine in cui tu ti arrovelli su quell’anno di svolta, all’interno di questo gorgo filosofico, storico, politico, sentimentale… un rovello che per te comincia prima, fin dalle tue radici, Nello e Silvia, poi continua con la tua storia con Mario Tampieri, in un confronto intenso e impegnato con la realtà. E poi la filosofia, tua compagna di vita. Infine ci sono le ultime 100 pagine in cui invece tu prendi il volo per altre destinazioni. Il rovello politico c’è ancora, ma si sposta su un’altra dimensione, diventa più leggero, prendono il sopravvento la bellezza, i viaggi, lo studio, il culto di alcune personalità importanti della tua vita, l’impegno è scevro di quella tremenda pressione di dover essere. Mi sono sbagliato, le ho viste solo io queste due parti, così diverse?

“A parte che sei il primo che mi restituisce un’impressione su questo libro, appena uscito, direi che hai colto, forse più di me questo itinerario non lineare. Il punto di partenza è stato un interrogativo che mi sono posta dopo avere concluso il libro che aveva al centro mia madre. Si avvicinava il 30° anniversario del 1989 e così, come ho voluto ritrovare tutte le scansioni della vita di mia madre, anche quelle più contraddittorie e dolorose, mi sono chiesta io donna comunista, figlia di una donna comunista, che percorso ho avuto? Come ci sono arrivata a quel fatidico 1989… Piazza Tienanmen, caduta del Muro di Berlino, fine dell’utopia comunista? Cosa ho fatto in quel frangente e dopo? Io che sono sempre stata anche troppo impegnata, sempre in tensione verso il dover fare un qualcosa che avesse un senso dal punto di vista politico, per mantenere una sorta di fedeltà nei confronti della missione ereditata da mia madre, quella di lavorare per il comunismo. Insomma, com’ero io prima dell’89? È tutto successo quell’anno? C’era qualcosa che si muoveva anche prima… ho avvertito dentro di me degli strappi. E poi cosa è accaduto dentro di me dopo l’89? Tu hai avvertito quel cambiamento.”

Fino al Duemila il rovello sull’89 e sul crollo del comunismo è continuo, poi si avverte nettamente un cambio di registro.

“Sì, possiamo collocare lì la svolta.”

Ce ne hai messo a elaborare il lutto?!

“Stavo per dire la stessa cosa. Era un lutto faticoso da elaborare, perché lì c’era un nodo della mia esistenza: fin da bambina, il nodo è quello di dover dare un senso alle cose. Anche se in realtà quel senso mi sfugge ancora oggi.”

Falce e Martello

Si potrebbe dire che il senso è cercare il senso… e certamente è una gran fatica.

“Sì, perché ti accorgi a un certo punto che questo cercare non ha fine. Quindi, fino al Duemila il lutto era in corso di elaborazione, sicuramente. E non era solo nei confronti del fallimento del comunismo ma anche nei confronti di un mondo sempre meno decifrabile con le mie categorie politiche e filosofiche. Dal Duemila questi interrogativi, sempre aperti, si sono fatti meno lancinanti. È stato come una sorta di venire a patti con la realtà, storico ed esistenziale. E in questo venire a patti c’è stato sempre il dialogo con Mario.”

A mio parere Mario ti ha aiutato, perché da quello che ho capito io, lui aveva rispetto a te un tocco di leggerezza e una forma di maggiore distacco rispetto a tutte queste prove che gli si paravano davanti.

“Assolutamente sì. Anche perché lui era un pragmatico cooperatore che non aveva le mie fisse filosofiche. Era molto serio in tutte le cose che faceva, ma era pragmatico. Anche se certe delusioni che anche lui ha avuto dal suo mondo non le ha elaborate con tanta facilità. Certo, Mario aveva meno inquietudini di natura filosofica ed esistenziale di me.”

Nel libro Mario c’è, è sempre lì accanto a te, però della vostra storia e del vostro rapporto non ne parli molto, c’è una sorta di ritrosia, di pudore. Perché?

“Per rispetto verso di lui. Perché lui non c’è più. E lui ha sempre avuto un modo, nel suo volto pubblico, e questo alla sua maniera lo è, cioè non ha mai mostrato in pubblico la sua parte più sensibile e romantica. Io lo prendevo in giro e gli dicevo, gratta gratta, dentro di te scopro un cuore romantico. Che mai lui avrebbe voluto mostrare in pubblico, cosa tipicamente maschile: una cosa è il pubblico e una cosa è il personale. Anche se le cose fondamentali che riguardano Mario credo di averle dette.”

La vostra è stata una grande storia d’amore, all’inizio anche tormentata e in qualche modo osteggiata, perché Mario era già sposato.

“E aveva anche due figli. Io di questo mi sono resa conto solo dopo. Cioè ho capito più tardi quanto per lui potesse essere stato difficile sfidare certe convenzioni per quella nuova storia con me. Io ero nel pieno dell’onda del post 68. Per i me i matrimoni si facevano e si disfacevano. Contavano altre cose. Fra di noi c’era una differenza di 18 anni di età. Non era poco. Per lui è stata un’impresa eroica, l’ho capito dopo.”

E questo te lo ha reso ancora più caro.

“Ma certamente.”

Nel libro scrivi che era bellissimo.

“Lo era. Me lo hanno detto anche le donne della sua generazione, quelle che lo hanno conosciuto giovane, prima di me. Era molto bello anche quando è cominciata la nostra storia. Ma prima, mi dicono, era abbagliante. Io spesso mi sono chiesta come mai un uomo così bello si fosse messo con un brutto anatroccolo come me (ride, ndr).”

Nel nuovo secolo tu hai fatto un’intensa attività politica. I girotondi. Aprile, cioè la sinistra DS con Giovanni Berlinguer. Poi la tua battaglia in difesa della Costituzione. Anni impegnati. Eppure ne parli molto poco. Di questo periodo prediligi scrivere a proposito di altre cose. Come mai?

“C’è stata quella cesura di cui abbiamo parlato. E mi ha aiutato l’avere tagliato il cordone ombelicale con gli eredi del PCI. Nel 2004 io non prendo più la tessera del partito, finito il nostro lavoro di Aprile con il bellissimo convegno su Berlinguer. Fu un atto liberatorio. Quel processo di elaborazione del lutto e di distacco fu lento e tormentato, ma certamente fu poi favorito dall’avere incontrato il femminismo. Non mi sono ancora chiare le ragioni della mia lentezza, se non forse mia madre, che sentivo essere là dietro di me che mi tratteneva. L’incontro con il femminismo e la forza di tagliare quel cordone ombelicale hanno aperto la terza parte della mia vita, quella in corso.”

Però perché così poche parole su questa nuova tua stagione d’impegno politico? 

“Volutamente. Volevo segnare il momento del distacco. E un momento simbolico per me e anche per Mario – per noi – per segnare questo distacco è stato quello della casa in campagna con il giardino. Il giardino di Glorie. È incredibile quanto quel giardino lo abbiamo tutti e due insieme caricato di grandi valori simbolici per noi, nella sfera più intima. Ma nonostante il distacco da quella storia, né Mario né io siamo mai diventati anticomunisti.”

Quindi tu non appartieni a quel genere di persone che ritengono di dovere chiedere scusa per essere state comuniste. Non sei una comunista pentita.

“Direi proprio di no. Anche perché la storia del PCI è un’anomalia positiva nel contesto del comunismo mondiale.”

Ma in fin dei conti, il comunismo cos’è stato, cos’è per te, cosa ne resta?

“Resta, e sono contenta, ciò che è rimasto vivo di quella storia, ciò che poi è nato, cioè la cultura dei commons, dei beni comuni, della cura, della condivisione, della solidarietà, per cui vedo rinascere sotto altre forme quello che Rosa Luxemburg aveva preconizzato: o socialismo o barbarie. E di questo sono ancora convinta: o le società umane ritrovano o inventano nuove forme di condivisione, di solidarietà, di reciprocità – che in Italia poi sarebbe non cercare la luna ma semplicemente applicare la Costituzione – oppure periscono.”

Enrico Berlinguer

La Costituzione a cui hai dedicato tutti questi anni Duemila.

“La nostra Costituzione non è un qualcosa di sacro, ma è stata scritta dopo la catastrofe del fascismo ed è stata scritta proprio per scongiurare che quella catastrofe possa tornare. La Costituzione ha mescolato insieme socialismo e azionismo che è poi quello in cui mi ritrovo oggi, rimescolato dentro di me. Mio padre comunista diceva sono un cristiano ateo, io non me la sento di dire questo. Ma i valori della fraternité per me restano basilari. Liberté, égalité, fraternité. Quest’ultima s’è persa già a partire dal terrore giacobino. E nei movimenti comunisti non c’è mai stata.”

Se è per questo, anche la liberté e l’égalité non se la passavano tanto bene.

“Per carità, c’era un abisso fra i testi scritti nelle costituzioni sovietiche e la realtà. E comunque a me era già chiaro fin dal 1968 che da comunista preferivo vivere in Italia piuttosto che nell’URSS.”

Avevi già interiorizzato la faccenda dell’ombrello protettivo della Nato di cui poi parlò Berlinguer?

“Certo. E quando poi Berlinguer lo disse, che meraviglia! Ecco, io cosa sono ancora oggi? Sono, mi sento berlingueriana.”

In queste nuove forme di socialismo di cui parli – che poi significa ecologia, giustizia sociale, solidarietà, democrazia – ci sta anche il femminismo, con la battaglia per la parità di genere.

“Avere incontrato il femminismo è stata un’accelerazione nel mio itinerario critico nei confronti della storia del comunismo nella quale ero nata e cresciuta. Sono arrivata al femminismo dal comunismo, cioè dal bisogno di uguaglianza, giustizia, solidarietà, reciprocità. Ma incontrando il femminismo – o meglio i femminismi – ho incontrato un sacco di questioni che nella cultura comunista non esistevano.”

Soprattutto la dimensione del privato politico: per i comunisti era inconcepibile.

“Assolutamente. E questo è un passo di fondamentale importanza. Anche se il femminismo che ha enfatizzato la figura materna non è il mio. Il mio è il femminismo dell’uguaglianza delle differenze che poi si ritrova nella Costituzione. È la riscoperta della storia delle donne. I comunisti pensavano che bastasse costruire la società socialista per risolvere la questione femminile. Figurarsi!”

Si sente che tu hai insegnato filosofia. Il tuo libro è denso di maestri, citazioni, continui riferimenti…

“La filosofia per me è fondamentale, è stato nutrimento non solo e semplicemente insegnamento.”

Hannah Arendt, il film dedicato alla filosofa della

Poi ci sono queste figure di riferimento. I padri spirituali, i fratelli e le sorelle. E gli amanti postumi, che ti sei scelta bene… da Beethoven a Marlon Brando. Ma ci sono tantissime figure nel tuo libro: una di cui parli spessissimo e che senti molto molto vicina è Hannah Arendt.

“Sì, Hannah Arendt, che non era femminista beninteso, ma se io non avessi incontrato il femminismo nella seconda metà degli anni Ottanta non mi sarei accorta del valore non tanto filosofico quanto politico di Hannah Arendt. Attraverso il femminismo sono arrivata a lei e leggendo lei ho scoperto l’azionismo, cioè l’ispirazione liberaldemocratica, critica nei confronti della politica comunista e non solo di quella. Perché la sua critica si è indirizzata anche alla politica americana in Vietnam, per esempio. Hannah Arendt è trasparenza e nettezza della politica, è impegno etico, è l’importanza di dire e di non nascondere i fatti.”

Fra gli uomini vai dai filosofi greci a Kant e Schopenhauer passando per Leopardi.

“Leopardi, grande filosofo.”

Ma per Kant sei andata in pellegrinaggio a Königsberg.

“Che robe strane per una comunista non pentita, ma post comunista. Il mio filosofo ideale è un patchwork. Un pezzetto di Eraclito, un pezzettone di Leopardi, Schopenhauer che ci ha tramortiti decostruendo, poi Nietzsche che dice di ‘Zarathustra’ è un libro per tutti e per nessuno e guardate bene di non farne un uso politico.”

Marx invece per te non è filosofo, ma economista e politico.

“No, non lo è. Perché non si pone questioni esistenziali. Non ragiona di nascita e di morte. Però lui lo sento caro come un amico.”

Dimmi uno degli amanti postumi… Marlo Brando forse? Perché era così bello… bello come e più di Mario?

“Più bello. E Mario lo sapeva, ma non era geloso. Del resto lui aveva Marilyn (ride mostrandomi le foto, ndr).”

Il tuo amante postumo ideale?

“Anche qui un patchwork: l’etica di Federico Caffé, la passione di Carlo Pisacane, la bellezza di Marlon Brando, l’intensità di Ludwig van Beethoven. Che era bello anche lui!”

Mario Tampieri
Marlon Brando

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