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Maurizio De Giovanni a ScrittuRa Festival con “L’equazione del cuore”, ovvero le vie della tenerezza sono infinite

Massimo professore in pensione, burbero e solitario percorre l’unica strada che conosce: quella della matematica. Ospiti della della seconda e intensa giornata ravennate di ScrittuRa Festival, lo scrittore Maurizio De Giovanni e Alberto Rollo, editor della Mondadori, hanno dato vita, ieri pomeriggio, nella suggestiva cornice dei Chiostri della Biblioteca Classense di Ravenna, ad un dialogo emozionante e intenso per presentare l’ultimo romanzo dell’autore napoletano: “L’equazione del cuore”. Un romanzo intimo, diverso dalle storie alle quali l’autore di tanti libri di successo ha abituato i suoi lettori.

“Di questa storia – racconta Rollo – ho sentito parlare Maurizio per tantissimo tempo. E io dicevo: Maurì, è fatta questa storia, deve solo maturare. Ed è maturata in un magico tempo compreso fra la fine di novembre e la fine dell’anno. Se ci fosse stata la neve sarebbe stata perfetta: non importa, è stato bello comunque. Chi è allora questo Massimo, Maurizio?”.

Prima di rispondere ed inoltrarsi nel romanzo che ha avuto un iter complicato, lo scrittore abbraccia il pubblico con lo sguardo. “Che bello essere tornati in presenza – dice -. Che bello potervi vedere sorridere. Esprimo altresì la più sentita solidarietà ai quattro mariti costretti a venire dalle mogli. Sappiamo benissimo che la narrativa in Italia è una faccenda quasi esclusivamente femminile e che gli uomini leggono saggistica, di preferenza”. “Detto ciò – prosegue De Giovanni – Alberto non è un editor ma un coautore a tutti gli effetti. Non è necessariamente un complimento: dipende se il libro vi piace oppure no. Questo romanzo per me è stato così difficile da pubblicare… vi spiego come è andata”.

Maurizio De Giovanni

Lo scrittore inizia il suo racconto: “Una decina di anni fa, studiando per scrivere Ricciardi, mi imbatto nel fatto che, nel 1933 il Premio Nobel per la fisica viene dato a un ragazzo trentenne inglese di nome Paul Dirac. Era uno stranissimo, quasi muto. I suoi compagni di college a Cambridge avevano inventato il ‘dirac’ che era un’unità di misura per cui uno diceva una parola ogni ora. Dicendo buon giorno hai detto due dirac: questo per dirvi il soggetto. L’unica citazione che si trova di questo Paul Dirac era che la fisica è il contrario della poesia, perché mentre la fisica dice alla gente in maniera comprensiva quello che nessuno sa, la poesia dice alla gente in maniera incomprensibile quello che tutti sanno già. Proprio ad uno così tosto nell’espressione dei sentimenti, toccò scoprire un’equazione che riguarda le particelle subatomiche, che ha un significato meraviglioso. Lui scoprì che se due particelle entrano in contatto e vi rimangono per un tempo dato, poi una volta separate nel tempo continuano per sempre a sentire l’una dell’altra, rimangono di fatto un unico sistema”.

Da non matematico, De Giovanni confessa di essere rimasto affascinato da questa equazione, così poetica nonostante chi l’avesse formulata odiasse la poesia. “Questa cosa – ricorda – nella mia testa si mise a riposare sotto la neve e, attorno a questo soggetto, a questa equazione, cominciò a coagularsi a poco a poco una storia. Dopo quattro, cinque anni, io la storia ce l’avevo. Allora andai dal mio editore: senti ho una storia così e così. Bella, ma prima scrivi Ricciardi e poi ne parliamo. Io scrivo Ricciardi e torno dal mio editore. Guarda, io avrei sempre quella storia che mi piace. Sì, ma c’è la serie dei Bastardi, non puoi mica abbandonare i Bastardi, la gente vuole sapere cos’è successo. E io scrissi i Bastardi. Andai di nuovo: io avrei una storia… e Mina, non scrivi Mina? Starai scherzando… Alla fine dell’anno scorso chiamai il mio agente. Il mio agente è un personaggio meraviglioso, ebreo ortodosso, quindi ha un istintivo legame al guadagno che gli viene proprio naturale. Allora io gli dissi: hai presente i miei libri? Se non mi fate scrivere questa storia non li vedi più. E devo dire che a questo argomento sono risultati molto sensibili e hanno avuto un’immediata e piacevole adesione nei confronti della mia posizione e hanno detto: allora scrivila, scrivila velocemente, questa storia, togliamoci sto pensiero.”

“Quando io l’ho scritta però l’ho proposta ad Alberto che non me l’ha fatta manco finire di raccontare. Due persone – sottolinea De Giovanni – hanno accettato immediatamente questa cosa: Alberto e Alessandro Gassman che su questo romanzo farà un film di cui sarà regista e protagonista. Confesso che quando ho scritto questo libro io avevo un po’ di paura perché i miei lettori sono abituati ad un alcuni punti fermi: il crimine, l’attività di indagine sul crimine e la mia città. Ne L’Equazione del cuore invece non c’è né un crimine, né un’indagine, o meglio c’è la scoperta, l’attività di ricerca, ma è un fatto sentimentale. E non c’è la mia città, Napoli, proprio non c’è. La mia città ha tanti meravigliosi pregi e tantissimi pregi e difetti, ma non la solitudine. Quindi ho dovuto ambientare la storia in un altrove, un’isola, un promontorio isolato, che Alberto mi ha molto aiutato a costruire. Quando poi il romanzo è uscito, ha cominciato ad avere paura, ma i lettori si sono dimostrati molto più intelligenti degli scrittori. Nel senso che hanno compreso immediatamente la differenza e l’hanno teneramente accolta. L’ho scampata bella, diciamo”.

De Giovanni entra nella vita di Massimo, una vita che procede con rassicurante monotona, scossa profondamente da un evento improvvis0. “È vedovo da oltre dieci anni, è un professore di matematica di liceo, in pensione. Dopo la morte della moglie, è andato a vivere in quest’isola dove avevano una casetta per le vacanze. Si è ritirato qui perché ritiene che in questa isola gli sia più comodo pensare alle cose che deve pensare: essenzialmente alla matematica. Lui era un ricercatore, ha dovuto rivedere il proprio futuro alla luce del fatto che l’allora fidanzatina era rimasta incinta. Adesso ha una quotidianità di gesti metodici e di pensieri rivolti allo studio. La figlia ha sposato un rampollo di una famiglia industriale del nord, una di quelle famiglie importanti che danno lavoro alla città. E lui con la figlia ha un rapporto che si limita ad una telefonata alla domenica. Tu come stai? Bene. E tu? Bene. E il bambino? Tutto ok. Ciao. Ciao. Una settimana nel mese di agosto, la figlia va in vacanza con il bambino e il bambino si mette alle spalle del nonno che va a pescare la mattina presto. Il nonno dà del lei al nipotino, finge di non riconoscerlo. Ma lei chi è scusi? E il bambino dice: io sono Pietrini Francesco, detto Checco di 9 anni. E perché mi sembra di averla già vista da qualche parte? Perché io sono il suo nipotino. Ma sono così vecchio da avere un nipotino? Sì lei è così vecchio. Questo è il loro scherzo, una settimana all’anno e poi il bambino riparte e finisce lì”.

Tutto succede all’improvviso.

“A questo nonno arriva la telefonata che ogni genitore ha in cima alla classifica delle maggiori paure. La telefonata all’alba di uno che dice: salve, Polizia di Stato. Nel momento in cui lui apprende di questo incidente, che è richiesta la sua presenza perché è l’unico parente, deve mettersi in treno ed andare. E rileva due cose terribili: da un lato comprende che non soffre, dall’altro prova fastidio per essere costretto rompere la propria quotidianità. Arriva all’ospedale, gli dicono che il bambino ha subito un intervento di alta neurochirurgia ed è tenuto in coma farmacologico e gli chiedono di parlare a questo bambino. E lui: cosa gli dico? Io non so che dirgli. Tra l’altro il bambino ha una crisi respiratoria e gli chiedono che cosa fare in ordine ad un eventuale seconda crisi. Massimo sta per dire lasciatelo andare ma la babysitter del bambino, che è il suo contrario, che è puro istinto, che è puro amore, gli dice: ma tu che ne sai com’è quando dorme? Che disegni fa? Che ne sai di quali mostri ha paura? Che ne sai di chi sono i suoi supereroi preferiti? Come puoi venire a dire che questo bambino, di cui tu sei l’idolo, deve morire? E Massimo a fronte di questa esplosione irrazionale di sentimenti ferma la sua determinazione e chiede al neurochirurgo come deve fare. Digli quello che vuoi, l’importante che senta la tua voce. E lui dice l’unica cosa che sa: la matematica. E parlando di matematica al bambino, racconta se stesso, racconta quello che per lui è la matematica.”

“E io nel raccontarlo, – continua lo scrittore – ho capito il sentimento di un nonno. Io cerco di mandare messaggi subliminali ai miei figli che però non danno cenno di comprendere. Di nonni ne abbiamo persi tanti in questa pandemia. Abbiamo perso una generazione. I nonni rappresentano la tenerezza, un certo tipo di affettività fisica che in qualche modo noi stiamo perdendo. In nome di questa generazione che ci è stata amputata, in nome di questa memoria che è così importante, e anche per poter dire non li consideriamo un ammortizzatore sociale e basta: sono così belli i nonni e mancano così tanto quando non li abbiamo più che io ho voluto proprio immaginarlo questo rapporto fra un nonno e un nipote che non c’è”.

Rollo: “La conquista della tenerezza di Massimo, noi lo vediamo anche nella sua fase burbera e nell’ottimo educatore di un nuovo pescatore. questo punto direi che proviamo a sentirla la voce di Maurizio”.

De Giovanni legge un passo del libro. Il lungo, convinto applauso chiude un momento intenso, emozionante.

Rollo riprende il dialogo: “Uno degli aspetti della sapienza narrativa di Maurizio è l’elastico drammatico che lui riesce a tirare. Lui inizia a tirare e lo vediamo per tutto il corso del racconto tirare sempre più forte senza che quell’elastico si spezzi. Gli stiamo appresso in questo movimento forte, duro”.

“Quando si scrive un romanzo – spiega l’autore – , si cercano le emozioni. Quando si scrive una storia sei tu davanti ad uno schermo e rispondi a te stesso ed ai tuoi personaggi. Sei tu che metti i puntini, il lettore tira le linee, non sta al narratore. Leggere è un’attività. Quando leggiamo, facciamo fatica in senso bello, elaboriamo. Quando scrivo di Ricciardi, dei Bastardi, di Sara ancora di più, le emozioni me le devo andare a cercare. Quando scrivevo questo libro, le emozioni erano tutte su di me. Quindi io dovevo lavorare per sottrazione. Io ho voluto scrivere in un linguaggio assolutamente privo di emotività, è una descrizione di cose che succedono. E una delle cose belle che ho scoperto è che la matematica è un dolcissimo, tenerissimo tentativo di trovare le regole nel caos”.

De Giovanni cita un altro premio Nobel, il fisico Giorgio Parisi, che ha avuto l’importante riconoscimento per i sistemi complessi. “Lui – rammenta al pubblico che lo segue attento – ha fotografato per dieci anni nei cieli di Roma i voli degli storni. Ci si è chiesti per secoli, quale fosse l’organizzazione di questi stormi. Si è pensato che comunicassero con gli ultrasuoni, che fossero di una stessa famiglia e che comunicassero attraverso la memoria genetica. In realtà la spiegazione è molto più semplice ed è bellissima: ognuno si muove a seconda di come si muove quello vicino e basta. Ci pensate che cosa bella? Ciascuno di noi si muove a seconda di come si muove chi gli è vicino, avvicinandosi, allontanandosi e il pesce che tu peschi è quello che ha meno riferimenti e quindi cade nell’inganno dell’amo. Massimo ci arriva attraverso sistemi complessi al nipotino. Ci arriva matematicamente. Ci pensate che meraviglia? Lui arriva alla tenerezza facendo il giro opposto. Invece di fare il giro rapido: io sono tuo nonno e ti amo perché sono tuo nonno, fa il giro lungo. Io sono vicino a te, nel nostro sistema complesso e tu sei il pesciolino esterno. Ma se io ti perdo rimango io esterno, rimango io solo. Ed lì che mi si è sciolto il cuore, perché ho sentito nella tenerezza di quest’uomo strano, ho sentito nella guadagnata tenerezza la scoperta di una dipendenza: se non ti svegli e io ti perdo muoio anch’io”.

Alberto Rollo riprende la parola: “Quell’arrivare alla tenerezza attraverso sistemi complessi non esclude la complessità del teatro sociale che sta intorno. Questo romanzo è anche entrare in un gomitolo, deve sgomitolare, deve fare un indagine, in senso romantico, di sentimenti”.

De Giovanni annuisce. “Massimo che è già una persona che ha difficoltà, si trova a dovere interagire con una città che non vuole interagire con lui. Quindi uno non vuole parlare, l’altro non vuole sentire, non so se mi spiego. E questo genera una situazione di sostanziale diffidenza reciproca che rende particolarmente complicato per Massimo capire che cosa è successo alla figlia, che è il numero che manca alla sua equazione. E come lo fa lui? Attraverso gli stranieri che vivono nella città, che sono tantissimi. Questa condivisione di essere stranieri li porta a comprendersi. Quindi ha ragione Alberto quando dice che è interessante il teatro che ne viene fuori: perché è un teatro di cortese, sorridente, gentile incomunicabilità, ossimorica, ma molto divertente da raccontare.”

Il bell’incontro sta per finire. Nel frattempo gli uomini fra il pubblico sono aumentati, fa sapere Rollo: ancora una volta, ammicca lo scrittore, “costretti” dalle mogli.

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