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Joe Lansdale chiude ScrittuRa Festival a Ravenna raccontando l’America profonda, dove circolano troppe armi

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È il subconscio a suggerire a Lansdale le trame dei suoi romanzi, a fargli mettere insieme le parole, a trascinarlo in storie che, per sua ammissione, non solo non sa di preciso da dove vengono ma non ha neppure idea di dove lo porteranno. Giunta all’ultimo appuntamento ravennate (la rassegna proseguirà d’ora in poi nella Bassa Romagna) ieri pomeriggio 27 maggio al Teatro Rasi di Ravenna, ScrittuRa Festival ha calato l’asso, schierando un ospite internazionale, uno scrittore poliedrico, molto amato da diverse generazioni di lettori: mister Joe Richard Harold Lansdale.

Dialogando con Matteo Cavezzali, tradotto dalla puntuale Licia Pini, lo scrittore texano ha parlato soprattutto dell’ultimo libro: “Moon Lake”, edito da Einaudi, affrontando temi importanti come il razzismo e l’uso sconsiderato delle armi, riallacciandosi alla recentissima strage di bambini nella scuola di Uvalde.

“Moon Lake”, sottolinea Cavezzali, “è un romanzo che mescola diversi elementi narrativi, difficile da etichettare. Comincia con una città che scompare sott’acqua, una città fatta allagare con gli abitanti dentro. C’è un’automobile, con a bordo una persona che decide di suicidarsi con il figlio, buttandosi in queste acque ma la cosa non va esattamente come si era immaginato. E ci sono dei personaggi memorabili, uno è un bambino che diventerà uno scrittore, un’altra è una ragazzina afroamericana che diventerà una poliziotta. Come comincia Mister Lansdale a scrivere un libro?”

Ecco, la risposta. “Beh, diciamo che non so sempre da dove vengono le mie storie. Sono le parole che, messe insieme, piano piano, vanno a creare delle frasi che a loro volta vanno a svilupparsi l’una insieme all’altra creando una sorta di musica. In questo modo vengono alla luce i personaggi, si creano i dialoghi. Questo processo di creazione è piuttosto rapido, devo solo trovare il giusto ritmo”.

In particolare, prosegue lo scrittore “Moon Lake parte da una storia interessante che è la storia di un mio amico, di quando lui viveva in un paese che è stato effettivamente inondato. Lui e suo padre erano usciti per andare a pesca e ad un certo punto è sceso dalla barca e ha cominciato a camminare sulle acque. Una cosa divina? No era soltanto perché quell’area era stata allagata: era come se gli edifici fossero a pelo d’acqua e lui ci camminava sopra. In questo caso fra gli edifici si poteva anche nuotare e si riusciva a vedere le strutture, si riusciva addirittura a vedere un ufficio postale sotto l’acqua. Di solito quando si fanno queste inondazioni si vogliono creare dei laghi, si vuole creare energia elettrica sfruttando la risorsa idrica che viene convogliata attraverso una diga. In quel caso le persone non volevano andarsene, anche se erano state pagate per farlo e c’era una data ultima in cui avrebbero dovuto lasciare le loro case, ma non l’hanno fatto. Si racconta che siano morti nelle case sommerse. Da qui è partita l’ispirazione per Moon Lake. L’acqua era così potente, così forte, che ha sommerso le case, trascinato le auto, ha inondato il cimitero, tanto che si potevano vedere delle bare che galleggiavano sull’acqua, le strutture più grandi, più imponenti erano ancora lì. Si parla di un luogo dove le persone volevano vivere, sognare, sperare… La cosa mi intrigava, da lì è partito il tarlo che mi ha portato a scrivere Moon Lake”.

Cavezzali: “ Poi ci sono i personaggi che si muovono in questa storia. Personaggi a cui ci si affeziona, che conosciamo da ragazzini. E questo è un passaggio tipico della scrittura di Lansdale: farci vedere i personaggi da bambini e poi da adulti. Quanto conoscere il suo passato può aiutarci a comprendere un personaggio?”

“Sono sempre molto affascinato da questi ‘giovani-adulti’ – ammette lo scrittore – . Si comincia in questo modo poi il personaggio si evolve all’interno della trama. Quando parlo della trama diciamo che parlo di qualcosa di cui non sono effettivamente a conoscenza, perché si costruisce tassello dopo tassello. Non so da subito dove andrà a finire il personaggio, cerco di seguire questo flusso e laddove riesco a trovare la sua voce seguo quella che è la sua evoluzione, il suo sviluppo. Non ho un vero e proprio piano, in realtà, so qual è il mio personaggio e poi il mio subconscio fa il resto. E poi sposto l’azione dallo spunto iniziale a dieci anni dopo, voglio avere una prospettiva dei personaggi in età più adulta. Ma voglio essere prudente non voglio svelare troppo del romanzo se non lo avete ancora letto, ci sono tante sorprese al suo interno”.

Cavezzali insiste sul tema: “Uno dei personaggi nascosti, ma neanche troppo, di questo romanzo e in generale di tutti i tuoi libri è il Texas. Il Texas che è grande due volte l’Italia ed è tante cose diverse. Ricordo che in un’intervista ti lamentavi perché gli editori stranieri mettevano i cactus in copertina perché nel tuo Texas i cactus non ci sono. Prima di salire sul palco, parlando con un ragazzo, gli hai chiesto: Sei mai stato in America? E lui ti ha risposto: Sì, sono stato a New York. E tu: Sì, ma sei mai stato in America? Che cos’è allora la tua America?”

“Diciamo che New York è solo un luogo dell’America. – precisa Lansdale sorridendo – È una grande città, piena di vita e non posso parlarne troppo male, anche perché mio figlio abita là. Però se si vuole conoscere veramente l’America, bisogna conoscere il Sud, il Midwest, il Farwest, il Northwest, il Nord. Ci sono culture diverse, persone diverse. Il Texas orientale è il luogo da cui provengo ed è molto diverso da quello che immaginiamo: non c’è il deserto, non ci sono montagne, ci sono dei laghi, dei fiumi, dei promontori. È un luogo unico, con culture diverse. Ci sono alcune parti del Texas che possono essere più conservatrici, invece c’è una parte del Texas che non lo è affatto. L’unico peccato è che quella parte non vota”.

“Nel libro – incalza Cavezzali – emerge prepotentemente una questione molto forte: la questione razziale. Come sei riuscito ad affrontare questo argomento in un modo che non è affatto didascalico?”

Lansdale: “Si tratta di un tema necessario e scomodo. Ho vissuto gli anni 50, 60, 70 e sono vissuto in un luogo dove c’era il razzismo, un razzismo cattivo. Le persone di colore non avevano le stesse possibilità che avevamo noi. Ad esempio: potevano bere solo da una fontana diversa dalla nostra, non potevano usufruire dei servizi pubblici, andare al ristorante o accedere ad alcuni luoghi. Nella mia città le persone di colore non potevano uscire la sera, perché era pericoloso. Questo è il mio background e in questo contesto ho voluto ambientare il mio romanzo. Piano, piano, nel tempo, c’è stato un progresso. Il razzismo esiste ancora, non si può negare, ma non è certo come prima. Abbiamo cercato di migliorare la vita di quelle persone, persone che non avevano la voce per farsi sentire, che non riuscivano a fare valere i propri diritti. E non sto parlando solo del Texas, ma anche del sud. Nei miei libri parlo di queste cose perché sento che questa è una cicatrice profonda, non solo per me, ma per tutta l’ umanità”.

Cavezzali parla del fenomeno dell’immigrazione presente anche in Italia e aggiunge: “Leggere i romanzi di Lansdale e capire com’era una volta, dà speranza perché si vede quanti progressi abbiamo dimenticato o diamo per scontati. Quindi la tua è una visione ottimistica sul futuro?”.

“Né ottimista, né pessimista – replica Lansdale – mi definisco un pragmatico. In realtà forse un po’ ottimista lo sono, spero che tutto vada bene, anche se non mi sento molto fiducioso. Quello che è accaduto di recente in America… vengono uccisi troppi bambini, bisognerebbe eliminare le armi. Attualmente in Texas le persone vanno in giro armate come in un film di cowboys. Nel vecchio west chi entrava in una città doveva consegnare la propria pistola e la riprendeva quando lasciava la città. Invece adesso stiamo vedendo persone che non fanno altro che giocare ai cowboys. Pensiamo a questo ragazzo che il giorno del suo diciottesimo compleanno va a comprarsi due armi. È impossibile che sia così facile comprare delle armi e uccidere delle persone. La ragione principale dell’assenza di controllo sulle armi è il denaro. C’è una lobby delle armi che serve a foraggiare le elezioni. La parola chiave è cupidigia: è la cupidigia a far sì che queste cose continuino a succedere e che ci siano sempre più morti a causa delle armi”.

Lansdale

In effetti, dice Cavezzali, “in un certo punto del romanzo c’è un tafferuglio fra due personaggi e l’affittacamere tira fuori un fucile, come se fosse una cosa normale. Spesso si parla di lobby delle armi, ma mi sembra che il problema sia più culturale che economico”.

“Sì, è senza dubbio un problema culturale – ammette lo scrittore – . Io non sono contro le armi in generale, sono contro quelle armi che togli un caricatore e ne infili un altro, spari a raffica e riesci ad uccidere tante persone. Le armi fanno parte della nostra cultura, ci possono essere delle ragioni buone e delle ragioni cattive. Il problema principale è che c’è una grande mancanza di buonsenso. Nel mio libro i personaggi non sono degli eroi. A volte possono fare delle cose buone, a volte possono avere dei risultati opposti. Non sono certo dei modelli da seguire”.

Cavezzali: “Abbiamo parlato finora di argomenti seri. Ma i tuoi libri sono divertentissimi da leggere. Ad esempio i dialoghi fra Hap e Leonard (due personaggi creati da Lansdale protagonisti di una serie televisiva americana, ndr) sono molto divertenti. Come si fa a scrivere dei dialoghi così? Inviti degli amici a cena e scegli le battute migliori?”

Lansdale si finge scandalizzato suscitando l’ilarità del pubblico: “Ma di quali dialoghi parli, scusa? Io non creo dialoghi, creo del ritmo, metto solo le parole con un ordine diverso da quello che potrebbero creare altri. Beh, ci sono diversi argomenti seri di cui abbiamo parlato, ma non voglio che voi torniate a casa e pensiate che questo libro è un mattone. Ci sono dei momenti bui, ma è un libro anche molto divertente”. E alla fine ammette: “Rubo un po’ da tutti”.

Infine, l’ultima domanda di Cavezzali prima di dare la parola al pubblico e terminare la serata con il classico firma copie: “I rituali sono importanti, dicono alcuni personaggi. Tu elenchi dei rituali nel libro, in modo anche molto divertente. Tu hai una tua ritualità nella tua vita di scrittore?”

“Sì – confessa Lansdale – ho dei rituali. Alla mattina mi metto subito alla tastiera: prendo un caffè, mangio un toast e comincio a leggere le mail e poi comincio a scrivere che non sono ancora sveglio, così sono più vicino al mio subconscio e riesco a scrivere in un modo più misterioso. Di solito scrivo solo tre ore al giorno e alla fine di queste tre ore non faccio che rileggere quello che ho scritto e faccio in modo che il mio conscio vada ad incontrarsi con il mio subconscio. Aspetto che la mia parte consapevole vada a rileggere quello che ho fatto fino ad allora, vado a rimuovere le parti che non vanno e faccio questa cosa tutti i giorni poi mi dico: bene, è fatta ci vediamo domani. Lo faccio tutti i giorni, innanzitutto perché non mi pesa affatto, e poi è quello che voglio fare. Ci sono persone che incontro e che mi dicono: è una sofferenza essere scrittore, nessuno riesce a capire la profondità della nostra arte. Scusatemi, ma sono stronzate. Scrivere è sicuramente difficile, però diciamo che non è certo duro quanto andare a lavorare in fabbrica o fare l’inserviente. Io nella mia vita ho fatto diversi lavori per mettere il pane in tavola e con certezza vi posso dire che scrivere è molto più semplice. Al momento faccio qualcosa che mi piace anche di più, che, non ditelo a nessuno, farei anche gratis”.

Lansdale

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