Giuliano Paco Ciabatta, da Casadei allo Zecchino d’Oro passando per Dalla e i transatlantici

La sua canzone "Mediterraneamente" sarà portata allo Zecchino d'Oro. Il testo parla del dramma dell’immigrazione perchè "l’uomo è l’unico animale che non può migrare liberamente”

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Conosco Giuliano “Paco” Ciabatta da più di 20 anni, praticamente da quando è diventato ravennate, negli anni Novanta. Ci siamo frequentati da lontano, si può dire. E in fondo della sua attività professionale non sapevo molto. Fino a quando un amico comune non mi ha detto: lo sai che una canzone di Giuliano va allo Zecchino d’Oro! Cavolo, proprio quest’anno che è venuto a mancare il Mago Zurlì! Allora ho pensato che era proprio venuto il momento di farmi raccontare da lui, Giuliano, i tornanti della sua vita.

 

Una vita durante la quale ha incontrato Casadei e il liscio, Lucio Dalla e una bella fetta del gotha musicale italiano, è salito sui transatlantici della Carnival ed è volato oltre Atlantico per collaborare con importanti musicisti americani. Ha scritto e composto musica, ha fatto dischi e tutta una serie di mirabolanti attività. Sempre nella più totale discrezione. Lontano dai riflettori.

Dunque, noi, ora, lo mettiamo per un po’ sotto il nostro piccolo riflettore. E lo facciamo parlare, vincendo la sua proverbiale timidezza.

 

L’INTERVISTA

Giuliano Paco Ciabatta. Perché Paco?

“Quel nome mi è stato affibbiato da Casadei negli anni ’90. Quando mi trasferii a Ravenna da Perugia, iniziai una collaborazione con Raoul Casadei, mentre lui stava lavorando al progetto della Musica Solare e della fusion fra musica romagnola e musica latino-americana. Aveva bisogno di un chitarrista acustico e mi scelse. Lui ha quest’abitudine di dare un soprannome ai suoi musicisti e quindi il nome cucito addosso a me fu Paco, in perfetto clima latino.”

 

Dunque, tu sei perugino di nascita e poi romagnolo e ravennate di adozione. Da quanti anni?

“Ormai da circa 23 anni.”

 

La tua vita ha al centro una grande passione per la musica nelle sue varie forme… sei compositore, strumentista, cantante, arrangiatore, tecnico del suono… tante cose.

“Sì. Sin da bambino ho affidato alla creatività il bisogno di esprimermi. Perché ero molto timido e avevo difficoltà di linguaggio, non riuscivo a esprimere bene le mie emozioni con le parole, come tutti gli altri bimbi. Avevo sempre paura di sbagliare. Allora scrivere, disegnare o suonare diventò il mio modo per potermi esprimere. Ho iniziato con il disegno, poi a leggere e a scrivere dei racconti gialli. Da bambino volevo fare il detective. Infine, ho iniziato a studiare chitarra. E queste tre forme di espressione mi hanno salvato, mi hanno permesso di superare molte paure e un certo senso di inadeguatezza.”

 

La musica è quella che ti ha dato più soddisfazioni ed è diventata anche un mestiere.

“Sì. Però negli ultimi anni, grazie al supporto delle nuove tecnologie, ho recuperato anche la mia passione per la scrittura e il disegno, potendole finalmente associare alla musica.”

 

Naturalmente la scrittura ti è servita anche per i testi delle canzoni che componi.

“Esattamente.”

 

Che genere di musica preferisci?

“La musica che ho amato di più è stata quella dei nostri cantautori, ma ho sempre ascoltato tutta la musica. E non mi sono specializzato su un genere di musica in particolare, non sono un generista, del tipo solo musica rock, solo pop o solo jazz.”

 

E nemmeno solo liscio.

“Certo. Il liscio è arrivato solo a un certo punto.”

 

Raccontaci del tuo incontro con Casadei? O meglio, con i Casadei, perché tu hai collaborato o collabori con diversi di loro.

“Ci sono tre generazioni di Casadei. Secondo Casadei. Raoul. E infine Mirko. Secondo è stato un grande imprenditore del dopoguerra e ha creato il brand del liscio. Raoul ha cavalcato e adattato il brand ai nuovi tempi, negli anni ’70 e fino agli anni ’90. Adesso c’è Mirko. Ognuno con un proprio percorso.”

 

D’accordo. Ma il tuo incontro?

“Io ero piccolo e mio padre, che era un fan di Casadei e del liscio, mi portava nelle balere ad ascoltare quella musica. Lì il primo incontro. Poi sono cresciuto, ho cominciato a studiare chitarra e musica, ho messo su a Perugia un piccolo studio di registrazione. Nel frattempo continuavo ad andare ai concerti e a parlare con gli orchestrali di Casadei. Abbiamo cominciato a conoscerci. Loro sapevano che ero nel mondo della musica. A un certo punto partecipai e vinsi un concorso, “Un artista da lanciare”, come chitarrista. Per farla breve, quando loro hanno avuto bisogno di un chitarrista mi hanno chiamato. E così ho iniziato.”

 

Tu collabori anche con Riccarda Casadei che cura la memoria e l’ortodossia della musica del fondatore, Secondo Casadei, se così possiamo dire.

“Sì. Negli ultimi anni ho collaborato con Riccarda perchè ho lavorato molto anche all’estero…”

 

Come Berlusconi sei finito sulle navi da crociera, ma non suoni il piano, no?

“Sì (ride, ndr), io faccio il direttore del suono e l’assistente alla produzione sulle navi Carnival UK.”

 

Questa esperienza all’estero cosa c’entra con Casadei?

“Il confronto con il pubblico americano e con quello inglese – ma non solo sulle navi, perchè ho collaborato anche con altri importanti musicisti -, pubblici totalmente diversi dal pubblico italiano, mi ha fatto vedere la possibilità di raccontare al mondo intero una figura in qualche modo romantica come quella di Secondo Casadei. Prima vedevo il personaggio Casadei solo da romagnolo e da italiano, nei suoi aspetti più folcloristici o localistici, entro confini un po’ ristretti e secondo i soliti stereotipi…”

 

Quindi una figura local. Invece tu pensi possa diventare glocal. Cioè locale e allo stesso tempo globale.

“Esatto. Anche perché Casadei ha percorso un tratto di storia del nostro paese importante e lo ha interpretato alla sua maniera.”

 

Potremmo raccontare al mondo il romanzo di Secondo Casadei?

“Sì. Lo potremmo raccontare in varie forme, dal cinema alla fiction tv alla musica.”

 

Ho sentito parlare di un musical o sbaglio?

“Sarebbe bello. Ma è molto difficile.”

 

State lavorando su un progetto del genere e contattando pezzi importanti della musica italiana. Non è così?

“Ci stiamo provando. Non posso aggiungere altro. È ancora troppo presto.”

 

Romagna Mia continua ad essere un brano musicale molto conosciuto e popolarissimo all’estero?

“Lo è. Ma non in tutti i paesi. È conosciuto nelle comunità italiane all’estero ma, per esempio, anche dagli americani che amano il made in Italy e la cultura italiana.”

 

E qual è lo stato di salute del liscio, posto che è sempre molto popolare? È considerato ancora un genere di serie B?

“Tutti i generi musicali per me hanno la loro dignità. Anche la musica da ballo. Perché il lisco, quello di Secondo Casadei, nasce come musica da ballo, per ballare e divertirsi nelle balere, in un particolare contesto sociale e culturale, e racconta un pezzo di storia del nostro popolo e del nostro paese. È ovvio che il liscio va contestualizzato e storicizzato, non può essere scambiato per il pop commerciale italiano, non lo è, non ne ha le caratteristiche. È essenzialmente musica per ballare.”

 

Ma è ancora attuale? Sono possibili operazioni di rilettura e recupero come quello proposto negli ultimi anni da Ravenna Festival?

“Sì, è possibile recuperare e rileggere il liscio come ha fatto il Festival. Un’operazione importante. Naturalmente senza dimenticare da dove viene il liscio e recuperando il rapporto con quella storia, la storia di chi faceva e ballava il liscio nelle balere e nelle aie di campagna, in una Romagna e in un’Italia uscite stremate dalla guerra ma con tanta voglia di vivere.”

 

 

Lasciamo il liscio e veniamo a Giuliano Paco Ciabatta. Hai scritto canzoni e hai fatto un disco, Sogni Naif, autoprodotto dalla tua etichetta Audioenjoy… ma il successo non è arrivato.

“No. Non è stato promosso molto bene. Avevo messo in versione pop e rock le canzoni che avevo scritto da ragazzo. Anche se quel disco ha visto la preziosa collaborazione di un artista come Lucio Dalla, che cantava con me una canzone.”

 

E Dalla quando l’hai conosciuto?

“Nel 1998 in uno studio di registrazione. Poi lui è diventato mio cliente, nel senso che ho offerto a Lucio Dalla il mio know how in fatto di studi e tecnologie di registrazione. Dopo ho lavorato per lui per 12 anni, per esempio al grande concerto Bologna Città dell’Unesco. Ricordo che lui era colpito e stupito dal fatto che tutti i suoi tecnici e musicisti quando c’era un problema venissero da me e mi chiedeva, ma perché cercano tutti te? Tu come hai fatto a diventare così bravo tecnicamente?”

 

Insomma, si fidava di te?

“Sì. C’era un bel rapporto fra noi.”

 

Che cos’è il successo per te? Tu l’hai visto da vicino ma non l’hai mai afferrato a piene mani…

“Il successo è un lavoro. Avere successo significa avere ben chiaro l’obiettivo che vuoi raggiungere e lavorare duramente in quella direzione. Io non l’ho fatto abbastanza e poi non ho né le caratteristiche umane né il talento. Perché, come diceva Dalla, non basta saper cantare. Oltre a sapere di musica ci vogliono altre 999 caratteristiche. Però io ho raggiunto il mio equilibrio senza il successo. Facendo bene il mio lavoro. Scendendo a compromesso quando serve. E non scendendo a compromesso quando non serve.”

 

Ma ti manca il successo?

“No. Perchè non ho finalizzato tutta la mia vita a cercare di raggiungerlo come cantautore. Ma ho avuto la possibilità comunque di lavorare con la musica, di fare tante altre cose, cose che mi piacciono, quindi sono in pace con me stesso.”

 

Veniamo alla chicca dello Zecchino d’Oro. Una tua canzone è stata scelta per la prossima edizione.

“Sì, è stata scelta fra le circa 500 canzoni presentate e sarà eseguita dai bambini del Coro dell’Antoniano al prossimo Zecchino.”

 

Come s’intitola e di cosa parla?

“Il titolo è Mediterraneamente e il testo parla del problema dell’immigrazione, dei migranti che vengono dall’Africa e dall’Asia. L’Antoniano l’ha scelta proprio per questo tema. Anche se all’inizio mi si obiettava che non è una canzone per bambini. La mia sfida è stata proprio questa: far dire e cantare a un bambino qualcosa che potrebbe dire o cantare un adulto. E trovare la forma giusta per farlo. Alla fine è stata capita l’intenzione ed è stato colto il mio messaggio semplice e diretto: l’uomo è l’unico animale che non può migrare liberamente.”

 

Hai scritto testo e musica?

“Sì e anche un primo arrangiamento a cui ora sta lavorando il maestro Beppe Vessicchio. Ricordo che quest’anno lo Zecchino d’Oro è diretto da Carlo Conti e giunge alla 60a edizione.”

 

Ti vedremo quindi allo Zecchino d’Oro, ma non travestito da bambino?

“No, no (ride, ndr). Spero però che il mio messaggio arrivi al pubblico.” 

 

A cura di P. G. C. 

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