Doppio appuntamento a Ravenna Festival: al Rasi Ronchey e Lagani, alla Basilica di Classe “The Canticles” di Benjamin Britten

Giovedì 9 giugno Ravenna Festival propone un doppio appuntamento. Alle ore 18 al Teatro Rasi è in programma la conversazione tra la bizantinista Silvia Ronchey e Chiara Lagani su “L’ultima immagine di James Hillmann”. Mentre alle 21.30 a Sant’Apollinare in Classe l’appuntamento è con The Canticles di Benjamin Britten, protagonisti fra gli altri Ian Bostridge e Julius Drake.

L’ULTIMA IMMAGINE DI JAMES HILLMANN: UN TESTAMENTO PREZIOSO DI MOSAICI

Giovedì 9 giugno, alle 18, al Teatro Rasi conversazione tra la bizantinista Silvia Ronchey e Chiara Lagani. Cos’hanno in comune i millenari mosaici delle basiliche ravennati con una “giovane” scienza quale la psicologia, non più vecchia di un secolo e mezzo? La risposta è: James Hillman, psicanalista e filosofo americano la cui ultima opera, pubblicata a dieci anni dalla sua morte, è un libro-intervista con Silvia Ronchey, docente di Civiltà bizantina all’Università Roma Tre. Silvia Ronchey è ospite di Ravenna Festival per raccontare L’ultima immagine (Rizzoli, 2021) in conversazione con Chiara Lagani. Al centro del testamento intellettuale di uno dei grandi pensatori del Novecento c’è infatti il tesoro custodito nelle basiliche Unesco, tanto in tributo al maestro Jung, che sui mosaici di Ravenna scrisse pagine oniriche e misteriose, quanto nella convinzione del valore simbolico e archetipico di quel patrimonio, che fiorì alla fine (e dal senso della fine) dell’Impero Romano…poiché, quando l’ultima immagine svanisce, “l’anima comincia di nuovo a popolare i regni, ora silenziosi, con figure e fantasie nate dall’immaginazione del cuore”. L’appuntamento è a ingresso libero.

“Gli esseri umani di allora hanno usato la bellezza per contrastare l’ansia della fine,” suggerisce Hillman, catturato – come tanti altri celebri e non celebri visitatori di Ravenna – dalle volte preziose di mosaici e dall’accostamento fra luce e buio nella città. È il 2008: il filosofo e la storica passeggiano per le strade di Ravenna nei giorni successivi al crollo di Wall Street causato dal fallimento di Lehman Brothers e si interrogano su quanto quell’evento possa rappresentare il requiem dell’era capitalista. A quei colloqui ne seguirono altri nel 2011 in Connecticut, durante gli ultimi giorni di vita di Hillman. Così fine dell’individuo e fine di un’epoca, crisi personale e crisi collettiva, si intrecciano: la tesi che ne emerge è quella che l’immagine generi esperienza, rivoluzioni e ridefinisca il nostro punto di vista, ampliando e trasformando le categorie attraverso cui facciamo conoscenza del mondo.

I mosaici di Ravenna contengono, insomma, la formula per affrontare il crollo della civiltà, poiché le loro immagini promuovono “la fantasia di poter tenere viva la natura”, la contemplazione di una costante resurrezione. Occorre dunque rieducare il nostro sguardo a viaggiare oltre la superficie, scegliendo per destinazione l’immagine profonda e invisibile. La “vera immagine”, intesa come espressione dell’immaginazione, è stata al centro della filosofia di Hillman, l’antidoto al letteralismo che domina il discorso moderno. Per Hillman il lavoro psicanalitico non è tanto un processo di guarigione quanto di riconoscimento, il trovarsi faccia a faccia con l’immagine dove convivono meraviglia e terrore.

James Hillman è stato il più importante psicologo americano dopo William James. Sovversivo e originale erede di una tradizione junghiana che ha re-immaginato in maniera brillante, capace di attingere alla filosofia greca e rinascimentale quanto alla tradizione romantica di Keats e Goethe, ha proposto una psicologia dell’immagine per restituire alla psiche o anima quanto trascurato dai modelli scientifici e medici. La sua scrittura, sempre avvincente, e le sue idee, sempre provocanti, gli hanno guadagnato tantissimi seguaci e altrettanti detrattori. Nella sua opera più nota, Il codice dell’anima, ha teorizzato che l’anima di ogni individuo abbia un proprio destino, destino che ognuno può perseguire od ostacolare, ma mai ignorare.

Silvia Ronchey, oltre a numerosi saggi specialistici e alle traduzioni dal greco bizantino, ha scritto testi di ampia diffusione dedicati alla civiltà bizantina. Per più di vent’anni ha collaborato con la Stampa e al suo supplemento Tuttolibri e oggi collabora regolarmente con La Repubblica. Ha realizzato interviste a testimoni del secolo quali Claude Lévi-Strauss, Ernst Jünger, Jean-Pierre Vernant, Elémire Zolla. L’incontro con James Hillman, in particolare, ha dato origine a una duratura collaborazione che si è espressa, oltre che nelle interviste televisive e ne L’ultima immagine, nei due libri-dialogo L’anima del mondo (Rizzoli, 1999) e Il piacere di pensare” (Rizzoli, 2001). Per le emittenti radiofoniche Rai ha realizzato diversi programmi radiofonici.

L’appuntamento è in diretta streaming su ravennafestival.live 

TRA SACRO E PROFANO CON I CANTICLES DI BENJAMIN BRITTEN

Giovedì 9 giugno, alle 21.30 a Sant’Apollinare in Classe, con Ian Bostridge e Julius Drake. Sulle notti di Ravenna Festival brillano, da sempre, preziosi mosaici, custodi di una storia millenaria. Quest’anno l’itinerario di concerti nelle basiliche bizantine si inaugura a Sant’Apollinare in Classe con The Canticles di Benjamin Britten, le cinque miniature che il compositore inglese creò fra il 1947 e il 1974 per la voce tenorile di Peter Pears, compagno d’arte e di vita, sono affidate alla maestria di Ian Bostridge, fra i massimi liederisti in attività e vincitore di tre Grammy. Con il pianista Julius Drake, Bostridge è uno dei più autorevoli interpreti dei Canticles; li affiancano il controtenore Alexandre Chance, il baritono Mauro Borgioni e due musicisti dell’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, Antonella De Franco e Federico Fantozzi, rispettivamente all’arpa e al corno. All’ensemble il compito di portare in scena la meravigliosa vividezza e teatralità di queste composizioni, dove si alternano riferimenti biblici, dal Cantico di Salomone alla storia di Abramo e Isacco, e versi contemporanei di T. S. Eliot ed Edith Sitwell. La serata si apre con le trascrizioni per pianoforte e voce di cinque canzoni spirituali (Geistliche Lieder) di J. S. Bach e quattro composizioni di Henry Purcell, il cui modello di “divine hymns” ispirò Britten per le sue Canticles.

Benché non siano stati concepiti come un unico ciclo – la loro composizione si estende virtualmente per tutta la carriera di Britten – e fossero destinati a una varietà di ensemble, i cinque Canticles rappresentano una convincente sequenza. Oltre all’evidente fil rouge costituito dalla scrittura tenorile destinata a Peter Pears, che li trasforma anche in una mappa della relazione creativa e personale fra Britten e la sua più importante ispirazione, i Canticles sono accomunati da una spiritualità che di volta in volta si sviluppa come una lunga canzone, una cantata o addirittura un’opera in miniatura. La scelta dei testi riflette l’eclettico interesse di Britten per il verso in lingua inglese di ogni epoca.

La sequenza si apre con My Beloved Is Mine, scritta nel ’47 per il concerto in memoria del vicario Dick Sheppard, fondatore del Peace Pledge Union, causa particolarmente cara a Britten. Il compositore scelse per testo il poema A Divine Rapture dell’autore seicentesco Francis Quarles, una meditazione sull’amore divino ispirata da una citazione del Cantico di Salomone. La seconda composizione, Abraham and Isaac, risale al 1952 e fu scritta per una serie di recital destinati alla raccolta fondi per l’English Opera Group. Britten non utilizzò il testo biblico, ma il vivace dialogo riportato nei Chester Miracle Plays, e il risultato si avvicina a un’opera in miniatura divisa in brevi sezioni, dove i due protagonisti umani sono rappresentati da tenore e controtenore, ma la voce divina è un misterioso nuovo timbro ottenuto dalle due voci in omofonia.

Il terzo lavoro, Still Falls the Rain fu scritto nel 1954 per ricordare il pianista australiano Noel Mewton-Wood, il cui suicidio aveva profondamente scosso Britten. Composto per tenore, piano e corno, il brano si sviluppa sul poema di Edith Sitwell The Canticle of the Rose (sottotitolato The Raids, 1940. Night and Dawn), un allegoria della Passione di Cristo. Qui il testo, dalla metrica piuttosto irregolare, è declamato in recitativi; lo schema compositivo degli interludi strumentali, un tema e sei variazioni basati su una serie atonale, è strettamente correlata all’opera The Turn of the Screw, che Britten aveva recentemente completato. Diciassette anni separano il terzo dal quarto Canticle, The Journey of the Magi, basato sull’omonimo poema di T. S. Eliot; sorta di rondo dove controtenore, tenore e baritono sono i tre re. L’ultimo brano, The Death of Saint Narcissus fu scritto nel 1974 mentre Britten era convalescente da un’operazione al cuore: un altro poema di T. S. Eliot è utilizzato in memoria dell’amico William Plomer, autore dei testi di Gloriana e tre Church Parables. Poiché il compositore non era ancora in grado di tornare a suonare il pianoforte, l’accompagnamento fu affidato all’arpa. Britten stesso sarebbe scomparso l’anno seguente: la composizione già prelude alla meditazione sulla morte evidente anche nella sua ultima opera, Death in Venice.

Info e prevendite: 0544 249244 – www.ravennafestival.org

Biglietti: da 20 (ridotto 18) a 30 Euro (ridotto 26), under 18 5 Euro

L’appuntamento è in diretta streaming su ravennafestival.live