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“L’abbaglio del tempo” di Ermanna Montanari. Il ritorno a Campiano “luogo amoroso, terribile, come l’amore”, nutrimento “che non deve mai lasciarmi in pace”

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L’abbaglio del tempo”, edito a fine 2021 da La nave di Teseo, è un intrigante affaccio sul mondo dell’infanzia e un potente mosaico di vita contadina, poetico e crudo, rarefatto e materico a un tempo, raccontato dalla voce, pardon dalla penna, di Ermanna Montanari che si schermisce (“non sono una scrittrice” dice) ma evidentemente ci ha preso gusto, per il piacere puro di chi l’ha letta e la leggerà.L’abbaglio del tempo”, infatti, è il secondo capitolo della saga dei Montanari di Campiano – la famiglia contadina in cui è nata e cresciuta Ermanna – che arriva dopo le “Miniature Campianesi” del 2017 (Oblomov Edizioni) e prima di un terzo capitolo che già s’annuncia.

L’infanzia contadina di Ermanna in quel di Campiano, si diceva. Un’infanzia tutt’altro che rose e fiori. E non solo per le dure condizioni materiali di vita, a dieci anni dalla guerra. Ermanna cresce portando il nome dello zio morto, un nome maschile, che fin dall’inizio non sente suo e le sta stretto. È selvatica. A volte violenta. Non si sente capita. Vive in conflitto con quel mondo contadino e le sue convenzioni, allora si costruisce un suo mondo parallelo. E per quel mondo sceglie un teatro dove sogna, inventa, e già si mette in scena di fronte agli specchi… nella camera da ricevere. Un luogo mitico. Quella camera che nelle case di una volta restava sempre chiusa affinché non venisse sgualcita o rovinata: aperta solo per le occasioni eccezionali, per ricevere, appunto. Chissà chi poi?

Non è un’infanzia dorata, né dolce, né innocente quella di Ermanna. È piena di frizioni, di cose che stridono, di rabbie, di urla, di sogni inquieti. Lei ha le sue fantasie. Le sue parole. Le sue aspirazioni. Quel mondo in cui è ficcata invece è tutto un ricacciarla indietro, un rintuzzarla, davanti a lei muri che sembrano insormontabili. Quasi fosse una piccola principessa racchiusa in un castello-maleficio di campagna, fatto di nebbia e terra e casolari sparsi e poco altro. Troppo poco per lei.

Il termine infanzia deriva dal latino infantia, che significa “incapace di parlare”. Si intende ovviamente la fase della vita in cui il bambino o la bambina non ha la capacità di articolare le parole. Ma afferisce anche al fatto che, una volta (una volta?) solo gli adulti potevano parlare ed erano presi in considerazione. I bambini no. Tantomeno le bambine.

Il padre la chiama “scarabocchio” e ripete spesso “non capisco cosa dice questa bambina”. Nella famiglia patriarcale, solo il nonno sembra comprendere che quella bambina vuole prendere il volo. E lei il volo lo prenderà a 20 anni, quando insieme a Marco Martinelli decideranno di sposarsi e di fare i teatranti. Nessuno li capisce. Né i Montanari, né i Martinelli. Ma loro tirano dritto. Per fortuna. Così nasceranno poi Le Albe e le loro opere. Il volo ha il colpo d’ala iniziale quando Marco Martinelli una notte prende la bici (non ha la patente e il padre di lei non lo vede di buon occhio perché crede sia un mezzo drogato) e va a Campiano a “prenderla”. Avevano litigato. Voleva riappacificarsi con lei. I due ragazzi si parlano nella camera buona e decidono di fidanzarsi. Il loro destino si fa lì, in quel momento. Il padre di lei batte i pugni sul tavolo e bestemmia. Ma nulla può.

Marco Belpoliti nella prefazione parla felicemente di questo atto liberatorio simbolico: la principessa liberata dal maleficio, appunto. Col suo gesto, Marco riscatta Ermanna dalla prigione della vita contadina e la porta alla vita che lei ha sempre desiderato. Dal palcoscenico inventato della camera da ricevere ai palcoscenici veri in giro per il mondo. Ed ora questo finale d’opera, questi quadri della memoria, quadri d’amore per il mondo della sua infanzia, una riconciliazione sentimentale… tutt’altro che sentimentale. “Un romanzo autobiografico unico nella letteratura contemporanea per essenzialità e durezza” scrive Belpoliti. Buona lettura.

Ermanna Montanari

L’INTERVISTA

L’abbaglio del tempo” mi è piaciuto molto. Il primo motivo è che è un testo letterario e poetico ammaliante. Il secondo è che io non sono nato in una famiglia contadina, però per molti anni ho trascorso le mie vacanze estive in campagna, nella casa contadina di mia zia e dei miei cugini a Santa Lucia, dalle parti di Faenza. Nel tuo libro ho ritrovato tutte quelle atmosfere, le parole, i luoghi, le situazioni che ho vissuto da bambino: la lettura mi ha restituito forti emozioni. Avevo già letto le “Miniature Campianesi” di cui questo è il naturale prosieguo oltre che un continuum poetico.

“Sì, ci sono una trentina di nuovi racconti e poi ci sono i due testi di Marco Belpoliti e Igort, che aveva editato le prime miniature. Quando Elisabetta Sgarbi ha visto le miniature, ha detto voglio farlo. Ho avuto questi angeli custodi. I racconti dell’abbaglio li ho scritti durante il lockdown. E ne scriverò degli altri.”

Quindi ci sarà un terzo capitolo.

“Sì, sì, è in fieri.”

La saga dei Montanari… continua.

“(ride, ndr) Pensa, uno dei miei libri di formazione è stata La saga dei Forsyte da adolescente.”

Una delle cose che mi ha colpito di più è quella di cui parli all’inizio, quando porti un produttore a Campiano descrivendogli il paese come un luogo delle meraviglie. Ma poi lo vedi con altri occhi e quasi ti vergogni. Che brutto posto è questo, dici… Insomma, la memoria e quindi l’abbaglio del tempo, fa questo scherzo, ci fa costruire luoghi fantastici che non esistono.

“Dovevamo produrre un film sugli anarchici e io gli avevo decantato questo luogo. Poi è successa quella cosa lì. Secondo me Campiano è un’immagine interiore, diventa un’immagine guida, un luogo dell’anima. Di questo mi sono accorta col produttore ed è stata per me una consapevolezza che mi ha fatto anche poi scrivere le miniature. È un luogo del nutrimento, di germinazione, generante. Infatti, nel libro chiedo che non mi lasci mai in pace questo luogo. Che è anche pieno di spine. Un’immagine interiore, ma non una fantasticheria.”

No, no, certo. Ho usato il termine fantastico nel senso che noi attorno ai luoghi dell’anima finiamo per costruire delle mitologie, che si distaccano dalla realtà nuda e cruda del luogo.

“Certo, è proprio questo.”

Un’altra cosa che mi è piaciuta molto è questo tuo uso del dialetto, così preciso, direi chirurgico per descrivere certe situazioni o certi luoghi e cose, l’utilizzo di parole che solo in dialetto riescono a rendere una cosa in quella maniera, a me pare sia così.

“È così, è come dici tu. Nel luogo c’è il suono, è una sorta di appartenenza, e ci sono suoni intraducibili. La traduzione finirebbe per banalizzare l’immagine stessa. Anche la lingua delle miniature è un’immagine. Non sono aneddoti. Il dialetto diventa un afflato poetico. Mio padre non parla italiano e però la sua modalità, le sue parole, sono un mondo sonoro, una cosmogonia. È un padre che usa quattro parole, una volta al mese. Parla della morte, parla del cibo, di se stesso. Lui sono le sue parole in dialetto. Per me non si poteva fare altro che riportarle e renderle in quella maniera.”

Ci sono due grandi immagini nel libro, quella del cancello di cui parla poi anche Belpoliti e la camera da ricevere di cui invece parli tu alla fine. Tu sei la principessa prigioniera di questa camera da ricevere dove hai costruito un tuo mondo e ad un certo punto viene Marco a salvarti, per portarti sul palcoscenico reale e su quello metaforico della vita che volevi fare. È bellissima questa cosa della camera da ricevere, perché me la ricordo anch’io, c’era nelle nostre case di una volta, la camera buona. E lì tu ti rappresentavi già e mettevi in scena il tuo mondo di bambina che voleva spiccare il volo.

“La camera buona come l’abito buono. E quindi parliamo della grande goffaggine che queste cose esprimono. Pensa, in una casa contadina avere la camera da ricevere gli ospiti… quali ospiti? I miei per primi erano goffi ad andare in quella camera, dove c’erano gli specchi, perché c’era una cristalliera e dentro c’erano le bottiglie di liquore, cioè whisky e cose che ai contadini non servivano a niente (ride, ndr). Cioè il mondo della bellezza, il mondo poetico di un contadino è una mucca, è una semina, è una buona vendemmia…”

È un bicchiere di vino ma non il whisky…

“Certo il vino, l’aceto e l’olio. Tutt’altra roba. Per loro quella era la camera buona, ma poi non sapevano che cosa farsene durante la quotidianità.”

Invece per te che cos’era diventata la camera da ricevere?

“Per me era un luogo magico, era una soglia per un altro mondo. Cos’è quest’altro mondo? Non lo conoscevo, ma era assolutamente attraente e seducente. Io stavo con le mucche, con i maiali, con le galline nel pollaio. La nonna mi diceva che all’inizio, quando ancora non camminavo, mi mangiavo le cacche dei polli (ride, ndr). Quindi sono venuta su con un sistema immunitario incredibile (ride, ndr). Ero nel letame. Una bimba molto selvatica, giravo sempre scalza. E quindi l’altro mondo con i broccati delle sedie, i due lampadari con i cristalli, mi appariva come un mondo fatato, l’abbaglio per altri mondi. Era proprio una soglia, così come quando ci si metteva l’abito buono. Tutti i miei avevano l’abito buono per andare a una comunione o a uno sposalizio, ma a parte quelle sporadiche occasioni l’abito rimaneva dentro l’armadio. Allora io mi mettevo quegli abiti buoni, questo non l’ho scritto, ma io già da subito ho cominciato a travestirmi con tutti i cappelli, le borsette, le scarpe…”

La camera da ricevere era già una sorta di palcoscenico per la tua prima rappresentazione.

“Sì, lo era. Volevo generare un altro mondo molto più seducente.”

Poi è venuto il principe azzurro in bicicletta che ti ha chiesto in sposa.

“(ride, ndr) Questa è un’immagine creata da Belpoliti che ci conosce da quando eravamo adolescenti. Questa è una sua rappresentazione, l’ha firmata lui.”

Però è un racconto che voi – tu e Marco – avete fatto più volte e che fa parte anche questo del mito della vostra coppia e del vostro farvi teatranti.

“Infatti, i nostri genitori per noi avevano altri progetti. Io dovevo essere medico e Marco avvocato, non so cos’è che pensavano esattamente… però noi il primo anno di università abbiamo pensato che sposarci, fare teatro e scappare di casa fosse il nostro destino.”

Un atto di ribellione che è diventato un atto creativo…

“Sì, per noi era una scelta precisa, poetico politica. Verso la fine degli anni Settanta c’è stato un crollo di un insieme di valori e ideali della sinistra, il mondo ha preso un’altra direzione, c’era la Milano da bere. Quindi per noi il teatro e lo studio in relazione al teatro era una possibile strada di sperimentazione. Ci sembrava il dispositivo giusto attraverso cui realizzare la nostra vita e i nostri sogni. E poi la coppia, al contrario di quel che si pensa, per noi è un’immagine chiave di apertura. Perché la coppia lascia interstizi e attraverso quegli interstizi si genera qualcosa di nuovo, ci si può moltiplicare. In genere la coppia viene vista come immagine chiusa, invece per noi è sempre stata un’immagine aperta, simbolica e alchemica in relazione all’arte.”

Centrale è il tuo rapporto con la famiglia – i Montanari – dai tratti naturalmente patriarcali e con questa figura del nonno che forse sentivi più vicina del padre, se non sbaglio. Soprattutto, non ti sei risparmiata, cioè non hai edulcorato anche cose molto particolari, crude, scabrose… quando uscivi da scuola andavi a vedere il sesso del toro da monta, eri gelosa di tua sorella e volevi buttarla nel pozzo, parli della puzza delle persone. Ecco, cose come queste a volte per pudore non si raccontano, invece tu niente, hai raccontato tutto.

“Anche se non mi reputo una scrittrice, penso che queste miniature richiedessero una nudità. Quindi predisposizione a una violenza. Io ero comunque una bimba violenta, una bimba molto selvatica, che non si è sentita accettata, forse anche per questa voce da uomo che subito è uscita fuori. E questo nome da uomo. Facevo fatica a dire il mio nome. Sarebbe stato molto più bello se mi avessero chiamata Monica, Laura, Alice, invece mi hanno chiamata così. Tutte queste differenze. E poi comunque io disegnavo continuamente e continuamente raccoglievo fiori che poi seccavo. Probabilmente per sedare una violenza interna. Il nonno in un qualche modo forse è stata la persona, l’unica, con la quale potevo fare anima, che riusciva a comprendere che Campiano non era il luogo in cui sarei potuta stare. Questo lui lo comprendeva, lo ha compreso. Mentre mio padre non lo ha compreso ancora adesso fino in fondo. Ecco l’inquietudine, questa grande inquietudine, che ho sempre avuto, che si è sempre manifestata anche nella lingua, che non è mai andata via. C’era una liturgia del quotidiano, di una comunità contadina, di cui io non ero partecipe, verso la quale ero antagonista, questa cosa è venuta fuori. Forse non ho avuto rispetto per questo da piccola.”

Anche la nemesi è interessante: dallo scarabocchio alla bella scrittura al bel teatro alla bella parola. Perché tuo padre ti chiamava e scaraböc.

“Sì, perché gli altri figli erano alti, belli, secondo un certo tipo di estetica contadina, quindi con una loro robustezza, delle belle gambe e delle belle braccia. Io sono venuta su più piccola degli altri, non ho mai raggiunto i 50 chili, poi mio padre diceva che non capiva cosa dicevo. Allora per me la scuola, scrivere, cantare, leggere era una felicità assoluta, intortavo tutti con queste cose, non mi si teneva. La sera finito di mangiare recitavo una poesia di Pascoli o la lezione di storia, e loro dovevano ascoltarmi, e mio padre era probabilmente annoiato da questo scarabocchio che non aveva nulla da dare all’azienda, nulla che potesse portarla avanti, per potersi fare una famiglia e fare dei figli. Ecco non avevo nulla di quella bellezza, diciamo stereotipata, dico in senso estetico, che una comunità contadina richiede.”

Ma alla fine c’è stata la ricomposizione. Anche se dici che tuo padre ancora non ti capisce appieno. C’è stata una tua riappacificazione. Una riconnessione sentimentale. Queste miniature ne sono testimonianza.

“Certo, assolutamente (ride, ndr). In me c’è un profondo amore per questo luogo. E se questo luogo non ci fosse, se io non avessi guardato nei pozzi che in questo luogo affioravano, a casa mia, a casa della nonna, le case dei Gareta avevano i pozzi, Campiano stesso è un pozzo inesauribile di parenti, affetti, incontri… senza tutto questo io non sarei. Una figura di cui non ho parlato molto perché poi non l’ho frequentata così tanto, ma è stata fondamentale, è quella di Enzo Tramontani. Fu lui che fece venire in elicottero la statuetta di Fatima, anche tramite lui è nata la mia prima tesi in archeologia cristiana e poi la relazione con il teatro. Campiano è un pozzo, una predisposizione all’affogamento, all’andare fino in fondo nelle cose, nel profondo, per poi vedere la luce, perché il pozzo è questo: un ricongiungimento con il cielo. Per me Campiano è questo, una riconciliazione amorosa, quindi anche con queste due meravigliose creature che sono i miei genitori. Mio padre ha 94 anni e mia madre ne ha 88 e ogni volta mi donano queste piccole perle di saggezza contadina. In definitiva Campiano è un luogo amoroso. Terribile, come l’amore.”

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