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Lo scrittore faentino Roberto Matatia torna in libreria con “Passerà. Storia di una famiglia ebrea”: intervista all’autore

"E’ un pezzo della mia storia con una forte e inesauribile dose di nevrosi"

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Dopo il successo del primo libro “I vicini scomodi. Storia di un ebreo di provincia, di sua moglie e dei suoi tre figli negli anni del fascismo” pubblicato nel 2014, ecco fresco di stampa il nuovo lavoro dello scrittore e giornalista Roberto Matatia intitolato “Passerà. Storia di una famiglia ebrea”. Il volume, pubblicato dalla Società Editrice “Il Ponte Vecchio” di Cesena, è in vendita al prezzo di 12 euro in tutte le librerie della provincia, e altrove nelle maggiori librerie, oltre che sui vari canali internet. Nella copertina del romanzo la foto in bianco e nero di Chiara Stella Hakim, nonna paterna di Roberto Matatia.

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L’INTERVISTA

Roberto Matatia, immagino che la “famiglia ebrea” sia ancora la sua: quanto bisogno c’era di tornarci sopra?

“C’è sempre bisogno di tornarci sopra. Finché esisterà almeno un ebreo sulla faccia della terra ci si deve tornare sopra, ma non per commiserare il popolo ebraico o commiserare me stesso, ma per consolidare la Memoria. Questo perché quello che è successo al mio popolo può essere anche di esempio per ciò che potrebbe succedere qualora vi fossero delle condizioni simili ad altri popoli. E in effetti sta succedendo”.

Lei è faentino e italiano?

“Esatto, ma non da sempre. Sono diventato italiano all’età di 18 anni; prima ero cittadino greco. Feci la scelta di prestare servizio militare di leva per ottenere la cittadinanza italiana: a quel tempo si faceva così. Mio nonno paterno era greco, di conseguenza lo era mio padre, e anche mia madre perché allora la moglie prendeva la cittadinanza del marito; allo stesso modo mia sorella ed io nascemmo come cittadini greci. Anche lei ora è cittadina italiana. Entrambi siamo nati a Faenza: io nel gennaio 1956, in casa nel centro storico, come si usava a quel tempo. E’ la prima volta che ho occasione di raccontarmi: tutti danno per scontato che io sia italiano o israeliano. Molte persone, anche di una certa cultura, pensano che essere ebreo o essere israeliano sia la stessa cosa. Israele è uno stato laico, dove la popolazione è per metà veramente laica e per l’altra metà veramente religiosa: è difficile che ci sia una posizione “mediana”, è come se ci sia una sorta di “rottura”. In genere i laici si trovano soprattutto sulla costa mediterranea in città come Tel Aviv e Haifa, mentre i religiosi si concentrano su Gerusalemme. Del resto Israele è nata come stato laico: Ben Gurion era laico, socialista, così come i kibbutz”.

Ci va spesso in Israele?

“Non conosco bene la lingua ebraica; diciamo che là mi so arrangiare. Non la conosco talmente bene da leggere le preghiere o un giornale in maniera scorrevole. Conosco l’ebraico da… turista. Ho un’attrazione molto forte verso lo Stato d’Israele, ma non così forte da pensare di lasciare l’Italia per trasferirmici. Credo che la funzione dell’ebreo della diaspora, quali siamo io e tanti altri, sia la funzione fondamentale per l’esistenza dello Stato d’Israele: come una garanzia, come uno stimolo per l’esistenza, lo sviluppo e la sicurezza della nazione. Dove c’è una comunità forte c’è anche un movimento d’opinione, di pressione, perché in Israele vengono mantenute certe posizioni: giuste o sbagliate, quel che si vuole, ma dal punto di vista sentimentale la stragrande maggioranza degli ebrei ha un legame molto particolare, molto forte con Israele, non tanto come terra per andarci a vivere, ma quanto come “terra del cuore””.

Il primo libro raccontava la storia della sua famiglia, vittima della dittatura nazifascista; “Passerà” riparte da lì?

“Si dirama dal di lì, nel senso che prima della Seconda Guerra Mondiale la mia era una famiglia molto più grande di quella che racconto. Si consideri che nei campi di sterminio della mia famiglia ci sono andate non meno di 24 persone: nessuna di esse è tornata. La voglia di raccontare, di mettere tutto per iscritto e sviluppare questi racconti, intendendo prendere un treno, andare anche in capo al mondo pur di raccontare queste storie, c’è perché la gente sappia. Questa era la mia famiglia di Faenza: mio nonno, mio padre, i quali, quando entrarono in vigore le leggi razziali, decisero che non sarebbero rimasti in Italia a subire quello che poi subirono gli altri parenti, ma avrebbero cercato rifugio altrove, così andarono in Bolivia. Nemmeno sapevano cosa fosse la Bolivia, ma scelsero quel paese sudamericano perché in quel periodo storico era l’unico che accettava immigrati ebrei. I numeri erano contingentati e c’erano ancora posti. Il titolo del libro “Passerà” ha una sua logica: c’è una parola, un intercalare in dialetto sefardita dell’ebraico, che è “as lashon”: vale per qualsiasi situazione negativa, cioè, per esempio, cade un bimbo in terra e si può dire “as lashon” il cui significato è “passerà”. Esiste in tante popolazioni ma “as lashon” è tipico: sei in Turchia e dici “as lashon”, così in Marocco, in Francia e così via. E’ un detto che in qualche modo “univa”.”

Di cosa si legge nel libro?

“Racconto tutta una serie di situazioni negative, nonostante sia una famiglia che si è salvata, che conducono a questo detto”.

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Quindi non si sviluppa come un romanzo?

“E’ breve, per scelta, perché a me piace dare delle storie quasi un’immagine fotografica come dei flash che uniscono, che danno una linea di ragionamento. Forse è giusto definirlo un romanzo breve”. 

Non esistono lieti fini… “Passerà”, ma, attenzione, perché tutto può tornare…

“E’ così. Infatti mia madre diceva sempre: “Ricorda, Roberto. Noi ebrei siamo come le partorienti: dobbiamo avere sempre le valigie pronte sotto al letto”. L’ho sentito ripetere da lei, da mia nonna. Tengo a dire che il libro dà un’immagine inaspettata della mia famiglia, nel senso di una famiglia nevrotica e nevrotizzante, una famiglia di forti disaccordi, disgregata sul nascere, sia quella di mio nonno, sia quella purtroppo dei miei genitori. Era una situazione nella quale in cui chiunque si trovava dentro, come figli e nipoti, viveva una forte e inesauribile dose di nevrosi. Tutto ciò ancora prima delle leggi razziali, per responsabilità del mio nonno che non era una persona gradevolissima”.

L’impressione è che lei, Matatia, lasci intuire il brutto che c’è dietro l’angolo. Cosa?

“Non c’è il rispetto. Racconto di famiglie patriarcali, nelle quali il rispetto per la moglie, la donna, i figli, i nipoti era fortemente diluito.”

Poi, bisogna porre attenzione affinché quanto è capitato al popolo ebreo non capiti più.

“L’antisemitismo è l’odio verso un popolo, colpevole, secondo chi è antisemita, di essere nato così. E’ una situazione che c’è nei confronti di altri popoli: occorre tenere alta la guardia. Per quanto riguarda il popolo ebraico, bisogna sempre tenere presente che siamo in pochi, appena 30 milioni in tutto il mondo. Siamo facilmente individuabili”.

Negli ultimi anni lei è stato esposto a manifestazioni di intolleranza. Pensa che ci possano essere altre ragioni, oltre al fatto che è ebreo?

“Non so quali possano essere altri motivi. Sono una persona che non sta zitta, però, tutto sommato, conduco una vita abbastanza tranquilla. Se mi espongo, lo faccio solo per parlare di questi argomenti.” 

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