Nasce a Ravenna il primo supermercato cooperativo autogestito, in cui chi è socio è anche proprietario e cliente

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Lo scorso 15 febbraio, con grande soddisfazione e gioia di soci e nuovi partecipanti, è stata ufficialmente costituita Stadera, la nuova cooperativa di consumo alimentare autogestita a Ravenna che valorizzerà ambiente e produttori locali. Un sogno che finalmente si avvera per i 20 soci fondatori e per in generale i circa i 300 cittadini ravennati che hanno deciso di prendere parte a questa avventura che unisce insieme sostenibilità, etica ed equità.

Ma cos’è in concreto Stadera? Stadera, come si legge nella pagina Facebook della cooperativa, è una cooperativa di consumo autogestita da soci, che consentirà di acquistare a chi ne fa parte prodotti sostenibili, locali e di qualità a prezzi accessibili ai più. L’innovazione organizzativa di questo tipo di cooperativa risiede proprio nel triplice ruolo del socio, che è insieme proprietario, cliente e volontario per circa 3 ore al mese e che svolgerà mansioni relative alla gestione vera e propria del negozio.

“Siamo estremamente soddisfatti” commentano i fondatori: “trovare una così ampia adesione dimostra una fiducia nel progetto che non era scontata, e che pone basi solide e concrete per lo sviluppo della cooperativa”.

“Il contributo volontario dei soci – si legge nella pagina di Stadera – non solo ridurrà i costi di struttura, ma farà di essa una vera comunità di persone: i legami che si creeranno saranno forti, perché saldati dal lavoro quotidiano nella nostra cooperativa, che diventerà un vettore sociale ed economico. La riappropriazione dei valori mutualistici e dell’atto di consumo, infatti, è il fine ultimo di Stadera.” L’operato delle persone sarà organizzato da un team di impiegati che si occuperà degli acquisti, in prevalenza produttori e cooperative locali. Per fare ancora più chiarezza sul progetto e per fornire più informazioni a chi legge, abbiamo contattato il presidente di Stadera, Enrico De Sanso, che ha risposto a qualche nostra domanda, che riportiamo di seguito.

Enrico De Sanso, com’è nata Stadera e qual è l’idea che sta alla base del progetto?

“Stadera è nata innanzitutto dalla necessità di proporre un’alternativa ai modelli classici di consumo e di distribuzione. L’idea non è nuova, ma mutuata da altri progetti che funzionano e con cui siamo in contatto (Park Slope Food Coop – La Louve – BEES coop). Si tratta di un progetto di cooperativa di consumo partecipativain cui i soci oltre ad essere i clienti del negozio, sono anche i proprietari e partecipano attivamente alla gestione del punto vendita per circa tre ore al mese.

Questo modello partecipativo ha come missione principale quella di creare una comunità di persone unite dalla volontà di occuparsi di un bene comunecome la buona alimentazione e il consumo di prodotti più attenti all’ambiente. La cooperativa non ha scopo di lucro e si rivolge esclusivamente ai propri soci. Consideriamola quindi come una sorta di circolo aperto a chi sottoscrive la quota e partecipa attivamente al progetto.
Il perché è presto detto: le cose buone, biologiche, sostenibili, costano. E non poco. Se una famiglia media vuole consumare cose buone e di qualità, possibilmente biologiche, deve spendere tanto e andare in negozi specializzati, oppure in mercati contadini o avere l’orto in casa. Non tutti possono permetterselo. Tra l’altro a Ravenna c’è poca offerta di questo genere.

Stadera vuole proporre un’ampia gamma di prodotti di qualità, biologici, attenti all’ambiente (per esempio attraverso una vasta offerta di prodotti sfusi, anche non alimentari) a prezzi abbordabili per tutti. Non volendo però mettere della pressione ai produttori, proponiamo l’adozione di un modello di autogestione del punto vendita che ci permetterà di ridurre i costi e quindi, di adottare un ricarico sui prezzi dei fornitori molto ridotto (attorno al 25%).
Questo modello non solo risponde ad un bisogno primario come quello del consumo di qualità e sostenibile, ma permette a Stadera di creare dei legami durevoli tra le persone, attiva una rete locale di risorse e sostiene filiere produttive locali.”

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Quando avete iniziato a lavorare al progetto? Adesso, a che punto siete? 

“Il progetto ha avuto inizio circa un anno fa con la partecipazione al bando 2019 di CoopStartUp di Legacoop Romagna. Bando che abbiamo vinto e che ci ha dato la possibilità di usufruire di alcuni servizi di consulenza di Legacoop, innanzitutto quello legale per la redazione dello Statuto. Per un anno abbiamo lavorato sui primi strumenti di comunicazione e sulla condivisione dell’idea, nonché sulla raccolta delle prime adesioni. Ad inizio 2020 abbiamo aperto la fase2 del progetto, ovvero la costituzione della cooperativa (avvenuta il 15/2) e la preparazione del primo punto vendita.”

Leggevo che avete preso spunto da modelli di autogestione alimentare già presenti ed avviati da tempo in America e anche in Europa, come a Parigi e a Bruxelles. In Italia esistono cooperative simili? Se sì, dove?

“Sì è vero, io ad esempio sono uno dei fondatori della cooperativa BEES di Bruxelles, che oggi conta 3000 soci e fattura più di 4 milioni di euro all’anno. I progetti di Bruxelles, New York e Parigi sono quelli a cui ci riferiamo, perché al momento sono gli unici che hanno raggiunto obiettivi di inclusione sociale, riduzione dei prezzi e corretto funzionamento interno. Esistono più di 60 progetti minori o in forma di start-up in Europae 3 in Italia (Bologna, Parma, Cagliari). Stiamo lavorando per la creazione di una rete europea di cooperative di consumo partecipative. A breve incontreremo le altre realtà italiane per condividere esperienza e competenze. Il concetto di “open coop” è alla base dei nostri progetti e del nostro modo di fare impresa: supportiamo anche altri gruppi di cittadini in Italia che stanno pensando di lanciare progetti simili.”

Come si diventa socio? 

“Tra qualche settimana lanceremo la prima campagna di adesione rivolta a chi ha già seguito le serate d’informazione: le persone fisiche hanno la possibilità di versare quote di 25 euro (per chi può, proponiamo un ingresso con 4 quote). È prevista poi una quota di 150 euro per le persone giuridiche che vogliano attivare con Stadera delle convenzioni specifiche e che siano interessate all’acquisto dei prodotti.”

Quanti persone hanno finora aderito a Stadera? 

“Al momento gravitano attorno al progetto circa 300 persone, tra cui una trentina ripartite in gruppi tematici per lo sviluppo del progetto. Di questi 300, 20 persone hanno scelto di diventare fondatori e hanno già versato le loro quote. Adesso tocca agli altri!”

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Il 15 febbraio è stata finalmente costituita Stadera, e adesso? Quali saranno le fasi successive da attuare?

“Prima di tutto, l’apertura della campagna di adesione per chi volesse entrare a far parte di Stadera. Questo ci permetterà di pianificare l’apertura del negozio che ci servirà come laboratorio del progetto. Sarà un punto vendita sperimentale, lo chiamiamo il Minimercato di Stadera. Offriremo una gamma limitata di prodotti, circa 500, ma ben selezionata per rispondere alle esigenze di base dei soci. Avremo una larga scelta di prodotti sfusi. L’apertura del punto vendita avverrà in primavera, dopo i cantieri partecipativi di sistemazione dei locali. La più grande sfida per la creazione della cooperativa risiede infatti nel raccogliere il numero più alto di adesioni per poter cominciare a gestire il nuovo negozio entro il 2020, con l’intenzione di aprire, nel 2022, il primo supermercato da 300 mq.”

Quando aprirà Stadera e soprattutto, dove?

“Su questo punto, ci riserviamo ancora di non rispondere lasciando ai lettori l’effetto ‘sorpresa’. Possiamo anticipare che abbiamo già trovato i locali che si trovano a due passi dal centro storico, in una zona residenziale e facilmente raggiungibile.”

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Chiunque può aderire alla cooperativa, scrivendo a: info@staderacoop.it o rimanendo aggiornati sulle attività in cantiere sulla pagina Facebook “Stadera”

 

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Commenti

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  1. Scritto da gian piero

    ma chi lavora 3 hr al giorno . poi come lo considerate . visto che un dipendente di altro negozio deve pagare i contributi voi immagino no .
    saranno contentissimi i negozianti

  2. Scritto da andrea

    nell’articolo si parla di 3 ore al mese, non 3 ore al giorno